• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Donald Trump si scontra con le auto americane

di Oscar Bartoli | 5 Gennaio 2017

Nel 1984 l’industria automobilistica americana è stata colpita da uno tsunami di vaste proporzioni causato dalle auto prodotte e importate negli Stati Uniti dai giapponesi.

Per decenni le grandi marche americane (Ford, General Motors, Chrysler)  si erano appisolate nella produzione di veicoli tradizionali che, a parte alcuni ritocchi estetici delle carrozzerie, erano praticamente gli stessi di anno in anno. Telai di acciaio, motori di quattro o cinquemila cm³, pneumatici che, a parte la fascia laterale bianca,  facevano concorrenza a quelli degli autocarri.

Le macchine giapponesi erano bruttine a vedersi, con dimensioni limitate rispetto alle gigantesche ‘ingozzatrici’ di benzina americane. Del resto i consumatori degli Stati Uniti non volevano rinunciare al grande sedile posteriore sul quale sembra sia stata concepita una gran parte della popolazione  del dopoguerra.

Ma la seconda crisi energetica rapidamente costrinse il mercato americano a ripensare al modo di produrre e al modo di vendere le proprie vetture. Le auto giapponesi, piccole e con estetica non  gradevole, erano senza cambio automatico e con una cilindrata di 2000 c/c.

Ma rispetto alle concorrenti americane consumavano poco, particolare questo importante in tempi di crisi energetica ed in più  avevano un vantaggio costituito dal nuovo sistema di post vendita.

In quegli anni erano frequenti le battute dei comici  televisivi e radiofonici sul fatto che se uno accendeva la radio in una macchina americana scattavano i tergicristallo e viceversa. Un frigorifero non poteva durare più di sette otto anni e poi si doveva buttare, mentre un’auto avrebbe dovuto avere una vita non superiore ai cinque anni.

Le tecniche di marketing e post vendita introdotte dai giapponesi sul territorio americano erano in conflitto con la cultura della obsolescenza programmata.

A vincere sono stati i giapponesi, presto imitati dalla feroce concorrenza della Corea del Sud.
Quando poi le case del Sol Levante si sono rivolte  agli stilisti italiani, i produttori americani hanno deciso di rivoltare come un pedalino sia i loro sistemi di produzione che quelli di commercializzazione, se volevano sopravvivere.

Nel frattempo in Europa il signor Michelin aveva inventato lo pneumatico radiale, la Citroen francese dal 1939 produceva una valida “tutto avanti”, con la trazione spostata sulle ruote anteriori e diminuzione dei costi di produzione per la eliminazione del pesante albero di trasmissione tra il motore e le ruote posteriori.

A loro volta gli inglesi della Jaguar introducevano nelle loro vetture i freni a disco di derivazione aeronautica.

Si trattava innovazioni ignorate per anni dalle grandi case americane che non volevano mutare i propri sistemi di produzione per non aggravarne i costi. Ma lo tsunami giapponese ha sconvolto l’industria automobilistica americana. Al punto che  oggi il classico motore a sei cilindri prediletto dall’acquirente americano e’ in gran parte sostituito da un quattro cilindri in ogni grande marchio automobilistico statunitense.

La competizione sul mercato americano è all’ultimo sangue. La spietata concorrenza  delle marche asiatiche che hanno costruito impianti di assemblaggio e produzione negli Stati del sud della Federazione ha determinato negli anni della crisi economica scattata nel 2008 la migrazione di migliaia di operai dagli stabilimenti di Detroit.

I licenziamenti di massa hanno convinto un numero consistente di ex dipendenti della Ford, della General Motors, della Chrysler, a mettere tutte le loro cose su un carrello e a spostarsi per tre mila km verso quegli Stati dove le imprese asiatiche assumevano con retribuzioni inferiori rispetto a quelle del nord-est, limitata assistenza sanitaria, ma soprattutto impegno a non iscriversi in alcun sindacato.

