Il brut fardèl della Corona
Vittorio Emanuele III morì 75 anni orsono ad Alessandria d’Egitto Era il 28 dicembre 1947. Il 1° gennaio 1948 entrò in vigore la Costituzione della Repubblica italiana. Il Re aveva abdicato il 9 maggio dell’anno precedente. Non morì “esule” ma cittadino italiano di pieno diritto, già capo di Stato e delle forze armate di terra e di mare. Re Farouk d’Egitto gli rese gli onori dovuti al suo rango. Un giorno il sovrano confidò al suo aiutante di campo, Paolo Puntoni, che i Savoia non avevano avuto molta fortuna. Carlo Alberto di Sardegna, primo re del suo ramo, i Savoia-Carignano, aveva promulgato lo Statuto, riconosciuto libertà e uguaglianza di diritti per tutti i regnicoli, innalzato il tricolore italiano nella guerra del 1848-1849 contro il potentissimo impero d’Austria. Sconfitto nella “brumal Novara” il 23 marzo 1849, era morto esule a Oporto, col titolo di conte di Barge, piccolo comune prealpino del Cuneese. Suo padre, Umberto, era stato assassinato a Monza il 29 luglio 1900. Solo suo nonno, Vittorio Emanuele II, era stato celebrato “Padre della Patria”, ma aveva conosciuto più amarezze che gioie: il “brut fardèl” del potere. Nel marzo 1860 era stato scomunicato da Pio IX come tutto il governo e quanti avevano votato leggi che il clero oggi giudica di mero buon senso. Ma quelli erano i tempi. I sacerdoti che assolsero in punto di morte Camillo Cavour e Re Vittorio furono puniti. Poi era toccato a lui. Re borghese per gli uni, socialista per altri, “Re Soldato” nella Grande Guerra, “re fascista” secondo acri polemisti e storici che dipingono il “ventennio mussoliniano” quale “diarchia”, a tutto vantaggio del duce.
In Egitto Vittorio Emanuele III morì col titolo di conte di Pollenzo, una borgata nella valle del Tanaro ricordata per la vittoria di Stilicone sui Visigoti di Alarico (402 d. Cr.). Fautore dell’Istituto Internazionale per l’Agricoltura (Roma, 1908), per decenni vi aveva curato personalmente poderi sperimentali. Alla sua morte, il figlio, Umberto II, sovrano leale e rassegnato, era a sua volta “all’estero”, a Cascais. Il 13 giugno 1946 aveva lasciato l’Italia (non la Patria, tenne a precisare) protestando contro il “gesto rivoluzionario” del governo che attribuì al presidente del Consiglio Alcide De Gasperi le funzioni di Capo dello Stato prima che fossero noti in via definitiva i risultati del referendum sulla forma dello Stato. Entrata in vigore proprio durante i funerali del “Re Soldato”, la Costituzione della Repubblica interdisse a lui e “ai discendenti maschi” il rientro e il soggiorno in Italia. Iniziò il suo esilio infinito, sofferto sino al 18 marzo 1983, quando morì a Ginevra. Per sepolcro volle l’Abbazia di Altacomba, in Savoia, culla della dinastia. Lì riposa accanto alla Consorte, Maria José.
Nella biografia di Vittorio Emanuele III il francese Frédéric Le Moal si domanda perché il giudizio su di lui rimanga ancora lontano dalla pacatezza storiografica. Malgrado tutto “Vittorio Emanuele III merita qualche cosa di più di un processo senza fine”. Forse la sepoltura nella chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d’Egitto lo rese più lontano dal Paese e sempre più bersaglio di polemiche ingenerose. Dal 17 dicembre 2017 la sua salma è tumulata nel Santuario di Vicoforte accanto a quella della Regina Elena, giuntavi due giorni prima. Motivo in più per evocarlo nel 75° della morte, non per apologia cortigiana (la schivò sempre da vivo) né per tardive quanto inutili “assoluzioni”, ma per obiettività storiografica.
46 anni di regno tra due guerre mondiali
Vittorio Emanuele III regnò quarantasei anni. Non aveva affatto premura di salire al trono. Accettò la corona perché suo padre fu assassinato da un complotto internazionale che utilizzò un anarchico per innescare in Italia il corto circuito reazione-rivoluzione. Non volle si pensasse che un Savoia è vile. Rispose alle attese del Paese che chiedeva pace interna e sicurezza ai confini. Nel 1911 le feste del Cinquantenario del regno evidenziarono gli enormi progressi compiuti in ogni settore della vita pubblica e privata dall’Italia che, per molti aspetti, era all’avanguardia culturale e civile nel mondo.
