Il film che tutti stavano aspettando.
Il 16 settembre Dune è uscito nelle sale italiane, dopo un’attesa durata due anni a causa della pandemia che ha reso impossibile ultimare il film nei tempi previsti.
Ha avuto la sua anteprima mondiale durante la settantottesima edizione del Festival di Venezia. Proiettato in sala Grande e sala Darsena il 3 ottobre ha visto il tutto esaurito. Anche le vendita di biglietti per il Palabiennale ha fatto registrare il sold out.
Chi di noi ricorda il film di David Lynch sa che Dune è un’opera mastodontica con cui molti titani del cinema si sono cimentati. Tra esperimenti più o meno riusciti, serie TV e miniserie ispirate dall’universo creato da Frank Herbert, molti hanno provato… ed hanno fallito, come direbbe Paul Atreides.
Villeneuve ci ha regalato un film che è un successo annunciato. Il cast stellare e una forte sceneggiatura hanno contribuito alla riuscita di questa prima parte di una trilogia a lungo annunciata. Denis Villeneuve fa un passo in più nel suo cammino di studio sul modo in cui i film possono essere rifatti senza diventare una copia dei lavori precedenti e senza mancare di rispetto a coloro che lo hanno preceduto.
La versione di Villeneuve è di ampio respiro. Lunghe scene all’aperto che ci permettono di capire meglio Caladan ed il potere che gli Atreides hanno imparato per secoli a domare, quello dell’acqua. Possiamo sentire sulla pelle la brezza del mare che accarezza le tombe dei duchi del passato. Il viaggio che l’imperatore impone è la fine di un’era, il primo momento di transizione da ragazzo a uomo per Paul che si concluderà su Arrakis quando lui e Jessica devono indossare le tute Freemen ed il distacco tra loro è innegabile. Paul non è più un bambino o un ragazzo, non è più solo un figlio, ma un uomo ed un duca. La distanza tra loro non è mai stata più grande.
Battaglie epiche che in puro stile “family friendly” non fanno vedere una sola goccia di sangue così da non turbare neppure lo spettatore più giovane, anche se viene da chiedersi se un bambino possa davvero capire la complessità del nuovo mondo che sta per esplorare.
Lo spettatore più “anziano” già conosce i personaggi, ma in questa nuova versione scopre di più su di loro.
Il rapporto tra Jessica (Rebecca Ferguson) e Leto (Oscar Isaac, il re di Venezia con 2 film ed una miniserie HBO), l’uomo per il quale la migliore studentessa della Reverenda Madre Gaius Helen Mohiam (nonché sua figlia, anche se questa informazione è solo per chi ha letto i libri) – una bravissima Charlotte Rampling che speriamo di rivedere nei capitoli successivi – disubbidisce agli ordini ricevuti pur di concepire un maschio che possa assicurare al Duca la discendenza.
Il rapporto tra Paul (Timothée Chalamet, credibile nel ruolo di nuovo Messia, non ha fatto rimpiangere l’indimenticabile Kyle MacLachlan), e Leto un uomo diviso tra il suo dovere ducale, l’ambizione di ascendere al trono imperiale, e l’amore per la sua famiglia che alla fine è più forte di ogni gioco politico.
Il rapporto tra Paul e Jessica, una madre amata ma a tratti odiata, per quello che il suo insegnamento ha causato nella vita del giovane Atreides. A causa di Jessica e delle regole che ha infranto, Paul si trova nel mezzo di un gioco che sembra essere più grande di lui.
Paul potrebbe essere il Kwisatz Haderach, l’essere supremo che la sorellanza Bene Gesserit aspetta da generazioni, ma per questo la sua vita è in pericolo. Se è lui, possono le sorelle sperare di controllarlo? Se non è lui, può la sua vita essere salvata?
Sono tutte domande che ci poniamo mentre guardiamo, con il fiato sospeso, il giovane erede e la sua famiglia lasciare Caladan per editto imperiale. Come il duca Leto anche noi sappiamo che l’onore tributato agli Atreides dall’Imperatore Padishah Shaddam IV è una trappola.
I nemici di sempre, gli Harkonnen, si celano nell’ombra e attendono. Sono loro a destare nello spettatore che già conosce la storia i maggiori dubbi.
Si ha la sensazione che manchi qualcosa e che i personaggi della casata di Giedi Prime siano stati risciacquati in un fiume di politicamente corretto che ha lavato via quella crudeltà innata e quell’alone di ambiguità che così bene era stato reso nell’opera di Lynch. Certo gli Harkonnen sono ancora descritti come bestie, ma solo a parole. Rabban è una furia sul campo di battaglia ma manca quel sadismo che caratterizzava i personaggi della casa del Barone Vladimir. Sembra quasi che il regista abbia voluto dare al Barone e al suo unico erede – ci domandiamo ancora che fine abbia fatto Feyd Rautha – un bagaglio meno pesante da portare ma così facendo ha snaturato i loro personaggi così tanto che lo spettatore ha la sensazione che il solo motivo per cui il barone ed il duca si odino sia per una mera questione economica.
Questa è solo la prima parte e si conclude con Paul che chiude il cerchio e diventa un uomo prendendo la vita di un altro. La sua strada è nel deserto, adesso la vede.
Noi speriamo di vedere al più presto cosa Villeneuve ha in mente di fare con i personaggi a sua disposizione ed il mondo che è stato magistralmente creato da Herbert ed ampliato da suo figlio.
Intanto ci godiamo questo primo capitolo e ripassiamo la storia per non essere impreparati quando Paul riprenderà il suo cammino verso il trono imperiale.
Maria Rita Monaco

Lascia un commento