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diversamente italiani

di Carmela Panariello Franchini | 29 Novembre 2015

DIVERSAMENTE ITALIANI 2

 

 

il pensiero della Costituzione negli interventi dei Padri Costituenti

[Il 24 marzo 1947, nella seduta pomeridiana, l’Assemblea Costituente prosegue l’esame degli emendamenti agli articoli delle «Disposizioni generali».]

Presidente Terracini. L’ordine del giorno reca: Seguito della discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana. L’altro giorno, è stato approvato l’articolo primo; occorre adesso esaminare la richiesta presentata dagli onorevoli Fanfani, Tosato, Meda, Gronchi, Angelini, Balduzzi, Avanzini, Ponti, Carratelli, Taviani, Quintieri Adolfo di collocare gli articoli 6 e 7 del Progetto — salvi gli emendamenti di sostanza proposti — subito dopo l’articolo 1.

La Commissione, già interpellata, ha dichiarato di accettare la proposta. Se non vi sono opposizioni, procederemo in tal senso.

(Così rimane stabilito).

[…]

Presidente Terracini. […] Si passa ora all’esame dell’articolo 7, che diverrà articolo 3:

«I cittadini, senza distinzione di sesso, di razza e lingua, di condizioni sociali, di opinioni religiose e politiche, sono eguali di fronte alla legge.

«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza degli individui e impediscono il completo sviluppo della persona umana».

Su questo articolo sono stati presentati alcuni emendamenti. Gli onorevoli Fanfani, Grassi, Moro, Tosato, Bulloni, Ponti, Clerici, hanno proposto di sostituirlo col seguente, da collocarsi come articolo 3:

«I cittadini, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di condizioni sociali, di religione e di opinioni politiche, hanno pari dignità sociale e sono eguali di fronte alla legge.

«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il completo sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale dell’Italia».

Una formula identica hanno proposto gli onorevoli Amendola, Laconi, Iotti Leonilde, Grieco.

Ha chiesto di illustrare il testo proposto l’onorevole Laconi. Ne ha facoltà.

Laconi. Come l’onorevole Moro ha rilevato poco fa per l’emendamento proposto all’articolo 6, così io rilevo che l’emendamento da noi proposto all’articolo 7 non incide in questioni di sostanza.

La prima modificazione che proponiamo è la sostituzione della parola «religione» alle parole «opinioni religiose»; ritengo che, trattandosi d’una questione puramente formale, ogni motivazione sarebbe superflua.

Le modificazioni più importanti che noi proponiamo sono tre: la prima consiste nell’aggiunta del principio di una «pari dignità sociale», che andrebbe unito all’«eguaglianza di fronte alla legge». Noi pensiamo, infatti, che sia conveniente che non vada perduto nella formulazione ultima di questo articolo quel concetto che era stato introdotto dalla prima Sottocommissione, allorché l’aveva per la prima volta formulato, nella sua preliminare stesura.

Si era allora proposto che, oltre all’«eguaglianza di fronte alla legge» si stabilisse doversi a tutti i cittadini uguale trattamento sociale.

Noi riteniamo che questo concetto debba essere mantenuto e, se anche la dizione «trattamento sociale» può o potrebbe prestarsi ad equivoci o risultare poco chiara, pensiamo che debba risaltare almeno il suo contenuto essenziale: il fatto, cioè, che ad ogni cittadino compete nell’ordinamento sociale italiano una pari dignità sociale, qualunque sia la sua condizione e l’attività che svolge.

Si potrebbe osservare che questa «parità» di dignità sociale può essere in qualche modo compresa nella «eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge».

In realtà non è così e lo dimostra il fatto che, anche in altri punti del progetto di Costituzione, la Commissione dei 75 ha ravvisato la necessità di prevedere il trattamento dovuto ai cittadini, come dove si parla del trattamento ai detenuti, stabilendo che sia a tutti dovuto un trattamento inspirato a criteri di umanità. Evidentemente non si ritiene che il principio di pura e semplice eguaglianza di fronte alla legge valga anche ad eliminare tutte le differenze di trattamento che corrispondono alla condizione del cittadino e al posto che egli occupa nella scala sociale.

Per tutte queste ragioni, noi riteniamo che la pari dignità sociale debba essere introdotta accanto all’eguaglianza di fronte alla legge.

Altra modificazione è quella che riguarda l’introduzione delle parole «di fatto», subito prima di «libertà ed uguaglianza». Ma in realtà non si tratta di una vera e propria modificazione perché, per espresso riconoscimento del Presidente della Commissione dei 75, tale omissione non è stata che un errore manuale. Noi pertanto desideriamo correggere questo errore, ristabilendo la formulazione precisa già proposta dalla Sottocommissione ed approvata dalla Commissione dei 75.

Teniamo comunque a precisare che l’introduzione di queste parole conferisce a tutto l’articolo un più particolare e più pregnante significato, in quanto i limiti che sono posti oggi alla libertà e all’eguaglianza dei cittadini non sono limiti di ordine formale — e ciò risulta da tutto il testo della Costituzione che noi andiamo in questo momento elaborando — ma sono appunto limiti di fatto che la Repubblica si impegna a superare, attraverso lo svolgimento di una particolare politica sociale e attraverso l’attuazione di quegli stessi principî che noi avremo introdotto nella Costituzione.

Ultima modificazione di qualche rilievo che noi proponiamo è quella che comporta lo spostamento del principio di un’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, sociale ed economica dell’Italia, dall’articolo primo, dov’era inserito, a questo terzo articolo. Noi abbiamo già motivato questo spostamento allorché si trattava di omettere questa particolare formulazione nell’articolo primo; ma non è forse inutile precisare qui il valore che ha per noi tale spostamento. Invece che ammettere questa effettiva partecipazione come una realtà di fatto, come una conquista già raggiunta, noi riteniamo che essa debba risultare qui attraverso un’argomentazione e che debba essere posta tra quei compiti della Repubblica che, pur non corrispondendo a situazioni attuali o immediatamente realizzabili, sono però nelle prospettive della sua azione politica, di tutto un rinnovamento istituzionale e politico della vita sociale ed economica del nostro Paese.

Per tutte queste ragioni noi presentiamo questo emendamento così formulato. La sua collocazione nell’articolo 3 tende a porlo in un particolare rilievo e ad affermare, tra i principî fondamentali della democrazia italiana, quello che la Repubblica indirizza tutta la sua azione politica verso l’attuazione di quei diritti di libertà e di eguaglianza che furono affermati nel secolo scorso, ma non poterono, per le perduranti disuguaglianze sociali trovare una piena ed effettiva attuazione.

Presidente Terracini. Ha facoltà di parlare l’onorevole Cingolani, per svolgere il seguente emendamento:

«Al primo comma, sostituire alla parola: razza, la parola: stirpe».

