
E’ tutto un déjà vu: Trump al centro del palco, luci sparate, pennarello formato gigante pronto per la firma che non arriverà, e attorno l’orbita dei soliti satelliti minori, schierati a incensarlo come se la pace l’avesse brevettata lui, con Netanyahu costretto a un ruolo di subordine. Da quanto detto si capisce che, a Washington, è l’unico a sapere come stanno davvero le cose e che, al netto delle belle parole e delle buone intenzioni, il lavoro andrà comunque portato a termine, nel bene e nel male.
Applausi, foto, titoli. Poi si spengono i riflettori e resta il testo, null’altro.
C’è un piano con i numeri in fila: venti punti, tempi stretti, scambio (come al solito abnorme e squilibrato) di ostaggi e detenuti, ricostruzione economica e una transizione che taglia fuori Hamas dal governo. Israele dice sì. Mezza comunità internazionale lo benedice il testo a parole. Hamas tace, poi fa filtrare un no. Ed è qui che il copione si inceppa e si ripete.
I 20 punti, in breve
Gaza non deve più essere una piattaforma di minaccia.
Ricostruzione massiccia centrata sui civili.
Cessate il fuoco immediato se entrambe le parti accettano.
Rilascio di tutti gli ostaggi entro 72 ore, vivi e caduti.
Ampie scarcerazioni in cambio degli ostaggi e restituzione delle salme.
Amnistia per chi depone le armi e corridoi di uscita per i combattenti.
Sblocco immediato degli aiuti con standard minimi garantiti.
Distribuzione degli aiuti tramite soggetti terzi e riapertura controllata dei varchi.
Comitato palestinese tecnico per i servizi essenziali, senza sigle di milizia.
Supervisione internazionale che coordina fondi e verifiche.
Piano economico dedicato con investitori e competenze operative reali.
Zona economica speciale per commercio e lavoro.
Niente espulsioni forzate; chi parte può rientrare a condizioni di sicurezza.
Esclusione di Hamas dal governo e smantellamento dell’apparato militare.
Demilitarizzazione verificata sul campo: armi e tunnel fuori gioco.
Garanzie regionali perché la “nuova Gaza” non torni minaccia.
Forza internazionale di stabilizzazione e formazione della polizia locale.
No ad annessione o occupazione permanenti; ritiro legato a tappe di sicurezza.
Se Hamas rifiuta, si parte comunque nelle aree libere da milizie.
Percorso politico credibile per i palestinesi, condizionato a riforme e sicurezza.
LA ROTTA DI COLLISIONE
Primo. Il cuore del piano è la resa di Hamas: smilitarizzazione, uscita dal potere, chiusura dei tunnel, addio alle fabbriche d’armi. Per la leadership sarebbe autoscioglimento. Non è compromesso, è rinuncia d’identità.
Secondo. Amnistia ed eventuale esilio “volontario” richiedono destinazioni, garanzie e una catena di comando riconosciuta. Invece ci sono sigle, clan, sponsor esterni. Chi promette cosa e a nome di chi è un mistero.
Terzo. La supervisione internazionale è utile sulla carta, ma può essere intesa dai palestinesi come una tutela esterna e come un freno dai “falchi” tra gli israeliani. Le capitali arabe appoggiano finché conviene; al primo costo politico si sfilano.
Quarto. La forza di stabilizzazione, senza un interlocutore unico, diventa parafulmine: elmetti in mezzo a troppi fucili.
Quinto. Timer sugli ostaggi: politica più che logistica. Per Hamas gli ostaggi sono leva; per Israele, precondizione.
Sesto. Stato palestinese “dopo le riforme”: formula elastica, contenuto evanescente. Troppo vago per i palestinesi, radioattivo per la politica interna israeliana.
Settimo. Sicurezza e ricostruzione sono un doppio nodo: i soldi arrivano se c’è calma, la calma c’è se arrivano i soldi. Senza disarmo vero, la ZES rischia di restare un render.
CARATTERISTICHE
Si tratta di un programma così dettagliato e tuttavia inattuabile, perché chiede a Hamas il suicidio politico e militare, che servirebbe essenzialmente a mostrare al mondo chi vuole davvero proseguire la guerra per costrizione ideologica e a togliere a Israele il fardello della retorica che lo marchia come “genocida”. Basta mettere sul tavolo una pseudo pace completa, verificabile: se chi dovrebbe firmare la strappa, la responsabilità smette di essere talk show e diventa certezza. La porta è aperta: se non passi è perché non vuoi, non perché non puoi.
LA VIA PRATICABILEE, MA STRETTA E REMOTA
Un asse arabo compatto – Arabia Saudita, Giordania, Egitto, Emirati – che offra protezione sociale ai civili, garanzie ai clan, scuola e lavoro ai giovani e insieme imponga una linea rossa ai residui comandi di Hamas, facendo capire a Teheran che se salta il tavolo il conto arriva anche lì. È lo spiraglio, ma è strettissimo: la resa di Hamas certifica il fallimento di un progetto strategico iraniano e l’Iran non molla gratis.
Alla fine, è il solito piano articolato quanto si vuole ma che, se Hamas o chi per lui lo firmasse, significherebbe suicidio. Il mondo applaude, i satelliti fanno coro, lui al centro promette il grande finale. Ma sul terreno decide chi scava i tunnel. Se non si spezza l’asse che alimenta il conflitto, anche questa pace resterà un rito. Almeno le carte sono scoperte: l’accordo completo c’è, manca solo chi lo firma.
Piero Terracina

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