
Ho letto con molto interesse l’articolo su Il Sole 24 Ore del 26 luglio u.s. titolato “Lo scandalo delle liste d’attesa: in 2,5 milioni rinunciano alle cure” a firma di Marzio Bartoloni.
Un’interessantissima analisi, compresa un’intervista al ministro della Salute On. Orazio Schillaci.
Come in tutte le sintesi di argomenti di notevole rilievo, i punti da meglio definire e precisare sarebbero molti ma le pagine da riempire sicuramente troppe, per una normale lettura. Così, ringraziando per lo spunto, approfitto solo di alcuni dati per arrivare ad un’analisi che vorrei condividere con voi. Cito testualmente “Sono quasi 2,5 milioni gli italiani (3,8% della popolazione) che pur avendo bisogno non si sono curati per colpa delle liste d’attesa.” Nel contenitore “cure” sono comprese visite specialistiche ed esami strumentali (TAC, Risonanze ecc….). Continuando a leggere si trova una più dettagliata stratificazione nella quale risulta che le cause di rinuncia alle cure sono: motivi economici, lunghe liste di attesa, difficoltà di raggiungimento della struttura; per il 2020-2021, emergenza COVID (che, peraltro, ha ulteriormente allungato le liste d’attesa). Un’ulteriore approfondimento ci arriva da un grafico “La rinuncia alle cure tra i malati cronici” che stratifica “Popolazione con 2 o più patologie che ha rinunciato negli ultimi 12 mesi a prestazioni sanitarie, per: lunghe liste di attesa, risorse economiche familiari (scarse o adeguate) e area geografica. Anni 2019 e 2022”. Nelle diverse aree geografiche, le persone con risorse economiche adeguate hanno una bassa e sostanzialmente simile percentuale di rinunce, con un impatto delle lunghe liste di attesa che supera il 60%. E’ da notare, però, che al nord si osserva una percentuale quasi triplicata fra il 2019 ed il 2022 mentre al sud le percentuali sono sostanzialmente invariate. La percentuale di rinunce sale sensibilmente per le persone con risorse familiari scarse e con una distribuzione simile (18,6% al nord, 21,6% al sud, per il 2022), dove l’impatto delle lunghe liste di attesa si avvicina al 50%. In buona sintesi, un impatto simile alle liste di attesa lo ha la combinazione distanza dalle strutture erogatrici/scarsa disponibilità economica e, a questo riguardo, le cose stanno peggiorando al nord. E allora, proviamo a guardare più da vicino la nostra Regione, la Lombardia, la regione con le maggiori entrate in tickets e con il maggiore attivo sul bilancio sanità (aggiornamento GIMBE). Vediamo cosa sta succedendo e cosa potrebbe cambiare con l’autonomia differenziata.
Distanza dalle strutture. A Milano abbiamo visto sorgere, nell’ex area Expo 2015 il Milano Innovation Discrict (Mind) che unifica l’ex ospedale Galeazzi (ortopedia) e l’Istituto Clinico Sant’Ambrogio (cardiologia) in una cittadella dedicata all’innovazione. Degno di nota ma le strutture di PS e gli Ambulatori (vicini ai cittadini) delle due strutture originali sono stati chiusi. Tutto è stato chiuso e si ascoltano continuamente lamentele di cittadini che segnalano difficoltà per raggiungere la nuova struttura, di pazienti che dicono “preferisco rinunciare”. Lo stesso succederà con la Cittadella della Salute che dovrebbe sorgere nell’ex area Falck di Sesto San Giovanni e che, con i fondi del PNRR, unificherà il Besta (neurologia) e l’Istituto Tumori, allontanando altre due strutture storiche e di alto livello dai cittadini. Certo, si potrebbe ribattere che ci sono le Case di Comunità (CdC) e poi gli Ospedali di Comunità (OdC) ma in realtà questi non ci sono ma ci saranno (forse!). Per ora ci sono alcuni “embrioni”, poche strutture nelle quali si stanno organizzando le prime attività, ben lontane dal coprire le reali necessità. Ma quale è la situazione economica in Lombardia? Siamo la 4a regione italiana per numero di redditi di cittadinanza (che ora verranno decapitati senza fornire un’alternativa!). Un’indagine dell’Osservatorio Vulnerabilità e Resilienza (OveR) di Milano, condotta su quasi 300.000 dichiarazioni dei redditi rese presso CAF sul territorio lombardo, ha evidenziato che l’80% dei dichiaranti ha un reddito inferiore a 27000 euro lordi/anno (il 40% inferiore a 14.000 euro lordi/ anno). E il reddito medio più basso non è dei pensionati ma dei lavoratori! Certo il campione non è ampissimo e si potrebbe considerare non pienamente rappresentativo (soli CAF ACLI) ma sicuramente ci mostra quanto alta sia l’incidenza dei bassi redditi da lavoro, nella ricca Lombardia. Se poi pensiamo che gli occupati in Lombardia, nel 2022, erano circa 4,4 milioni ci viene il ragionevole sospetto che fra i nostri concittadini ci siano almeno 3,5 milioni di lavoratori a basso reddito. Se aggiungiamo i dati sulla povertà assoluta, circa 670.000 persone nel 2020, ed aggiungiamo l’allarme Caritas che ne aggiunge almeno altri 8.0000 nel 2022, ci rendiamo conto che in Lombardia dobbiamo attenderci oltre 4,2 milioni di persone in condizioni economiche quantomeno “difficili”. E qualora vi fossero ancora dei dubbi, ricordiamo che su tutto quanto riportato si aggiunge un’inflazione che sta decapitando il potere d’acquisto dei nostri portafogli.
Ed arriviamo al dunque: come si innesta su tutto questo l’autonomia differenziata?
La Lombardia ha richiesto un livello molto alto di autonomia che consente, fra l’altro, di accedere ai LeP (Livelli essenziali di Prestazioni) non solo nella scuola, ed in altri ambiti, ma anche in sanità dove andrebbero a sostituire i LeA (Livelli essenziali di Assistenza). Una differenza fondamentale: si passerebbe dal diritto costituzionale alla “salute”, alla “cura”, al diritto a “prestazioni”. Ma a quali prestazioni? Qui si aprono diversi scenari, diverse possibilità. Abbiamo, dunque, il coraggio di analizzarne uno dei peggiori: la gestione del servizio affidata alle Assicurazioni (o ad una sola Assicurazione). Cosa comporterebbe? Il bilancio del “servizio” (i soldi pubblici, quelli delle nostre tasse) verrebbe affidato all’Assicurazione incaricata, che dovrebbe gestire, organizzare e che non può certo lavorare per la gloria! Così un 15-20% di quel bilancio verrebbe “assorbito” dall’ Assicurazione. Non dimentichiamoci, poi, che molte di queste prestazioni verrebbero erogate da strutture private (a questo punto ancora convenzionate? e convenzionate con chi? beh, sicuramente certificate!) e neppure queste possono lavorare per la gloria o il bene sociale. E quel bilancio continua ad assottigliarsi. Come risolvere? Semplice: le prestazioni “ad alto costo” non saranno più coperte, se le pagherà il cittadino, di tasca o con un’assicurazione privata!
Così, in un momento in cui ci si chiede come “risanare” i bilanci di una sanità che in tante regioni langue, quando si ricerca una nuova ricetta, quando un buon amministratore dovrebbe investire e reinvestire ogni centesimo in “salute” noi ci troveremmo a “sprecare” in utili per le assicurazioni, per le strutture private e, già che ci siamo, mettiamoci pure l’edilizia sanitaria, che giustamente investe soldi pubblici in ristrutturazione di immobili sanitari… che poi… in itinere… vengono consegnati a privati convenzionati! Accidenti, neppure il rischio d’impresa si assumono!
Ma torniamo alle prestazioni ad alto costo, prevalentemente esami strumentali o esami di laboratorio non di routine (biopsia liquida, indagini genetiche…) e, forse, “pacchetti” esami+ terapia, e pensiamo a quante persone diabetiche, con patologie reumatiche, con patologie rare, con patologie tumorali, con patologie degenerative vivono in Lombardia. Riprendiamo il grafico presentato sul Sole 24 Ore, che ci mostra che il 50% dei 2,5 milioni di italiani che rinunciano alle cure lo fanno per distanza dalle strutture erogatrici/scarsa disponibilità economica, rileggiamo numeri e scenario e potremmo scoprire che presto quello scandalo, quei numeri denunciati da Marzio Bartoloni, a livello nazionale, saranno quelli della sola Lombardia.
Ester Pungolino
(da “Avanti Online”)

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