Cingolani. Mantengo il mio emendamento, onorevoli colleghi, unicamente per un atto di doverosa cortesia verso le comunità israelitiche italiane, che hanno fatto conoscere a parecchi di noi — avrete quasi tutti ricevuto le circolari — che sarebbe loro desiderio che alla parola «razza» sia sostituita la parola «stirpe». Essendo gli israeliti italiani stati vittime della campagna razzista fatta dal nazi-fascismo, a me sembra che accogliere il loro desiderio corrisponda anche ad un riconoscimento della loro ripresa di una perfetta posizione di uguaglianza fra tutti i cittadini italiani. (Applausi al centro).

Presidente Terracini. Ha facoltà di parlare l’onorevole Benvenuti, per svolgere il seguente emendamento:

«Dopo il primo comma, aggiungere:

«Essi devono adempiere al dovere della solidarietà politica, economica e sociale».

Benvenuti. Non ho nulla da aggiungere, perché il concetto è già stato espresso nell’articolo 6. Ritiro pertanto l’emendamento.

Presidente Terracini. L’onorevole Russo Perez ha proposto di sopprimere il secondo comma dell’articolo 6.

Non essendo presente, l’emendamento si intende decaduto.

L’onorevole Condorelli ha già svolto il seguente emendamento:

«Sostituire il secondo comma col seguente:

«È compito della Repubblica integrare l’attività degli individui, diretta a superare gli ostacoli d’ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza e impediscono il completo sviluppo della persona umana».

Ha facoltà di parlare l’onorevole Malagugini, per svolgere il seguente emendamento, firmato anche dagli onorevoli Dugoni, Targetti, De Michelis:

«Al secondo comma, dopo la parola: limitano, aggiungere le parole: di fatto».

Malagugini. Il mio emendamento si limitava semplicemente ad aggiungere al testo della Commissione le parole «di fatto» che, come abbiamo appreso dal collega Laconi — con riferimento a precedenti dichiarazioni del Presidente Ruini — erano state omesse solo per una svista nella redazione del testo definitivo. Ritiro pertanto l’emendamento.

Debbo però aggiungere che noi accettiamo anche l’ultima parte della formulazione dell’articolo 7 proposta dagli onorevoli Fanfani, ecc.; e precisamente le parole: «…e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale dell’Italia».

Quest’ultima parte, riferendosi all’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori, ecc., è un inciso che, se ben ricordo, il compagno e collega Basso avrebbe voluto fosse incluso nel primo articolo, e che ha poi accettato dovesse trovar posto nell’attuale articolo 7.

Con questi chiarimenti noi voteremo l’articolo così emendato e completato.

Presidente Terracini. Chiedo all’onorevole Laconi se accetta la modifica proposta dall’onorevole Cingolani.

Laconi. Noi non possiamo accettare questa proposta, che è già stata presa in esame da tutti coloro che hanno presentato l’emendamento, sia da parte democristiana che da parte nostra. Non possiamo accettarla, perché in questa parte dell’articolo vi è un preciso riferimento a qualche cosa che è realmente accaduto in Italia, al fatto cioè che determinati principî razziali sono stati impiegati come strumento di politica ed hanno fornito un criterio di discriminazione degli italiani, in differenti categorie di reprobi e di eletti.

Per questa ragione, e cioè per il fatto che questo richiamo alla razza costituisce un richiamo ad un fatto storico realmente avvenuto e che noi vogliamo condannare, oggi in Italia, riteniamo che la parola «razza» debba essere mantenuta. Ciò non significa che essa debba avere alcun significato spregiativo per coloro che fanno parte di razze differenti da quella italiana. Basta aprire un qualsiasi testo di geografia per trovare che gli uomini si dividono in quattro o cinque razze: e questa suddivisione non ha mai comportato, per se stessa, alcun significato spregiativo. Il fatto che si mantenga questo termine per negare il concetto che vi è legato, e affermare l’eguaglianza assoluta di tutti i cittadini, mi pare sia positivo e non negativo.

Presidente Terracini. L’onorevole Selvaggi ha presentato il seguente emendamento:

«Sostituire al secondo comma il seguente:

«Lo Stato favorisce le provvidenze atte ad assicurare lo sviluppo della persona umana».

L’onorevole Corbino ha presentato il seguente emendamento, firmato anche dall’onorevole Lucifero ed altri:

«Sostituire il secondo comma col seguente:

«È compito dello Stato rendere possibile il completo sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione economica e sociale della Nazione».

Chiedo all’onorevole Selvaggi se mantiene il suo emendamento.

Selvaggi. Ritiro il mio emendamento ed accolgo l’emendamento presentato dall’onorevole Corbino.

Presidente Terracini. L’onorevole Corbino ha facoltà di svolgere il suo emendamento.

Corbino. Ho presentato un emendamento al secondo comma di questo articolo, perché questa Repubblica che rimuove gli ostacoli è una cosa che non riesco a vedere. Io penso che sia dovere dello Stato quello di facilitare lo sviluppo della persona umana, e questo noi dobbiamo ora affermare nella Costituzione; ma, rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che cosa significa? Potrebbe significare eventualmente togliere qualsiasi garanzia di ordine giuridico, economico e sociale, togliere allo Stato la sua natura di Stato. Se l’obiettivo che noi vogliamo raggiungere è quello dello sviluppo della personalità umana, affermiamolo dicendo che lo Stato assume il compito di fare sviluppare al massimo la personalità umana.

Nella seconda parte del mio emendamento parlo di partecipazione effettiva dei cittadini, non più riferita all’organizzazione politica, perché la partecipazione dei cittadini alla organizzazione politica è garantita dal primo comma dell’articolo 7, che assicura l’eguaglianza di tutti di fronte alla legge.

Siccome su questo punto, in sede di discussione generale, tutti gli oratori hanno avuto occasione di esprimere il loro pensiero, credo che anche il mio, espresso in così breve spazio e con così limitato numero di parole, possa essere capito per quello che è, e cioè non come desiderio di non volere, sia come gruppo, sia come organizzazione politica, accettare a che si diano i mezzi che lo Stato dovrà approntare per lo sviluppo della personalità umana, ma soltanto identificare questo fine dell’attività dello Stato con qualche cosa che sia meno materializzato di questo «rimuovere gli ostacoli» che potrebbe dare l’idea di una squadra di operai intenti a levare dei massi, a togliere dalla strada qualche cosa per far passare l’uomo, quell’uomo al quale noi, con il primo comma dell’articolo, garantiamo tutti i diritti di fronte alla legge.

Presidente Terracini. Ha chiesto di parlare l’onorevole Arata. Ne ha facoltà.

Arata. Vorrei pregare i presentatori dell’emendamento a firma Laconi se, almeno a titolo di raccomandazione, possono accettare che alla espressione «è compito della Repubblica» sia sostituita l’altra «è compito dello Stato», e ciò perché la Repubblica non è che una forma dello Stato. (Commenti).

Presidente Terracini. Onorevole Laconi, accetta questa modifica?

Laconi. Anche a nome degli altri proponenti, dichiaro di non poter accogliere la raccomandazione dell’onorevole Arata, perché la Repubblica è la forma in cui si estrinseca, giuridicamente, lo Stato.

Presidente Terracini. L’onorevole Presidente della Commissione ha facoltà di esprimere il suo avviso sugli emendamenti mantenuti.

Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione. La Commissione non ha nulla da opporre agli emendamenti qui presentati, identici, dell’onorevole Fanfani e dell’onorevole Amendola.

Sugli elementi nuovi che questi emendamenti apportano, osserva soltanto: il Comitato di redazione non aveva accolto la tesi di stabilire l’eguaglianza di «trattamento sociale» perché era espressione non definita, che si poteva prestare ad equivoci. Di fronte alla nuova proposta di «dignità sociale» vengono meno, se non tutte, molte dubbiezze, e non vi è ragione di opporsi. Quando si toccano certe note, come questa della dignità umana, bisogna inchinarsi.

Il Comitato aveva omesso le parole «di fatto» perché, come era stato rilevato anche da qualche comunista, non vi era dubbio che, essendosi prima sancito l’eguaglianza di diritto, qui si trattava di eguaglianza di fatto. Però anche qui, di fronte ad un dubbio espresso, si accetta la proposta di modificazione.

Vengo ora alla trasposizione al nuovo articolo 6 della disposizione sulla «rimozione degli ostacoli». Questa proposta è stata virtualmente decisa a proposito dell’articolo primo, quando abbiamo stabilito di non collocare là questa affermazione, ma di collocarla in fondo alla delineazione dei caratteri fondamentali della Repubblica.

Mentre l’onorevole Russo Perez vorrebbe eliminare la disposizione, l’onorevole Condorelli preferisce limitare il compito della Repubblica ad «integrare le attività individuali dirette ad attuare, ecc.». Con ciò si negherebbe ogni attività diretta dello Stato; il che non sembra ammissibile.

Né vi concorda l’onorevole Corbino che propone di togliere l’espressione «rimuovere gli ostacoli» per mettere invece «rendere possibile»; dove si può vedere una estensione più che una limitazione, di eventuali attività dello Stato. L’onorevole Corbino non ama, e trova quasi inconcepibile, l’espressione «rimuovere gli ostacoli». Ma la sua antipatia è forse esagerata: anche un liberista, quale egli è, dice e sostiene che si debbono rimuovere gli ostacoli alla libera concorrenza. La frase dunque non è senz’altro eretica. Io riconosco lo spirito che anima la proposta dell’onorevole Corbino; e l’espressione è forse più lata di ciò che egli intenda. Ma osservo che nella proposta Fanfani-Amendola il testo forma ormai un tutto organico, ed ha un valore che verrebbe alterato con altri ritocchi.

Per quanto riguarda l’osservazione dell’onorevole Arata di sostituire «Stato» a «Repubblica» la Commissione unanime ha ritenuto di designare con l’espressione «Repubblica» l’insieme di tutte le attività e funzioni sia dello Stato come tale, sia delle Regioni e degli altri enti pubblici. Non vi è stata soltanto l’opportunità di accentuare il nuovo carattere repubblicano dello Stato, ma vi è stata altresì una esigenza di precisione tecnica che l’onorevole Arata vorrà riconoscere.

Un’ultima risposta io debbo all’onorevole Cingolani. Si potrebbe apprezzare la parola «stirpe» e preferirla a quella di «razza», per quanto anche razza abbia un significato ed un uso scientifico, oltreché di linguaggio comune. Comprendo che vi sia chi desideri liberarsi da questa parola maledetta, da questo razzismo che sembra una postuma persecuzione verbale; ma è proprio per reagire a quanto è avvenuto nei regimi nazifascisti, per negare nettamente ogni diseguaglianza che si leghi in qualche modo alla razza ed alle funeste teoriche fabbricate al riguardo, è per questo che — anche con significato di contingenza storica — vogliamo affermare la parità umana e civile delle razze. (Approvazioni).

Cingolani. Dichiaro di ritirare il mio emendamento.

Presidente Terracini. Metto in votazione il primo comma dell’articolo 7 destinato a divenire il primo comma dell’articolo 3, nella formulazione proposta dagli onorevoli Laconi, Moro ed altri:

«I cittadini, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di condizioni sociali, di religione e di opinioni politiche, hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge».

(È approvato).

Passando al secondo comma, porrò prima in votazione la formula proposta dagli onorevoli Corbino, Lucifero ed altri, che è quella che si allontana di più dal testo originario. Essa dice:

«È compito dello Stato rendere possibile il completo sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i cittadini all’organizzazione economica e sociale della Nazione».

Fanfani. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.

Presidente Terracini. Ne ha facoltà.

Fanfani. Noi voteremo contro la proposta di emendamento fatta dagli onorevoli Corbino e Lucifero, dichiarando di apprezzare il tentativo da essi compiuto di richiamare l’attenzione sul fatto che non si tratta soltanto di rimuovere gli ostacoli preesistenti, ma di svolgere anche un’azione positiva.

Tuttavia partiamo dalla constatazione della realtà, perché mentre con la rivoluzione dell’89 è stata affermata l’eguaglianza giuridica dei cittadini membri di uno stesso Stato, lo studio della vita sociale in quest’ultimo secolo ci dimostra che questa semplice dichiarazione non è stata sufficiente a realizzare tale eguaglianza, e fa parte della nostra dottrina sociale una serie di rilievi e di constatazioni circa gli ostacoli che hanno impedito di fatto la realizzazione dei principî proclamati nell’89.

In vista di queste considerazioni, noi, pur apprezzando l’intendimento dei nostri colleghi, manteniamo fermi il nostro voto e il nostro apprezzamento. (Commenti a destra).

Presidente Terracini. Pongo ai voti l’emendamento Corbino testé letto.

(Non è approvato).

Pongo ai voti l’emendamento dell’onorevole Condorelli:

«Sostituire il secondo comma col seguente:

«È compito della Repubblica integrare l’attività degli individui, diretta a superare gli ostacoli d’ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza e impediscono il completo sviluppo della persona umana».

(Non è approvato).

Pongo ai voti l’emendamento nella formulazione degli onorevoli Laconi, Moro ed altri:

«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il completo sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale dell’Italia».

(È approvato — Applausi a sinistra).

Pongo ai voti nel suo complesso l’articolo 7, che diventerà articolo 3 della Costituzione:

«I cittadini, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di condizioni sociali, di religione e di opinioni politiche, hanno pari dignità sociale e sono eguali di fronte alla legge.

«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il completo sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale dell’Italia».

(È approvato — Vivi applausi).

Pubblicato in : Primo pianoTag: assemblea costituente, cittadini italiani, commissione, considerazioni, costituzione, De Michelis, democrazia, dichiarato, disposizione, espressione, fascismo, italia, la repubblica, natura, nazi, razzismo, religione, repubblica, repubblica italiana, secolo scorso, sviluppo, uguaglianza

Info Carmela Panariello Franchini

Carmela Panariello Franchini è avvocato civilista del Foro di Napoli. Lettrice attenta della società e del costume, che tende a decodificare perchè la verità è sempre altrove.

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diversamente italiani

di Redazione Pensalibero.it | 17 Novembre 2015

DIVERSAMENTE ITALIANI 2

il pensiero della Costituzione negli interventi dei Padri Costituenti

 

[Il 22 marzo 1947, nella seduta pomeridiana, l’Assemblea Costituente inizia l’esame degli emendamenti agli articoli delle «Disposizioni generali»]

 

Coppa. […] Ai successivi comma, cioè: «La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», noi abbiamo sostituito — l’onorevole Mario Rodinò ed io — questa formulazione: «Suo fondamento è l’unità nazionale. Sua meta è la giustizia sociale», non perché ci sia un partito preso contro il lavoro. Io, che ho l’onore di parlarvi, posso dirmi un autentico lavoratore, perché penso che l’unica mia ricchezza non voglia essere condivisa da nessuno dei presenti: posseggo due metri quadrati di terra in un certo luogo dove, credo, nessuno dei presenti vorrà farmi compagnia e dove spero di andare il più tardi possibile! Dunque, non c’è partito preso contro il lavoro; però, siccome ritengo che il lavoro sia un mezzo e non un fine, non so spiegarmi come qualche cosa che sia un mezzo e uno strumento possa essere la base dell’ordinamento giuridico di uno Stato; mentre oggi che si parla tanto di autonomie — e naturalmente da qualche banco è partita anche una voce non bene accolta, e non poteva essere bene accolta — è logico affermare, in un momento in cui alcune parti vive della nostra Patria, della nostra Nazione, sono state o stanno per essere distaccate dallo Stato italiano, che il fondamento di questo Stato non possa essere che la unità nazionale.

Un’altra considerazione ancora mi ha fatto escludere il concetto del lavoro. Qui si parla di lavoro e di lavoratori, e si è detto che tutti siamo lavoratori; ma come si può conciliare questa affermazione con un recente progetto di legge presentato dall’illustre amico Ministro Romita circa l’amministrazione degli istituti di assistenza ai lavoratori, nel quale egli auspica una maggiore partecipazione dei lavoratori all’amministrazione degli istituti stessi? Con questa affermazione, evidentemente, il Ministro Romita fa una distinzione fra lavoratori e lavoratori e, naturalmente, in una Costituzione non ci devono essere parole che si prestino ad equivoci.

Non solo; abbiamo sentito parlare dell’avvento al Governo delle classi lavoratrici. Dunque, questa affermazione comprende un progetto che intende affidare la cosa pubblica soltanto ai lavoratori. E allora c’è anche da domandarsi, siccome si parla di lavoratori e di funzioni, se nel campo complesso del lavoro si voglia creare un’antitesi fra datori di lavoro e prestatori d’opera. Perciò appunto riteniamo che nella Costituzione debbano essere bandite le frasi che possono dar luogo ad equivoci.

[…]

Presidente Terracini. […] Passiamo ora agli altri emendamenti, fra i quali i seguenti sono già stati svolti:

Sostituirlo col seguente:

«L’Italia è una Repubblica democratica.

«La Repubblica italiana ha per fondamento essenziale il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori del braccio e della mente all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

«La sovranità risiede nel popolo ed è esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione e delle leggi.

«Russo Perez».

Sostituirlo col seguente:

«L’Italia si regge a Repubblica democratica.

«La Repubblica italiana ha per fondamento la sovranità popolare e la partecipazione effettiva di tutti i cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

«Il potere spetta al popolo ed è esercitato nelle forme e nei limiti della Costituzione e delle leggi.

«Condorelli».

[…]

«Al primo comma, alla parola: democratica, aggiungere le parole: di lavoratori.

«Basso, Targetti, Nenni, De Michelis, Gullo Fausto, Togliatti».

Ove l’aggiunta non sia approvata, sostituire il comma col seguente:

«L’Italia è una Repubblica democratica, che ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale.

«Basso, Bernini, Targetti, Tonetti, Malagugini, Morandi, Sansone, Amadei, Dugoni, Romita, Fogagnolo, Merlin Angelina, Cacciatore, Lupis».

[…]

Il primo degli emendamenti non ancora svolti è quello dell’onorevole Cortese:

Sostituirlo col seguente:

«L’Italia è una Repubblica democratica.

«La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e garantisce la partecipazione effettiva di tutti i cittadini all’organizzazione economica, politica e sociale del Paese.

«La sovranità appartiene al popolo; nessuna parte del popolo e nessun individuo può attribuirsene l’esercizio.

«La sovranità si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione e delle leggi».

L’onorevole Cortese ha facoltà di svolgerlo.

Cortese. L’emendamento da me proposto porta tre innovazioni al testo dell’articolo 1° del progetto: due sostitutive e una aggiuntiva.

[…]

Col secondo emendamento sostitutivo, lasciandosi intatta la dizione: «La Repubblica ha per fondamento il lavoro», si soggiunge: «e garantisce la partecipazione effettiva di tutti i cittadini alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Io non credo che possa questo emendamento legittimare alcun timore circa una possibile lesione dei diritti dei lavoratori, i quali come cittadini hanno tutti i diritti politici, nonché quegli ampi diritti sociali che la Costituzione contempla, e la cui posizione, nello stesso articolo 1, è resa preminente per il riconoscimento che l’articolo 1 fa del lavoro, quale fattore fondamentale della vita e dello sviluppo della Repubblica.

A proporre questo emendamento io sono stato indotto non solo dal rilievo che ogni Costituzione, com’è naturale, si rivolge al cittadino, ma dall’indicativo discorso dell’onorevole Togliatti e dalle parole pronunciate l’altro ieri dall’onorevole Amendola.

L’onorevole Togliatti ha dichiarato che egli ritiene che la classe politica dirigente italiana pre-fascista sia responsabile dell’avvento del fascismo e della conseguente catastrofe, e che ad essa, fallita e colpevole, è da sostituirsi una nuova classe dirigente: tale giudizio e la congiunta sanzione dovrebbero trasferirsi dal piano politico al piano costituzionale ed in tali sensi dovrebbe interpretarsi l’articolo 1. Poiché è da escludersi che la precedente classe dirigente fosse fatta da oziosi, per modo da doversi sostituire ora con quella dei lavoratori, e poiché è del pari da escludersi che l’onorevole Togliatti abbia ripudiato gli elementi fondamentali della dottrina marxista, io sono preso dal grave timore che con la espressione «classe dirigente precedente» si debba intendere una determinata classe sociale e parimenti la espressione «nuova classe dirigente dei lavoratori» si debba intendere nel senso rigorosamente classista, e cioè con esclusione dalla direzione della cosa pubblica di tutte le altre classi destinate a scomparire, secondo una formula che è tipica del marxismo. E mi sovviene a questo punto il ricordo di uno di quegli slogan fatali e squillanti che l’onorevole Nenni predilige: delenda est borghesia! Traduco: è da distruggere la borghesia! Lo slogan, che ricordo in questo momento, mi induce a pensare che in questo punto s’incontrino l’onorevole Nenni e l’onorevole Togliatti e che quella classe, fallita e responsabile, da estromettere dalla direzione pubblica del Paese, sia proprio la borghesia.