Cresciuto nel culto della storia e formato alla disciplina nel Collegio Militare della “Nunziatella”, il trentunenne principe di Napoli ascese al trono per dovere verso l’Italia, divenuta regno il 14/17 marzo 1861 e pienamente riconosciuta dalla Comunità internazionale nel 1867. Sposato nel 1896 con Elena Petrovic-Niegos, principessa di Montenegro, Vittorio Emanuele III dette costante esempio del freddo coraggio che era tratto distintivo della sua persona. Erudito, dotato di memoria formidabile, sempre padrone di sé sino ad apparire glaciale, cercò subito il consiglio di uomini saggi e indipendenti. Il senatore Pasquale Villari, antico massone, da lui sollecitato a parlare con la franchezza che si deve al sovrano, gli consigliò di cacciare a pedate i cortigiani e di fare di testa sua. La monarchia si fondava sullo Statuto promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto, patto irrevocabile tra il sovrano e la nazione. Il re non era superiore alle leggi. Controfirmava norme e decreti approvati dall’esecutivo e dal legislativo. Il regno era e rimase un sistema “misto”, una monarchia rappresentativa vincolata dall’articolo 5 dello Statuto che riservava al re il comando delle forze armate (senza chiarire chi dovesse davvero capitanarle in guerra) e il dominio sulla politica estera (stipula dei trattati non comportanti oneri: una finzione, giacché ogni patto o accordo ne genera sempre), inclusa la dichiarazione di guerra.
In sintonia col giovane re, il governo, presieduto dal democratico Giuseppe Zanardelli e con Giovanni Giolitti all’Interno, il 14 novembre 1901 fissò le “materie da sottoporsi al Consiglio dei Ministri”. Da quel momento spettò all’esecutivo indicare chi avrebbe occupato cariche apicali; ma l’esercizio del potere rimase incardinato sulla persona del sovrano. Vittorio Emanuele III ebbe chiaro il suo ruolo: era il primo funzionario della Corona. Prese casa lontano dal Quirinale, ove andava come un impiegato all’ufficio. Vi svolgeva le “pratiche” e tornava agli studi e agli affetti domestici. Dedicava il giovedì e la domenica alla famiglia: la Regina Elena e i figli (Jolanda, Mafalda, Umberto, Giovanna e Maria).
Bersaglio di numerosi attentati (molti progettati, alcuni giunti quasi a segno: nel 1912 e, peggio, nel 1928 quando scampò per pochi minuti alla strage di Milano, ove inaugurò la Fiera Campionaria: un crimine dalla matrice tuttora oscura, costato oltre venti morti e sessanta feriti gravi), il re affrontò in prima persona i momenti più critici della vita pubblica, non per ambizione di potere personale ma per debolezza dei governi e inconcludenza del parlamento.
Gli furono addebitate “colpe” che non sono affatto sue. Tra le molte, ricorrono l’“avvento del fascismo” e del “regime” dopo l’assassinio di Matteotti (1924), che aprì la strada alla “dittatura” e al “partito unico; le “leggi razziali” (1938); la stipula dell’armistizio annunciato l’8 settembre 1943 e la “fuga di Pescara”. In un polemico opuscolo del 1946, Luigi Salvatorelli (che però poi si corresse) accusò Vittorio Emanuele III di tre “colpi di Stato”: l’intervento dell’Italia nella Grande Guerra nel maggio 1915; l’incarico a Mussolini nell’ottobre 1922; e persino il 25 luglio 1943, quando impose le dimissioni al duce e lo sostituì col maresciallo Pietro Badoglio.
Senza pretese di completezza, quale contributo al dibattito si possono avanzare sintetiche considerazioni sulle principali “accuse”. Se l’ingresso dell’Italia nella guerra europea rimane oggetto di valutazioni contrastanti sul metodo e sul merito, è innegabile che essa spazzò via gli imperi russo, turco-ottomano, austro-ungarico e germanico. L’Italia rimase la monarchia più forte e autorevole del continente europeo, con aggravio della sua responsabilità nella comunità internazionale. Lo si constatò nella stipula dei trattati di pace (ne ha scritto Giuseppe Romeo in Da Vienna a Parigi. Gli ultimi giri di valzer, ed.Morlacchi, meritorio candidato all’Acqui Storia 2021)e in seno alla Società delle Nazioni.
