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È decollata la sfida delle promesse elettorali 

Quella stagione meravigliosa nella quale tutto sembra possibile, ogni problema ha una soluzione e i soldi, magicamente, sembrano non essere più un problema. Piccoli aerei a elica sponsorizzati ora da quel partito, ora dall’altro, volano a bassa quota con lo sportello aperto e i politici, coraggiosamente affacciati, urlano al megafono: “Noi vi daremooo…”. E giù con il catalogo dei miracoli.

di Angelo Santoro | 14 Settembre 2026

Quella stagione meravigliosa nella quale tutto sembra possibile, ogni problema ha una soluzione e i soldi, magicamente, sembrano non essere più un problema. Piccoli aerei a elica sponsorizzati ora da quel partito, ora dall’altro, volano a bassa quota con lo sportello aperto e i politici, coraggiosamente affacciati, urlano al megafono: “Noi vi daremooo…”. E giù con il catalogo dei miracoli. Se voterete noi, al primo starnuto vi manderemo a casa l’automedica, due infermieri di guardia per 24 ore e una cassetta di farmaci con le scatole colorate e l’orsetto per i bambini. Gli altri, per non essere da meno, ascoltano e rilanciano. “Avete sentito? Bene. Noi faremo ancora di più”. E allora, se andrete in vacanza all’estero, o anche soltanto per lavoro, avrete a disposizione una flotta di aerei-ambulanza. Naturalmente con il primario a bordo, perché non si sa mai. E avanti così. Una promessa dopo l’altra. Case per tutti, soldi in prestito dalle banche come se piovesse, stipendi più alti, tasse più basse, pensioni più ricche, servizi efficienti e, possibilmente, anche un po’ di felicità compresa nel programma elettorale. Manca solo che qualcuno prometta di farci tornare giovani. Perché in campagna elettorale non esistono problemi insolubili. Esistono soltanto elettori da convincere. E così, un po’ come le uova, sono ricominciati anche i tour “allevati a terra” di vecchia memoria, in giro per le campagne e i piccoli villaggi. Sì, proprio quelli. Quelli che abbiamo già visto nel 2022 e in tutte le tornate elettorali precedenti, dal dopoguerra in poi. Politici con il taccuino e il lapis in mano, sorrisi pronti, strette di mano e l’immancabile frase. “Siamo qui per ascoltare”. Ascoltare. Una parola bellissima. Peccato che spesso sia proprio dopo aver ascoltato che cominciano i problemi. Perché gli elettori parlano, raccontano, spiegano. I politici prendono nota. Poi arrivano le elezioni, arrivano i risultati e i taccuini finiscono nella differenziata. Fino alla prossima campagna elettorale. Perché noi, a dire la verità, forse non abbiamo bisogno di qualcuno che venga a prometterci il paradiso. Avremmo bisogno di qualcuno che riuscisse, prima di tutto, a placare il fuoco dell’inferno quotidiano. Le strade. Le scuole. I trasporti. Gli uffici pubblici. La sicurezza. La burocrazia. Insomma, i servizi essenziali. E soprattutto la sanità. Non chiediamo miracoli. Vorremmo soltanto poter vedere un medico quando ne abbiamo bisogno. Fare un esame senza aspettare mesi. Entrare in un ospedale senza avere la sensazione di essere finiti dentro una lotteria. E invece, sempre più spesso, chi può permetterselo paga. E chi non può, aspetta. Di morire? No, non è detto. Aspetta una visita, un esame, un controllo. Aspetta una risposta. Soprattutto, aspetta che qualcuno risponda al telefono. Nel frattempo, la sanità privata cresce, prospera e ci ricorda che, quando il pubblico non riesce più a garantire un diritto, quel diritto può diventare un prodotto. Una visita diventa la prima visita. Poi arriva il controllo. Poi l’esame. Poi un altro esame. E le visite, sempre più costose, diventano un’amante. Una di quelle che non puoi permetterti di lasciare. E naturalmente arriva il conto. Forse è questa la promessa che vorremmo sentir fare. Non quella di un Paese perfetto. Non quella di una vita senza problemi. Non quella del Bengodi. Semplicemente, un Paese normale. Un Paese nel quale chi governa non debba promettere ogni volta di rifare il mondo, ma abbia almeno la capacità di aggiustare quello che già c’è. Perché governare, forse, non significa soltanto inaugurare opere, tagliare nastri, fare pose per la prima pietra che spesso rimane decenni in attesa della seconda, annunciare e raccontare il futuro. Significa anche occuparsi dell’ordinario. E l’ordinario, in questo Paese, è diventato straordinario. La vera speranza che vorremmo lasciare ai nostri figli è tutta qui. Non una promessa da campagna elettorale. Non uno slogan stampato su un manifesto. Non l’ennesimo programma destinato a finire nel cestino. Vorremmo poter vedere, mentre siamo ancora qui, che qualcosa è davvero cambiato. Vorremmo poter dire ai nostri figli: “Sì, questo Paese non è perfetto. Ma funziona”. Sarebbe già una rivoluzione. Forse è per questo che abbiamo perso l’entusiasmo di andare a votare. E magari, in molti, non andremo nemmeno questa volta. Perché siamo stanchi. Stanchi delle promesse. Stanchi dei miracoli annunciati. Stanchi dei megafoni. Siamo stanchi di votare le sparate elettorali declamate dall’alto, mentre noi, qui sotto, continuiamo semplicemente ad aspettare. Aspettare che una strada venga sistemata. Aspettare un autobus. Aspettare una visita. Aspettare una risposta. Aspettare, ancora una volta, che qualcuno mantenga almeno una promessa. Forse, alla fine, non chiediamo poi così tanto. Chiediamo soltanto che, una volta atterrati gli aerei e spenti i megafoni, qualcuno si metta finalmente a lavorare.

Angelo Santoro

Pubblicato in : Editoriale

Info Angelo Santoro

Angelo Santoro è un giornalista e scrittore. Editorialista di “Avanti Online”

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