Io, qui, inseguito dalle lancette dell’orologio nel limite di 10 minuti, non intendo fare il processo del passato e dimostrare come la sentenza dell’onorevole Togliatti sia, per lo meno, unilaterale, perché non tiene conto della responsabilità di quei partiti che, agitando per primi miti insurrezionali, disavvezzarono dal rispetto alle istituzioni liberali e dalla legalità, e facendo ricorso alla violenza (Rumori) determinarono le condizioni per quali sorse ed avanzò l’infausto fascismo.

Io mi preoccupo soltanto che l’articolo 1 della nostra Costituzione possa assumere una colorazione classista attraverso la formula contenuta nel primo comma e sancisca il diritto esclusivo d’una classe a dirigere la vita del Paese. E mi piace ricordare qui quanto perspicuamente ha scritto il collega comunista onorevole Marchesi in una sua relazione: «Lo Stato non è costituito dalla maggioranza dei cittadini, ma da tutti i cittadini e non deve essere rappresentante dei più e tollerante dei meno». La classe dirigente politica del Paese non può essere espressa con esclusività da una classe sociale, sia pure essa nobile e numerosa, ma la classe dirigente è quella che si forma attraverso la libera scelta del corpo elettorale.

[…]

Fanfani. […] Al secondo comma dell’articolo 1 si rimprovera il senso puramente esplicativo che sembra renderlo un po’ fuori posto in quel luogo. Ciò è tanto vero che il demo-cristiano Clerici, in un emendamento poi ritirato, e il liberale Crispo lo posponevano alla materia trattata nel terzo comma, relativo alla sovranità.

[…]

Non sarebbe completa l’espressione dell’emendamento sostitutivo, ove non si avvertisse che la contrazione da noi operata del secondo comma dell’articolo primo del progetto nella semplice espressione «fondata sul lavoro», poteva lasciare scontenti quanti avevano votato — ed io sono tra quelli — nella Commissione dei Settantacinque anche la dizione del progetto circa la partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale dello Stato.

Uno Stato si definisce nei suoi caratteri costitutivi e nella sua missione storica. La definizione della nostra Repubblica avviene nel primo comma dell’articolo primo, e se nello stesso articolo fosse compiuto un tentativo di definizione della missione storica della Repubblica, questa definizione in due o tre parole riuscirebbe monca e per ragioni di spazio e di collocazione forse si troverebbe fuori posto e perderebbe forza. Occorre quindi che la definizione della missione storica della nostra Repubblica abbia uno sviluppo adeguato e non si concluda sommariamente in poche parole dell’articolo primo. È per questo motivo che abbiamo pensato di far seguire a quell’articolo primo, così come è da noi suggerito, la materia contenuta negli articoli 6 e 7 del progetto, trasportandola, con opportuni emendamenti rafforzativi e sveltitori, negli articoli due e tre.

In questa maniera riteniamo di poter rafforzare l’indicazione della novità e della missione storica della nostra Repubblica, quale risulta evidentissimamente dal dettato attuale, e ci sembra, ancora più, da quello da noi proposto, degli articoli 6 e 7.

Non leggo questi testi, perché a suo tempo saranno letti e commentati. Basti per il momento averli ricordati, a chiarimento della mia asserzione che, nel complesso, il nuovo testo non indebolirà, ma rafforzerà, l’affermazione sociale e solidaristica dell’attuale articolo 1.

Coll’articolo da noi proposto conserviamo la novità della Repubblica fondata sul lavoro, evitando una dizione, come quella proposta dall’onorevole Basso, la quale, per precedenti storici, per formulazioni teoriche, che non si possono sopprimere, può apparire, a parte della popolazione italiana, classistica e, perciò, può allontanare qualche consenso, che certamente non è superfluo, alla nostra Repubblica, in mezzo alle popolazioni italiane.

[…]

Presidente Terracini. Segue l’emendamento dell’onorevole Fabbri, così formulato:

«Al secondo comma sostituire alle parole: il lavoro, le parole: la giustizia sociale, e alla parola, lavoratori, la parola: cittadini».

L’onorevole Fabbri ha facoltà di svolgerlo.

Fabbri. Il mio emendamento si propone semplicemente di eliminare quelli che a me appaiono errori di fatto.

In sostanza, l’affermazione che lo Stato si fonda sul lavoro non ha niente di nuovo e di peregrino; ed in quelle dimensioni in cui questa verità deve essere riconosciuta, essa è sempre stata vera anche in periodi storici completamente diversi da quello attuale.

Anche nel periodo del lavoro schiavista e dello sfruttamento più completo del lavoro, gli Stati, in gran parte, ma non totalmente, si sono sempre basati sul lavoro, il quale è una delle forze più decisive, concorrenti alla organizzazione sociale.

Non si tratta, quindi, di dire una parola nuova né di fare una scoperta. Se noi dobbiamo caratterizzare in qualche modo la nostra Carta costituzionale con una enunciazione, la quale ne richiami le aspirazioni veramente nuove e sulle quali ci si può trovare tutti d’accordo, essa può essere quella della giustizia sociale, che effettivamente, come fondamento dell’organizzazione politica, non si è verificata in tutti i tempi; e noi desideriamo, credo unanimemente, che si realizzi e si introduca con la nuova Costituzione. La mia dicitura quindi, che si riferisce alla sostituzione di una parola, è semplicemente per dire una cosa vera e per sostituire un’aspirazione reale ad una affermazione del tutto banale e per se stessa inconcludente, ove la si privi di questa aspirazione e di questo desiderio di ordine politico, sul quale mi soffermo anche a proposito dell’altro emendamento con cui chiedo che all’espressione «i lavoratori» venga sostituita l’espressione «i cittadini».

Qui non si tratta più, secondo me, di introdurre un’aspirazione, ma si tratta di eliminare una restrizione, perché indiscutibilmente il concetto di lavoratori è preso in considerazione rispetto a quelli che sono i veri soggetti dell’organizzazione politica dello Stato.

Non è giusto, non corrisponde alla verità, implica un errore giuridico e politico, il pretendere di designare la generalità delle persone con l’epiteto di lavoratori, invece che con quello veramente universale ed assoluto e di tutti comprensivo di «cittadini».

Qualunque sia l’organizzazione dello Stato, anche la più socialista, la più comunista che si possa immaginare, gli appartenenti al complesso sociale saranno sempre contemporaneamente e dei lavoratori e delle persone che non lavorano; saranno delle persone che hanno già lavorato e che quindi hanno tutto il diritto di riposarsi, di andare in pensione (Ilarità a sinistra), senza con ciò decadere dai diritti politici; saranno dei fanciulli, i quali hanno pieno diritto di cittadinanza fino dalla nascita; e, se non sembrasse una espressione troppo cerebrale, direi ancora prima della nascita, perché anche i nascituri, quando sono nell’utero materno, sono virtualmente già dei cittadini, a condizione di nascere.