Nell’ottobre 1922 si aggrovigliarono antichi e nuovi nodi della storia d’Italia: la debolezza dello Stato dinnanzi alla tracotanza dei partiti; l’impossibilità di formare un governo stabile per la legge elettorale (la “maledetta proporzionale”, voluta da socialisti e dal partito popolare di don Luigi Sturzo, bollato da Giolitti quale “prete intrigante”), che frantumò la Camera dei deputati in quattordici gruppi; la richiesta perentoria di ordine pubblico e di un drastico taglio degli sperperi di denaro pubblico anche per rispetto dei sacrifici sopportati nella Grande Guerra. Tra il 1918 e il 1922 si susseguirono sei governi inconcludenti. Nel giugno 1921 anche Giolitti gettò la spugna. A metà ottobre 1922 il re chiese al presidente del Consiglio, Luigi Facta, di convocare le Camere. Invano. Facta trattava sottobanco con tutti per succedere a se stesso con Mussolini al governo. Per svuotare la militarmente inconsistente “marcia su Roma” e riportare la crisi extraparlamentare nei binari istituzionali il Re varò il governo di coalizione nazionale insediato il 31 ottobre. Presieduto da Mussolini, esso comprese fascisti, nazionalisti, liberali, demosociali ed esponenti del partito popolare italiano, come il futuro presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi. Ministro dell’Industria. Teofilo Rossi di Montelera vi rappresentò i giolittiani. A nome dei popolari Alcide De Gasperi approvò il nuovo governo, che ebbe 306 voti a favore e 117 contrari alla Camera, 184 si e 19 no al Senato (ove i fascisti erano solo due su circa quattrocento). È dunque difficile sostenere che sia stato il re a volere il fascismo al potere. Giolitti osservò che il Parlamento non aveva assicurato un governo al paese e il paese se l’era dato da sé.
Fu regime assoluto?
Dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924), per protesta contro Mussolini, tacciato quale mandante politico del delitto, socialisti, repubblicani, popolari e ‘democratici’ seguaci di Giovanni Amendola disertarono l’Aula. Una delegazione delle opposizioni si fece ricevere dal re. Vittorio Emanuele III fece capire che non toccava a lui ma alle Camere risolvere la crisi. Era un sovrano costituzionale, non un despota. Se nell’ottobre 1922 erano appena 37, in quel momento, dopo le elezioni del 6 aprile, i deputati iscritti al Partito nazionale fascista erano 227 su 535. L’ottantatreenne Giolitti puntò a formare una nuova maggioranza in Aula. Fallì. Mussolini rimase al potere non perché geniale ma per gli errori delle opposizioni, come documentato da Renzo De Felice, Roberto Vivarelli e altri. Queste dipinsero il re quale nemico della democrazia. La monarchia doveva essere abbattuta con il regime fascista. Simul stabunt, simul cadent…
Il fascismo repubblicano all’assalto…
Nel 1938 il governo Mussolini contava tredici anni di successi: il risanamento della lira, il Concordato con la Santa Sede, il ripristino della sicurezza pubblica, l’efficienza dei servizi, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, il riordino della Banca d”Italia, l’impresa di Etiopia, che i contemporanei vissero in modo diverso da come fu giudicata dopo la seconda guerra mondiale e la catastrofe di tutti gli imperi coloniali. Mussolini e il Partito nazionale fascista orchestrato da Achille Starace erano al culmine del consenso. Il re era più che mai “isolato”. La Camera dei deputati era di designati dal Gran Consiglio del Fascismo (sin dal 1928 elevato a organo dello Stato, una sorta di “terza Camera”) e votati in blocco dagli elettori. Era prona al capo del governo. Altrettanto valeva per molti senatori. Lo si vide proprio nell’approvazione delle leggi “per la difesa della stirpe”. I patres in carica erano circa 400. In aula andarono in 160; i voti contrari (segreti) furono dieci. La legge passò col favore di un terzo dei senatori, tra i quali si contavano tredici ebrei che, dopo l’approvazione delle famigerate leggi, rimasero in carica, come ricorda Aldo Pezzana nell’insuperato saggio Gli uomini del Re (Bastogi, 2001). Le “leggi razziali”, dunque, non furono affatto volute da Vittorio Emanuele III. Riluttante ma senza alcuna alternativa costituzionale le firmò perché erano state deliberate dalle Camere che, piaccia o meno, rappresentavano gli italiani. Non era stato il re a mettere il Paese sulla china arrivata sino a quel punto. Non si levò alcuna voce di netta opposizione né di ferma condanna: non da parte di ‘liberali’, né dalla Chiesa cattolica. Avrebbe dovuto abdicare? Se lo avesse fatto, la responsabilità sarebbe gravata sul trentaquattrenne Umberto di Piemonte. Se a sua volta Umberto avesse abdicato per non sottoscrivere le “leggi della vergogna”, poiché suo figlio aveva appena un anno, sarebbe stato nominato un Reggente? Chi? Il duce, ormai affascinato da Hitler. Il Paese sarebbe finito nel caos, come volevano i fascisti repubblicani, ormai in maggioranza nel partito e nella milizia volontaria di sicurezza nazionale. Va aggiunto che da marzo l’Italia confinava con la Germania, che aveva annesso l’Austria, previo plebiscito entusiastico dei suoi abitanti.
