
Trump è già in difficoltà in patria.
Negli Stati Uniti l’ultimo episodio di fischi a Donald Trump racconta più di tanti sondaggi. Non bastano palchi blindati e platee selezionate per nascondere il malcontento: il presidente viene accolto sempre più spesso da contestazioni, cartelli e cori ostili.
Donald Trump è stato contestato anche ieri prima del via della finale degli Us Open. Quando gli schermi hanno inquadrato il presidente americano, mentre era in corso l’inno nazionale, dal pubblico si è alzato un coro di buuu.
A conferma di questa perdita di consensi da parte di Trump ci sono anche i numeri. Secondo l’ultima rilevazione del Nbc News Decision Desk condotta da SurveyMonkey, solo il 43% degli americani approva la sua azione di governo, mentre il 57% la boccia. E ancora più pesanti sono i giudizi sull’economia: appena il 41% promuove la gestione del commercio e solo il 31% la politica contro l’inflazione.
Trump reagisce come sa: spostando l’attenzione. Su Chicago, ha promesso di intervenire sulla criminalità, accusando il governatore di indifferenza e incapacità.
Commentando la situazione di Chicago, Trump ha dichiarato:
“Chicago è un posto molto pericoloso e abbiamo un governatore a cui non importa nulla della criminalità. Posso risolvere la questione molto rapidamente, ma prenderò una decisione nei prossimi due giorni”.
Poi, il presidente ha poi rivendicato di aver “praticamente risolto” in dodici giorni il problema della criminalità a Washington.
Sul fronte immigrazione, dopo il raid in una fabbrica Hyundai in Georgia che ha portato all’arresto di oltre 300 operai sudcoreani, ha intimato alle multinazionali di rispettare le leggi e di assumere “lavoratori americani”.
Infatti, ad agosto 2025 il mercato del lavoro ha rallentato: sono stati creati solo 22.000 nuovi posti di lavoro, una cifra molto inferiore alle aspettative degli analisti.
Questo rallentamento dipende da una combinazione di fattori: incertezze politiche, politiche commerciali e sui dazi, ma anche le forti restrizioni sull’immigrazione che hanno fermato una spinta spontanea all’aumento dei posti di lavoro.
Gli analisti attendono i prossimi mesi per verificare gli impatti dei dazi che spingeranno in alto l’inflazione e ridurranno i consumi. Praticamente si attende un disastro economico.
La partita più delicata resta quella dei dazi anche sul piano giuridico. La Corte d’Appello di Washington li ha dichiarati in gran parte illegali, parlando di abuso di potere da parte del presidente. La reazione è stata immediata: Trump ha accusato i giudici di voler “distruggere gli Stati Uniti d’America” e ha annunciato il ricorso alla Corte Suprema. Per ora i dazi resteranno in vigore fino al 14 ottobre, in attesa della decisione definitiva.
Il quadro che si sta delineando è di un fallimento su tutti i fronti delle politiche di Trump.
Solo l’Europa di Von der Leyen e dei volenterosi, di Meloni e dei Fratelli d’Italia continua a sottomettersi ai diktat del presidente americano.
Alla ripresa dei lavori al parlamento europeo si discuterà dei dazi, se approvarli o respingerli, mentre il gruppo della sinistra, Left, sta raccogliendo i voti per sfiduciare Von der Leyen.
Per il PD e per i socialisti europei un’ occasione straordinaria per provare a mandare a casa la presidente della Commissione UE e ridare all’Eutopa un minimo di dignità e di credibilità.
Al forum di Cernobbio Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia, non ha usato giri di parole: “L’Europa deve imparare a vivere senza gli Stati Uniti, o almeno a fare sempre meno affidamento su Washington. È la sola strada perché conquisti una vera sovranità economica e politica. Ed è una strada che passa anche da maggiori investimenti sulla difesa”.
E sostiene: “Trump è il caos”.
Enrico Rossi

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