Quindi questa esclusione di vaste categorie di cittadini che non sono lavoratori in atto, la quale non può essere rettificata che dalla dichiarazione dell’onorevole Togliatti il quale ci diceva: «Con l’espressione di lavoratori, noi non intendiamo di escludere nessuno», non è giusta ed io dico che non ci deve essere la necessità di avere un articolo sbagliato nella sua dicitura, il quale poi debba correggersi con la dichiarazione integrativa dell’onorevole Togliatti. Dal momento che una parola ha un contenuto giuridico e politico preciso, qual è quella di cittadini, è essa che è veramente corretta, mentre la parola lavoratori è una parola che implica un concetto di categoria, un concetto di classe, un concetto che si riconnette ad un’interpretazione materialistica della storia alla quale buona parte di questa Camera non accede.

Io ritengo pertanto che debba essere corretto il testo formulato nel progetto e che quindi alla parola «lavoro» e a quella «lavoratori» debbano essere sostituite, come fondamento, la «giustizia sociale», e come titolari dei diritti, i «cittadini» e non soltanto i lavoratori. (Applausi a destra).

[…]

Presidente Terracini. […] Prima di passare alla votazione degli altri emendamenti, chiedo al Presidente della Commissione di esprimere su di essi il suo avviso.

Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione. Io rispetterò la regola della clessidra: parlerò meno di dieci minuti, per quanto debba pronunciarmi su molti emendamenti, perché credo che ormai sia l’ora della concretezza e occorra abbandonare le considerazioni generali.

Di tutte le proposte fatte ve n’è una che ha un valore pregiudiziale, ed è quella di trasferire la materia degli articoli 6 e 7 immediatamente dopo l’articolo 1, cosicché diventino articoli 2 e 3. La Commissione non ha nulla da opporre a questa proposta che tende a fissare subito, nei suoi lineamenti costitutivi ed essenziali, il volto della Repubblica.

[…]

Veniamo alle questioni più diffuse e più importanti, che vertono con una gamma di variazioni sul concetto di lavoro.

Onorevoli colleghi, coloro che hanno trovato che tutto il nostro progetto è un compromesso debbono constatare che qui il compromesso non c’è. Qui si tratta di tendenze che si sono delineate; io ne riferirò fedelmente come un notaio e voi potrete e dovrete scegliere. Mi è caro affermare che, prima delle divergenze, vi è stata un’idea ed una volontà comune: è necessario in una Carta costituzionale stabilire fin da principio che, oltre alla democrazia puramente politica, base di un nostro periodo glorioso di civiltà costituzionale, si deve oggi realizzare una democrazia sociale ed economica. Questo è il dato caratteristico che colorisce una nuova fase di storia. Nel testo della Commissione sul primo articolo sono ribaditi due concetti: della sovranità popolare, che è l’eredità del principio democratico come è giunto a noi; e la nuova aggiunta dell’elemento «lavoro». Si dice che è concetto indefinito. Ma vi sono altre nozioni fondamentali nelle Costituzioni che possono essere tacciate di indefinitezza. Pensate che cosa si soleva dire nel 1789 degli «immortali principî»; eppure hanno avuto una portata effettiva e concreta.

La Commissione è stata quasi unanimemente concorde nella necessità di accentuare questo aspetto nuovo della democrazia, che tiene conto dell’avanzarsi delle forze del lavoro. Vi è stato un dissenso, un nobile dissenso, manifestato con molta lealtà dall’onorevole collega Fabbri, nostro prezioso collaboratore in altre questioni. Egli non accoglie la nuova orientazione democratica; e vuol parlare di cittadini invece che di lavoratori. È chiaro il contrasto col senso della Commissione, che quindi non può accogliere il suo emendamento.

[…]

Dirò da ultimo che, nella proposta di trasposizione degli articoli 6 e 7 ad articoli 2 e 3, è implicita anche una trasposizione d’una parte dell’articolo 1, che riguarda «la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese». L’onorevole Fanfani ed i suoi colleghi ritengono che mettendo questo tratto alla fine del quadro che traccia la fisionomia della Repubblica, si acquista maggior efficacia; l’espressione di «rimuovere gli ostacoli» che si frappongono alla partecipazione integrale dei lavoratori è più forte, essi dicono, che un’espressione generica, usata in principio. Nel quale rilievo altri non consentono: gli onorevoli Basso e Targetti temono che, togliendola dal frontone del primo articolo, che resterebbe mutilato, la proposizione non acquisti, ma perda di vigore. Sono due punti di vista, fra cui è dato scegliere.

[…]

Presidente Terracini. […] Segue l’emendamento a firma degli onorevoli Basso, Bernini, Targetti, Tonetti, Malagugini, Morandi, Sansone, Amadei, Dugoni, Romita, Fogagnolo, Merlin Angelina, Cacciatore, Lupis, il quale, mentre nella sua prima parte fa propria sostanzialmente la formula che abbiamo testé approvata, e può quindi considerarsi limitatamente da questa assorbito, nella seconda parte può essere considerato come emendamento aggiuntivo alla formula stessa.

L’emendamento dice: «L’Italia è una Repubblica democratica che ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale».

Ha chiesto di parlare l’onorevole Condorelli. Ne ha facoltà.

Condorelli. Osservo che tanto nel mio emendamento, quanto in quello presentato dall’onorevole Fabbri alla parola «lavoratori» si sostituiva la parola «cittadini». Sarebbe quindi necessario procedere prima alla votazione di questo emendamento.

Presidente Terracini. Pongo allora in votazione la seconda parte del comma secondo dell’emendamento presentato dall’onorevole Condorelli:

«…e la partecipazione effettiva di tutti i cittadini all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

(Non è approvata).

Con la votazione testé avvenuta s’intendono decaduti anche l’emendamento dell’onorevole Fabbri e il secondo comma dell’emendamento Cortese. Dobbiamo ora passare alla votazione della seconda parte dell’emendamento Basso, Bernini, Targetti e altri.

Fanfani. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.

Presidente Terracini. Ne ha facoltà.

Fanfani. Noi voteremo contro l’emendamento dell’onorevole Basso, non perché non lo approviamo, ma perché ci pare che per la sua prima parte sia stato già approvato nell’aggiunta da noi proposta e, per la seconda parte, è stato da noi immesso, per ragioni di organicità, nell’articolo 7 — futuro articolo 3 — secondo l’emendamento da noi presentato; alla quale trasposizione si sono associati, del resto, anche i presentatori di analogo emendamento, onorevoli Amendola, Laconi, Iotti Leonilde, Grieco.

Grieco. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.

Presidente Terracini. Ne ha facoltà.

Grieco. Effettivamente, in un emendamento all’articolo 7 abbiamo introdotto i concetti contenuti nell’emendamento Basso e abbiamo proposto di spostare l’articolo 7 e portarlo all’articolo 3. A suo tempo saranno dette le ragioni di questa trasposizione; e pertanto, per motivi che concordano con quelli esposti dall’onorevole Fanfani, dovremo astenerci dalla votazione dell’emendamento Basso, perché in contraddizione con la nostra proposta di emendamento.

Valiani. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.

Presidente Terracini. Ne ha facoltà.

