In ossequio alle direttive europee, l’Istat ha ricalcolato il Prodotto interno lordo italiano per l’anno 2011. Secondo questi nuovi calcoli nel 2011 l’economia sommersa inclusa nel Pil non era del 27%, e nemmeno del 17% (come calcolato dall’Ocse), ma era dell’11,5%, pari a 187 miliardi.
Non amo i numeri dell’economia che trovo sui giornali. Salvo eccezioni, sono superficiali, sbrigativi e spesso fortemente inesatti. Eppure è importante avere delle grandezze certe per capire meglio la dimensione dei fenomeni che vengono studiati. In particolare quelli relativi all’economia sommersa e illegale, che fino a questo momento in Italia sono stati oggetto di grande confusione. Si pensi che l’Ocse, nel 2008, calcolava il sommerso in Italia pari al 27% del Pil: 400 e passa miliardi. Più di recente la stessa Ocse ha corretto le proprie stime: non è più il 27% ma il 17: qualcosa come 270 miliardi. Oggi finalmente vengono fuori i dati ufficiali dell’Istat per il 2011, e speriamo che siano quelli giusti (Luigi Einaudi diceva: bisogna credere ai dati delle istituzioni…).
Dunque, in ossequio alle direttive europee, l’Istat ha ricalcolato il Prodotto interno lordo italiano per l’anno 2011. Secondo questi nuovi calcoli nel 2011 l’economia sommersa inclusa nel Pil non era del 27%, e nemmeno del 17%, ma era dell’11,5%, pari a 187 miliardi (se vi par poco…). Costituiti da lavoro irregolare e sotto-dichiarazioni: cioè, da tasse e contributi non pagati (mi chiedo a questo punto se i lavoratori irregolari vengano inclusi dall’Istat nei dati sull’occupazione…). La differenza fra il Pil ufficiale del 2011 (1580 miliardi) e il Pil ricalcolato, sempre nel 2011 (1640 miliardi) è di 60 miliardi, una rivalutazione del 3,7%. Ma non siamo soli: l’aggiustamento dei conti riguarda tutta l’Europa: la Germania ha rivalutato il Pil del 3,4%, la Francia del 3,2%, il Regno Unito del 4,6%.
Vediamo adesso come è composta, in Italia, questa differenza di 60 miliardi di ricchezza conteggiata in più (che era già nell’economia, ma non registrata). La voce principale è la spesa in ricerca e sviluppo, di 20,6 miliardi, che da costo diventa investimento e quindi fa aumentare il Pil di una cifra equivalente. La seconda voce per importanza è quella dell’economia illegale (droga, prostituzione, e contrabbando di tabacco) che viene conteggiata in 15,5 miliardi (e che curiosamente comprende anche le spese legali per l’economia illegale). Dentro ci sono 10,5 miliardi dalla commercializzazione della droga, 3,5 miliardi dalla prostituzione, 0,3 miliardi dal contrabbando di tabacco. Poi, nel totale di 60 miliardi ci sono anche 3,5 miliardi di armamenti, anche questi considerati investimenti… Il restante <è dovuto ad altre voci tra cui la combinazione di effetti dati da innovazioni nelle fonti e metodologie di calcolo>.
Insomma, nel complesso il ricalcolo è foriero di qualche (piccola) buona notizia. Come scrive Lorenzo Salvia sul Corriere <Al di là delle differenti interpretazioni il Pil più alto che viene fuori dal ricalcolo, aiuta l’Italia a rispettare i parametri europei perché, se aumenta il Pil, anche il deficit può salire un po’. Ed è molto probabile che la stessa crescita virtuale vada applicata anche agli altri anni, compreso quello in corso. La novità più importante, però, riguarda proprio il calcolo del deficit. Anche per questa voce ci sono delle nuove regole europee da applicare. In sostanza non si tiene più conto dei cosiddetti swap. Non vanno più conteggiati come passività gli interessi pagati dal ministero del Tesoro sui derivati utilizzati per coprirei dai rischi del mestiere, come l’oscillazione dei cambi o dei tassi di interesse. Applicato al 2011 questo ricalcolo ci ha fatto recuperare 1,8 miliardi di euro. Nel 2013 – il dato non è stato diffuso ieri dall’Istat ma era già stato calcolato in aprile – sarebbe ancora di più, circa 3 miliardi. Per il 2014 si prevede la stessa cosa. Con il paradosso che l’Italia potrebbe tifare per un andamento negativo sugli swap, visto che un aumento degli interessi da pagare farebbe in realtà scendete il deficit, aprendo nuovi spazi di spesa>.

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