Nel 1904 Vittorio Emanuele III presenziò alla consacrazione della Sinagoga di Roma. Nel 1939-1942 uno stuolo di ebrei andava a estivare negli alberghi delle valli frequentate dal sovrano e dai Principi perché lì si sentiva al sicuro. Del resto un Savoia era l’ultimo a credere che esistesse una “razza italiana” dal momento che la Casa aveva alle spalle secoli di matrimoni tra francesi, spagnoli, austriaci, sassoni, sino a Elena di Montenegro e a Maria José del Belgio… Vittorio Emanuele III ebbe chiaro l’obiettivo politico-istituzionale delle leggi razziali volute da Mussolini: isolarlo ulteriormente a vantaggio delle correnti repubblicane, decise a indebolire l’unica monarchia consistente del continente, mentre in Spagna divampava la guerra civile e in Europa dilagavano regimi nazionalsocialisti e comunisti di massa. L’antisemitismo era la testa d’ariete per abbattere quanto rimaneva della tradizione monarchica e liberale, due volti di una stessa civiltà politica.
Nelle tempeste, il Re salvò lo Stato
Il 25 luglio 1943, dopo il voto del Gran Consiglio del fascismo, in un colloquio di venti minuti a Villa Savoia, Vittorio Emanuele III impose a Mussolini le dimissioni da capo del governo. Con somme cautele e ritardi comprensibili, Pietro Badoglio ottenne che gli anglo-americani concedessero all’Italia di arrendersi senza condizioni: non “armistizio”, ma surrender (resa) come imposto da Stalin agli anglo-americani nella Conferenza di Casablanca (14-26 gennaio 1943).
A quel punto occorreva salvare la continuità dello Stato, come è stato riconosciuto non solo da storici quali Mario Viana, Giovanni Artieri e Francesco Perfetti e dal presidente della repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Per farlo vi era un unico modo: evitare la cattura della Famiglia Reale e del governo da parte dei germanici, senza mettersi platealmente in braccio ai vincitori, che proposero al Re di accoglierlo su una loro nave (vale a dire sul loro “territorio”). Perciò il governo si trasferì da Roma (militarmente indifendibile e poi “città aperta” anche in ossequio a Pio XII, sovrano dello Stato del Vaticano) a Brindisi, ove non vi erano né tedeschi né anglo-americani. Sergio Romano, mai prodigo di riconoscimenti ai Savoia, conclude che il trasferimento fu possibile senza le trattative sottobanco tra Badoglio e Kesselring fantasticate da Ruggero Zangrandi.
Il Re, il Maresciallo Badoglio, il ministro degli Esteri, Raffaele Guariglia, il Comando Supremo, la diplomazia, ecc. ecc. avrebbero potuto fare di più e di meglio nei quarantacinque giorni tra il 25 luglio e l’annuncio dell’armistizio (8 settembre 1943)? Forse. Ma la storia non è un romanzo controfattuale: documenta e spiega quanto è avvenuto; il che non vuol dire giudicare né giustificare.
Nelle fasi critiche Vittorio Emanuele III fece quanto chiesto dallo Statuto. Non agì mai per sé ma per quanto via via ritenne interesse generale dell’Italia: a volte il male minore se non il vantaggio maggiore. Come si era impegnato a fare sin dal 12 aprile 1944, il 5 giugno trasferì tutti i poteri della Corona, “nessuno escluso”, al figlio Umberto, quale Luogotenente, ma conservò la corona sino al 9 maggio 1946, quando abdicò e partì per Alessandria d’Egitto, “esule” non dall’Italia ma dalla memoria storica, per l’inclinazione di tanti ad attribuirsi collettivamente il merito dei successi e ad addebitare le sconfitte a “una persona, una persona sola”, come già aveva osservato Lucio Cornelio Tacito
Aldo A. Mola

Lascia un commento