Valiani. Noi voteremo l’emendamento Basso, perché esprime principî politici e sociali, che sono suscettibili di conseguenze giuridiche, come si vedrà quando si discuterà dei consigli di gestione; ma non intendiamo con ciò associarci alla prima parte contenuta nell’emendamento Fanfani, perché espressione d’una filosofia corporativista. (Commenti).

Grassi. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.

Presidente Terracini. Ne ha facoltà.

Grassi. Devo dichiarare che in un primo momento io avevo presentato un emendamento o, per dir meglio, una modifica al testo della Commissione, che suonava così:

«Tutti i lavoratori partecipano alla organizzazione politica, economica e sociale della Repubblica».

Avevo presentato questo emendamento appunto per correggere una dizione imprecisa, dal punto di vista logico, ossia che la Repubblica, che è di per se stessa un ordinamento giuridico, potesse trovare il suo fondamento su altra organizzazione giuridica o politica del Paese.

Ora si riproduce da parte dell’onorevole Basso la stessa dizione, alla quale io dovrò votare contro, anche perché, in seguito ad una riunione di diversi componenti della Commissione di coordinamento, si trovò giusto di unificare il testo nella proposta Fanfani-Grassi, che fu accettata anche dagli onorevoli Laconi, Grieco ed altri.

Quindi, sia perché non sarebbe giuridicamente esatto dire che la Repubblica ha fondamento su altra organizzazione giuridica e politica del Paese, sia perché, il concetto della partecipazione dei lavoratori si è spostato all’articolo 3, non possiamo votare per l’emendamento Basso. La maggioranza della Commissione di coordinamento ritenne opportuno fare detto spostamento, in quanto è preferibile affermare che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, perché la partecipazione effettiva dei lavoratori nel campo economico e sociale potesse trovare la sua attuazione. Per queste considerazioni voteremo contro la proposta Basso.

Basso. Chiedo di parlare per dichiarazione di voto.

Presidente Terracini. Ne ha facoltà.

Basso. Credo che la trasposizione dall’articolo 1 all’articolo 7, anche se questo dovesse diventare successivamente 3, sia una diminuzione del significato di questo concetto di partecipazione effettiva dei lavoratori, in cui noi ravvisiamo veramente il solo concetto nuovo che sia affermato come il fondamento della Repubblica democratica italiana.

Ciò che contraddistingue una nuova democrazia, che non sia semplicemente formale, ma che intenda realmente fare appello a tutte le forze del lavoro, pensiamo che sia appunto questa affermazione d’una partecipazione effettiva e non soltanto nominale, di fatto e non soltanto di diritto, alla organizzazione politica, sociale ed economica del Paese.

Pensiamo che inserire questa dichiarazione nell’articolo 1 abbia veramente un significato fondamentale, nel senso che si afferma che, se questa partecipazione non si realizza e nella misura in cui non si realizza, non si realizza neppure la democrazia; ossia l’articolo 1 resta un puro flatus vocis.

Questo è il significato del nostro emendamento all’articolo 1.

Trasferito all’articolo 3, riteniamo che questo concetto perda la sua efficacia; epperciò insistiamo nel votarlo in sede di articolo 1.

Presidente Terracini. Pongo ai voti la seconda parte dell’emendamento Basso ed altri:

«… e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale».

(Non è approvata).

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diversamente italiani

di Carmela Panariello Franchini | 15 Ottobre 2015

DIVERSAMENTE ITALIANI 2

 

 

 

il pensiero della Costituzione negli interventi dei Padri Costituenti

 

[Il 20 marzo 1947 l’Assemblea Costituente prosegue la discussione generale delle «Disposizioni generali» del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.]

 

 

Capua. Desidero chiarire solamente, con due parole, una mia frase con la quale la collega onorevole Mattei, ha voluto polemizzare, forse perché non è stata interpretata nel suo esatto significato.

Dissi scherzosamente, nel mio discorso tenuto alcuni giorni fa, parlando delle urne, e ripetendo un vecchio motto popolare, che si potevano considerare infide, perché di genere femminile.

Ciò ha solamente il valore di una battuta, d’una di quelle scherzose battute che si interpolano in un discorso fra un concetto e l’altro, per renderlo meno barboso, perché, spesso, in questa sede, i discorsi che dobbiamo tenere sono barbosi.

Ora devo dichiarare che ogni parola che da ogni settore, giustamente, si leva in onore delle donne italiane, non può trovare che profonda eco nel nostro settore, perché noi, come tutti gli altri partiti, onoriamo e stimiamo altamente tutte le donne italiane, tutte indistintamente e quindi anche l’avversaria onorevole Mattei.

[…]

Rodinò Mario. […] Nella relazione che accompagna il progetto di Costituzione, il Presidente della Commissione dichiara che molti avrebbero desiderato di definire, subito e all’inizio del progetto, l’Italia «Repubblica di lavoratori», e che a tanto si è rinunziato soltanto per non creare parallelismi con altre Costituzioni che hanno forme di economia diverse da quella italiana. A me non sembra che ci sia una gran differenza tra il definire l’Italia, a similitudine della Repubblica sovietica, «Repubblica di lavoratori» come si sarebbe voluto fare, o definirla: «Repubblica che ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese», come si è fatto nel primo articolo delle disposizioni generali. Questa definizione premessa a quella della sovranità popolare, quasi si tratti di affermazione che preesista e superi i poteri di questa stessa sovranità (che, pure, è la base naturale di ogni democrazia), a me sembra ispirata da equivoche formalità demagogiche ed in evidente contraddizione con la precedente affermazione di democraticità della Repubblica, la quale importa e comporta la completa eguaglianza di tutti i cittadini nel diritto di partecipare alla direzione della cosa pubblica.

È di suprema utilità ed interessa specificare esattamente ed individuare, fin dal principio, la portata e la finalità delle affermazioni di questo progetto di Costituzione, ad evitare l’impostazione ufficiale di piani inclinati, che ignoriamo (o, meglio, non ignoriamo) a che cosa potrebbero condurci.

È noto che i testi marxisti e i partiti e le masse marxiste danno alla parola «lavoro» e «lavoratori» un significato molto più stretto e limitato di quello comune del vocabolario. La dizione, dunque, può prestarsi a doppie ed ambigue interpretazioni che, in una legge costituzionale, vanno evitate senza altro.

Gli italiani sono, per definizione tradizionale: «lavoratori»; tutta la loro storia è frutto delle loro braccia e del loro ingegno; tutta la loro terra ed infinite altre terre sono intrise del sudore della loro fronte; tutto il progresso della umanità, in ogni campo e in ogni settore, è legato al lavoro italiano.

Se per «lavoro», come è stato già detto qui dentro, deve intendersi e non può non intendersi, al disopra di ogni accezione di lavoro manuale, ogni azione ed ogni attività intese a procurare col braccio e con la mente un guadagno o una soddisfazione all’individuo ed un contributo materiale, intellettuale e morale alla vita comune, io, mi domando: chi è che non lavora in Italia? Tutti lavorano in Italia, o, meglio, tutti aspirano a lavorare, e, forse, il lavoro più degno è quello di coloro che si affaticano a creare ed ampliare ogni attività di lavoro per gli altri, e il più commovente è quello di tanti che lavorano disperatamente a cercare un lavoro, che per tutti non c’è.

