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Dove arriveranno i Cinque Stelle

Un partito che vuole il 51% o niente, perché non fa politica, può anche conquistare un italiano su 4 ma non raddoppierà finchè non nascerà un progetto, una risposta organica ai problemi dell’economia.

di Beppe Facchetti | 7 Febbraio 2016

Chiedersi quanto sia davvero solida la presenza dei 5Stelle sulla futura scena elettorale, equivale a chiedersi se riuscirà mai a riannodarsi un rapporto tra gli italiani e la politica, e già dirlo dà l’idea della difficoltà.

La crisi di questo rapporto,   per la verità costante nella nostra storia, è in effetti anche la chiave di spiegazione del successo di un movimento che è nato contro tutto, dando concretezza ad un sentimento che aveva però sempre trovato difficoltà ad incarnarsi, perché i possibili veicoli o erano effimeri, come il qualunquismo degli anni 50, o regionali, come la Lega dei primi tempi. O avevano deluso, come con Segni e Di Pietro.

Quel 25% del 2013, e gli attuali livelli raggiunti nei sondaggi, camminano invece sulle gambe di un leader, di un’organizzazione aziendale, di un paio di parlamentari mediaticamente efficaci, come l’ingessato e perbenino Di Maio o l’affabulatore Di Battista, che oscurano gli altri improvvisati e sconosciuti “cittadini” eletti dai misteriosi click della ditta Casaleggio, che magari producono 74 preferenze per la candidata a Sindaco di Milano.

Questa visibilità, dilagata nei tanto esecrati talk show, sorregge il consenso, tutto da verificare in concreto, perché di Donald Trump che fanno rumore in TV e in piazza, ma poi valgono meno voti del previsto, è pieno il mondo, e comunque quello che era facile all’inizio diventa complicato quando la quotidianità costringe a sporcarsi le mani, come inevitabilmente deve fare un 5Stelle che fa il Sindaco (non ce n’è uno che stia tranquillamente amministrando, anche al netto dell’esagerazione per il caso Quarto).

Per di più, il leader trascinatore delle piazze, da tempo è “stanchino”, e vuol far passi laterali, mentre l’ombra di Casaleggio è certamente più inquietante che aggregante.

In termini razionali, un partito che vuole il 51% o niente, perché non fa politica, può anche conquistare un italiano su 4 ma non raddoppierà finchè non nascerà un progetto, una risposta organica ai problemi dell’economia, che non può esaurirsi nel reddito di cittadinanza, della politica internazionale, che non può limitarsi all’anti Europa o peggio all’anti Nato, delle scelte etiche del mondo di oggi, che non possono annegare nella banalità degli scontrini. Avere un’idea generale, però, talvolta allontana più che avvicinare i consensi.

Ma certo molto dipende dal comportamento del resto del quadro politico, e dal recupero – torniamo li – del rispetto dei cittadini per la politica, che in questi tempi sembra davvero una mission impossibile.

Ma, a destra e a sinistra, partiti un po’ meno incerti o addirittura desiderosi di imitare il pur vituperato avversario, devono comprendere che è venuto il momento, se ci credono, di valorizzare la propria proposta,  mettendoci dentro quel che più manca oggi in Italia, la cultura politica.

Ma se i 5Stelle continueranno ad essere un problema per la maturazione stessa della democrazia del Paese, occorrono almeno alcune precondizioni.

Innanzitutto è decisiva la salute dell’economia e dell’occupazione. Se lo zero virgola di crescita con cui è stato crocefisso Letta, lasciasse davvero il posto ad un impulso almeno pari agli stimoli esogeni che vengono dai fattori Draghi, dollaro, petrolio, se insomma fossimo vicini alla media europea, sarebbe più facile trattenere quel secondo italiano su 4 che ha voglia di protestare e basta.

Ma poi, in talune scelte di fondo, bisognerebbe tutti avere il coraggio della verità, anche se impopolare, e smetterla di imitare la protesta, credendo di farla propria.

Andrebbe ad esempio spiegata meglio la scelta europea, vitale per il Paese, anziché accodarsi a slogan contro i “burocrati” di Bruxelles, che ci sono, ma sono guidati da fior di politici di lungo corso, che non si fanno impressionare da pugni metaforicamente sbattuti sul tavolo.

E con le riforme non seguire la pancia (“eliminiamo i politici, e i pochi che restano non paghiamoli”), ma usare la testa, perché il bicameralismo va saggiamente modificato, non presentato come un feticcio, le autonomie locali vanno razionalizzate e non certo umiliate. E infine avere anche il coraggio di dire che la contrapposizione tra una società civile virtuosa e una società politica tutta nequizie non risponde alla realtà, altrimenti non avremmo 120 miliardi di evasione fiscale, non vi sarebbero 7 mila statali censiti come truffatori per appalti truccati, assenteismo, danni per oltre 4 miliardi nel 2015. Chiediamo ai politici, questo si, di vigilare di più o meglio ancora alla democrazia di essere meno indulgente con se stessa, anziché lisciare il pelo sempre alle facili invettive anti Casta. Sapere infine che comunque la democrazia costa, come dimostrano proprio gli scontrini in calo dei 5Stelle, e non va lasciata ai miliardari o ai demagoghi. Esigere, infine che la cosa pubblica sia affidata a chi si è seriamente preparato, non a improvvisati protestatari di professione.  La riconciliazione con la politica passa attraverso il riconoscimento che scegliere è difficile, occorre esperienza e visione, cose che non si acquistano alla cassa del bar.

Renzi fa benissimo a ricordare che preferisce perdere consensi che lasciar morire i disperati nel Canale di Sicilia, ma dovrebbe rischiare i voti anche su altri versanti meno emotivi. Probabilmente alla fine non li perderebbe.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, bruxelles, casta, consenso, crisi, cultura politica, danni, democrazia, di pietro, draghi, europa, evasione, evasione fiscale, italia, lega, milano, mondo, movimento, nato, renzi, riforme, sicilia, slogan, stia

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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