Le grandi marche automobilistiche sono state salvate dal presidente Obama che ha permesso di tamponare i problemi aziendali del momento, consentendo alla General Motors e alla Chrysler di salvarsi e rigenerare i propri programmi aziendali, cominciando dalla eliminazione dei top manager che non avevano preventivato le pesanti conseguenze della crisi.

Solo Ford aveva dichiarato di non aver bisogno degli aiuti statali ma di poter far conto sopra le proprie capacità di rinascita. Quanto alle altre due grandi aziende i fondi sostenuti dal governo sono stati restituiti a breve termine, interessi inclusi.

Oggi le grandi marche, comprese quelle di altissima gamma europea, hanno aperto stabilimenti per la produzione delle proprie vetture in nazioni che garantiscano  il costo della mano d’opera inferiore a quello dei paesi di origine.

Questo spiega perché il Messico sia divenuto uno dei paesi nei quali vengono prodotte o assemblate auto delle note marche sia di gamma economica che di alte prestazioni.

Di fronte al porto di Vera Cruz in Messico sostano decine di grandi navi che attendono il turno per imbarcare migliaia di automobili di varia marca prodotte negli stabilimenti delle aree vicine.

Ed eccoci alla conclusione di questa riflessione storica: il presidente eletto  Donald Trump ha minacciato le aziende americane di imporre  pesanti dazi alla importazione delle vetture prodotte al di fuori degli Stati Uniti.

Significativa è stata la risposta del presidente della Ford che ha annunciato la cancellazione del programma di costruzione di un ulteriore stabilimento in Messico e di potenziamento di una struttura nel Michigan. Ma solo perche’ non conveniva alla Ford.

Il neo eletto presidente americano alterna la sua politica economica fatta di minacce e zuccherini che consistono nella quasi promessa di riduzione delle tasse pagate dalle industrie americane.

Ovviamente si tratta di annunci plateali, molto graditi  da quei milioni di americani conservatori che si sentono difesi dal nuovo Robin Hood miliardario.

In una visione di economia globalizzata le aziende devono soprattutto remunerare il capitale investito e garantire i propri azionisti. Minacce fatte con la conseguenza di intensificare una situazione confusionale hanno come effetto primario quello di scaricarsi sulla componente debole dell’impresa, ovvero sulla manodopera.

Il circo Barnum messo in piedi  da questo singolare personaggio che andrà a ricoprire fra pochi giorni la posizione di uomo più potente del mondo lascia perplessi.

Oscar Bartoli

Letter from Washington DC

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, consumatori, costi, crisi, crisi economica, dichiarato, europa, Ford, General Motor, governo, industria automobilistica, macchine, massa, mercato, Messico, mondo, obama, rinascita, stati uniti, tasse

Info Oscar Bartoli

Oscar Bartoli, Avvocato, giornalista pubblicista, collabora con molti media italiani. Risiede negli Stati Uniti dal 1994 e vive tra Washington D.C. e Los Angeles. Ha lavorato per molti anni nel gruppo SMI,leader europeo nel settore metalli non ferrosi, successivamente nell’IRI come responsabile dei contatti con i media e in seguito direttore IRI USA. Ha insegnato per dieci anni alla scuola di giornalismo della Luiss e per due anni alla Catholic University di Washington DC. Tiene un corso sulla comunicazione nel Master di Relazioni Internazionali dello IULM di Milano. Da giovane, per pagarsi gli studi ma, soprattutto, perche’ gli piaceva, ha lavorato come chitarrista – cantante suonando nelle case del popolo, circoli cattolici, night clubs, radio e televisione. Gli articoli per la rubrica Pillole d’Oltreatlantico sono pubblicati dal blog Letter from Washington DC

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Luca Bagatin su Spagna e Francia in piazza, l’Italia bipopulista: Europa a rischio sfascio…
  • Gianni su Emergenza casa: tra legalità calpestata e la distorsione del welfare nazionale
  • Luca Bagatin su Nobel a Pillay, uno schiaffo alla lotta contro l’antisemitismo
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgia, credimi: pace impossibile con la jihad
  • Leone Vincenzo su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio
  • Ugo Malasoma su Naza non è un film documento ma verità amputata
  • Anna La Mattina su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti