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Dove stiamo andando? Trump non lo sa

Due giorni fa sull’ Air One in una conferenza stampa “a mezza porta”, tipica di chi è seccato, ad una serie di domande di un giornalista: “Stiamo tornando ad una guerra su larga scala, il Memorandum di intesa è morto, il cessate il fuoco è definitivamente finito o è solo sospeso”, Trump ha risposto “Non lo so”. Il “Comandante in Capo” che ha portato l’America in guerra non sa cosa fare anche rispetto agli obiettivi dell’operazione iniziata il 28 febbraio: resa incondizionata del regime e la possibilità di nominare lui il capo della Repubblica Islamica, l’uranio arricchito, il controllo americano di Hormuz.

di Fulvio Rapana' | 19 Luglio 2026

Due giorni fa sull’ Air One in una conferenza stampa “a mezza porta”, tipica di chi è seccato, ad una serie di domande di un giornalista: “Stiamo tornando ad una guerra su larga scala, il Memorandum di intesa è morto, il cessate il fuoco è definitivamente finito o è solo sospeso”, Trump ha risposto “Non lo so” .

Il “Comandante in Capo” che ha portato l’America in guerra non sa cosa fare anche rispetto agli obiettivi dell’operazione iniziata il 28 febbraio: resa incondizionata del regime e la possibilità di nominare lui il capo della Repubblica Islamica, l’uranio arricchito, il controllo americano di Hormuz. Era convinto, istigato e mal consigliato da Netanyahu e dalla lobby sionista, che sarebbe stata una operazione più grande e spettacolare di quella in Venezuela. Ma anche lì non c’è stata alcuna esposizione di potenza perché il regime chavista ha barattato la propria sopravvivenza con l’arresto di Maduro.

Ma l’Iran non è una nazione caraibica isolata dai suoi alleati Russia e Cina ma il perno centrale da 4000 anni degli equilibri e della civiltà fra l’est e l’ovest dell’Asia, confina per 1900 chilometri con la Russia e per il tramite il Pakistan può ricevere rifornimenti continui dalla Cina. E’ esteso quanto mezza Europa e ha una popolazione di 90 milioni di abitanti ben scolarizzata, con scienziati di levatura che sono nella condizione di produrre armi sofisticate compreso bombe atomiche.

Le due parti ci hanno messo dal cessate il fuoco l’8 o 9 aprile al 15 giugno per firmare un pre-accordo, il Memorandum, che è saltato nel giro di pochi giorni. Trump è combattuto fra la determinazione a smentire la sensazione di sconfitta, raccontata da media ed esperti, che gli è stata inflitta nei 40 giorni di guerra, e la necessità di trovare un modo per riaprire Hormuz e toglierlo al controllo iraniano, nell’interesse principale degli USA. I petrolieri hanno avvertito Trump che si stavano rapidamente esaurendo le scorte di petrolio pesante utilizzato per produrre nafta e il kerosene per gli aerei.

La parte iraniana ha espresso il suo punto non negoziabile sia prima della firma del pre-accordo che dopo dichiarando che “Hormuz non sarebbe stato più un passaggio marittimo libero ma sotto la sovranità dell’Iran”. Principio confermato nel Memorandum che al punto 5 prevede: “La parte iraniana determinerà il passaggio sicuro dello Stretto di Hormuz e non verrà applicata alcuna tariffa per 60 giorni, successivamente l’Iran e l’Oman avrebbero determinato le regole per il passaggio”, lasciando implicitamente la possibilità, ai due stati, che dal 61° giorno “avrebbero potuto” introdurre una tariffa. I diplomatici di carriera di entrambe le parti si stavano accordando per confermare una sovranità amministrativa dell’Iran sullo Stretto concretizzato in un documento inviato dalle navi in transito per fax in cui l’armatore e/o il comandante della nave dichiaravano il nome della nave, l’armatore, il carico e il porto di partenza e quello di destinazione.

Anche gli iraniani erano d’accordo. Il funerale di Khamenei ha sospeso la trattativa, ma nel frattempo tre navi con il transporter spento hanno provato a passare dalla rotta sotto l’Oman e sono state attaccate dagli iraniani. Questo incidente ha messo in luce il dissidio di fondo dell’accordo in quanto gli Stati Uniti ritengono che la rotta che passa in acque dell’Oman fosse fuori dalla sovranità iraniana e che non vi sarebbe stata alcuna procedura amministrativa. Colpite le tre navi gli USA hanno ripreso i bombardamenti e l’Iran per rappresaglia ha colpito le basi americane in Kuwait, Bahrein e Giordania. Sull’interpretazione del punto specifico esperti di diritto internazionale e analisti militari hanno dichiarato che così formulato l’art. 5 è abbastanza ambiguo per avvalorare ambedue le interpretazioni.

Vi sono anche problemi interni all’amministrazione dove Rubio e J.D. Vance sono su posizioni diverse. Nel Memorandum firmato con l’Iran , su cui ha lavorato Vance, era previsto che ci fosse un cessate il fuoco anche nel sud del Libano ma a distanza di pochi giorni, probabilmente voluto da Trump per tenere buona la lobby sionista, Rubio ha ospitato a Washington una trattativa di cessate il fuoco nel sud del Libano e per un accordo fra Libano e Israele con lo scopo di debellare Hezbollah.

Pia illusione per entrambi, Hezbollah è vivo e vegeto e si è opposto al IDF infliggendo notevoli perdite in uomini e mezzi e sono loro che quando decidono disarmano in una settimana l’esercito libanese. Due sono le domande che con la ripresa delle ostilità circolano a Washington: primo: anche se si riuscisse a ridurre a zero le capacità dell’Iran di condizionare il transito a Hormuz per quanto tempo e a che prezzo la soluzione potrebbe essere sostenuta dagli Stati Uniti. Secondo: più perdura lo scontro militare più l’Iran riesce a ridurre la presenza di basi militari, centri di comando e di intercettazione degli Stati Uniti e più risulta evidente la loro irrilevanza come protettori delle petromonarchie del Golfo con la conseguente rimodulazione delle alleanze in Medio Oriente che riducono in modo significativo l’influenza americana nella zona.

Tenere Hormuz? Sul primo punto la tesi prevalente è che senza un cambio di regime, anche riducendo le capacità militari dell’Iran di sostenere il blocco di Hormuz, tenere aperta o sotto controllo americano la via d’acqua nel medio termine risulta impossibile.

All’Iran, dichiara Daniel Davis, ex generale dei Marines e analista militare, “gli basta minacciare e sparare qualche missile per dissuadere armatori e assicuratori a desistere dal forzare il blocco rischiando navi e carichi per miliardi di dollari . Per tenere Hormuz dovremmo avere basi e porti più ravvicinate mentre ora gli aerei, utilizzati poco, molto di più i missili, partono dalla Turchia e hanno la necessità anche di due rifornimento in volo, in quanto le basi in Arabia Saudita e Giordania sono fortemente danneggiate o sono inutilizzabili essendo alla portata di missili e droni iraniani”.

La guerra definisce nuove alleanze e strategie geopolitiche che ridisegnano il Medio Oriente Il pericolo di marginalità in una zona estremamente importante preoccupa gli Stati Uniti più di Hormuz o del nucleare iraniano. Sia il Qatar che l’Arabia Saudita stanno lavorando per superare una logica dei blocchi su cui si regge l’attuale assetto geopolitico della regione.

Gli Stati Uniti pensavano di integrare nel blocco sunnita anti-iraniano anche Israele con gli accordi di Abramo ma dopo Gaza, l’attacco preventivo all’Iran e la risposta militare di questa sia agli USA che ad Israele, questo quadro è da considerasi superato.

Anche gli stati più filoamericani come il Kuwait, gli Emirati o il Bahrein ritengono che affidarsi solo all’ombrello di sicurezza americano non sia più attuale. Gli stati del Golfo hanno anche compreso, ciò che era evidente da sempre, che gli USA nella regione hanno un solo alleato: Israele, a cui, prima e dopo la guerra hanno dedicano tutte le possibili armi offensive e difensive.

La conseguenza più rilevante di questi eventi è che si muovono nuove pedine sulla scacchiera. Dietro le quinte la Cina, attraverso il Pakistan, come sempre succede, si muove in modo discreto per promuovere nuove e più solide alleanze partendo da una medesima base culturale e ideologica.

Anche personaggi scomodi come Erdogan hanno capito che non basta stare nella NATO e che la Turchia deve incidere di più nelle scelte della regione che potrebbero passare sopra la sua testa. Pakistan, Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Iraq, Turchia si stanno muovendo per creare una base ad una alleanza che sia anche militare oltre che politica ed economica che comprenda anche la nuova superpotenza regionale: l’Iran.

Il blocco dell’ alleanza sunnita con gli Stati Uniti in funzione anti-iraniana è finito e un nuovo blocco è in divenire che anche senza essere anti-americano rappresenta una risposta di contenimento e contrapposizione all’espansionismo di Israele.

Da qui il nervosismo di Trump: “Applicheremo un dazio del 20% su tutte le merci che transitano da Hormuz” disdetto a distanza di poche ore: “abbiamo ritirato il dazio del 20% per l’accordo di ingenti investimenti dei paesi del Golfo negli Stati Uniti”. TACO colpisce ancora!!.

Fulvio Rapanà

Dove stiamo andando? Trump non lo sa
Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Fulvio Rapana’

Fulvio Rapanà è un editorialista di “Avanti online”

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