Se dunque il lavoro, inteso nel senso ampio e lato di questa nobile parola, è già base e fondamento, e anzi la sola base e la sola speranza della vita italiana; e se la percentuale di quelli che vogliono non lavorare in Italia e che possono permettersi il lusso di avere questa volontà, ammesso che ve ne siano, è talmente irrisoria e trascurabile da non poter formare oggetto di particolari provvedimenti e individuazioni in tema di legge costituzionale, perché dare proprio all’inizio della nostra Costituzione la sensazione di un possibile conflitto e in ogni caso di una differenziazione fra popolo e lavoratori, quando, come già è stato detto, il popolo italiano è un popolo di lavoratori?

A conti fatti, se porre alla base della Costituzione la santità e la indispensabilità del lavoro, unica speranza e unica sostanza di vita per la Repubblica, è doverosamente sacro, la proclamazione di una non identificata classe di lavoratori, privilegiata nei confronti del laborioso popolo italiano, non ha e non può avere che uno scopo demagogico ed elettorale, quello di giocare sull’equivoco e di permettere a qualcuno di dire, basandosi sulla assonanza di nomi fatti — repubblica di lavoratori, partito di lavoratori, camera dei lavoratori: — «Ecco abbiamo già riservato i posti; di qui e solamente di qui si passa in base alla nuova Costituzione; solamente di qui si entra per partecipare alla organizzazione e alla vita del Paese!». (Commenti).

Dopo avere, e giustamente, affermato che il lavoro è il fondamento della Repubblica, più serio e più onesto sarebbe stato di preoccuparsi del problema di procurare il lavoro ai lavoratori italiani, anziché di quello, tanto più facile, di assicurare loro la partecipazione politica, che non potrebbe mai loro mancare in una repubblica ordinata democraticamente e secondo i principî della sovranità popolare.

A me sembra che, dopo aver proclamato la necessità del lavoro, unica e vera fonte della rinascita della Patria, troppo nel progetto in esame e con troppa sorprendente facilità si parla di assegnazioni di lavoro, di possibilità di lavoro, di benefici derivanti da una sempre più diffusa attività di lavoro, dimenticando che l’impiego di tutte le braccia e di tutti gli intelletti disponibili rimane per tutti i paesi in genere, e per il nostro in ispecie, il problema dei problemi.

Dopo le fandonie del fascismo, i cittadini hanno sete di sincerità ed è obbligo della democrazia, e quindi obbligo nostro, di rispondere a questa precipua e legittima esigenza.

Le manovre equivoche continuano. Durante le ultime elezioni fu affermata e diffusa una falsità: la Costituente vi darà pane e lavoro. Nelle prossime si darà vita ad una altra: la Costituzione ha assicurato a tutti il lavoro.

Non è giusto; consci della nostra responsabilità nei confronti del popolo, e assolutamente indifferenti alle sorti dei prossimi ludi elettorali, noi desideriamo che la Costituzione non rappresenti un inganno per nessuno e che i cittadini sappiano che tutti i provvedimenti derivanti dal lavoro italiano, privo di materie prime, sono e rimangono intimamente connessi e legati alla realizzazione di una sempre più vasta collaborazione economica internazionale. Come nell’articolo 4 di queste disposizioni generali è sancito e praticamente dichiarato che l’Italia, più che sulla forza delle sue armi, che non ha e che non può avere, conta, per i problemi della difesa e delle aggressioni, sull’esistenza di un’organizzazione internazionale che assicuri la pace e la giustizia ai popoli, così, anche per quanto riguarda i problemi del lavoro, occorrerebbe dichiarare in questa Costituzione, che il popolo italiano, per soddisfare le sue sempre crescenti necessità di lavoro, conta sul progressivo incremento di una collaborazione internazionale che renda possibile, nel nome di una superiore giustizia, lo scambio di materie prime con prodotti finiti.

Nessuno Stato, per quanto ricco e attrezzato, può infatti illudersi di vivere rinchiuso in se stesso, separato dalla comunità internazionale. Le follie dell’autarchia ci fanno oggi sorridere.

Mettere il lavoro quale fondamento della nuova Repubblica, va bene; ma le fondamenta, per rispondere alle funzioni di sostegno, debbono a loro volta essere ben poggiate e basate e non è possibile non domandarsi su che cosa poggeremo noi questo «lavoro-fondamento» che figura garantito a tutti i cittadini e sul quale ci affrettiamo ad imporre tutto l’edificio della nuova Repubblica. Il problema del lavoro, considerato soltanto come problema di carattere interno e nazionale, è del tutto irreale e insolubile, e malamente è stato posto a perno principale dell’organizzazione costituzionale.

[…]

Mi sembra, quindi, opportunissimo stabilire e ricordare chiaramente all’inizio di questa Costituzione, in un preambolo o in una disposizione generale (allo scopo di dare una impostazione base ed una finalità inequivocabile a tutto il testo del progetto) che la nostra esperienza — un’esperienza che ci è costata lacrime e sangue, la morte dei figli e la distruzione del Paese — ci insegna che è lo Stato accentratore e totalitario il principale nemico di quella autonomia e dignità della persona umana, che l’articolo 6 intende proteggere e custodire; è lo Stato accentratore e totalitario che va individuato e combattuto in tutte quelle manovre e quei metodi che gli italiani di oggi conoscono e riconoscono, ma, che quelli di domani potrebbero ignorare.

Ed è proprio in base alla nostra passata esperienza ed ai nostri ricordi totalitari che mi dichiaro nettamente ostile alla dizione dell’articolo 7 delle disposizioni generali, là dove esso assegna alla Repubblica il compito quanto mai imprecisato, elastico ed equivoco di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza degli individui, ecc.».

Questa equivoca dizione con la scusa di tendere ad una sempre maggiore uguaglianza sociale e di favorire lo sviluppo della persona umana, autorizza di fatto lo Stato a compiti ed azioni di così vasta e complessa portata, che potrebbero essere realizzati soltanto da uno Stato non meno autoritario e non meno totalitario di quello che è alla base di tutte le nostre sventure.

Pubblicato in : Primo pianoTag: assemblea costituente, commissione, comunità internazionale, conti, costituzione, democrazia, dichiarato, discorso, disposizione, donne italiane, elezioni, fascismo, italia, la repubblica, lavoro, popolo italiano, provvedimenti, repubblica, repubblica italiana, rinascita, scambio, sostegno, sovranità popolare, speranza, sviluppo

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Carmela Panariello Franchini è avvocato civilista del Foro di Napoli. Lettrice attenta della società e del costume, che tende a decodificare perchè la verità è sempre altrove.

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Diversamente italiani

di Carmela Panariello Franchini | 28 Settembre 2015

DIVERSAMENTE ITALIANI 2

 

 

 

il pensiero della Costituzione negli interventi dei Padri Costituenti

 

 

[Il 18 marzo 1947, nella seduta pomeridiana, l’Assemblea Costituente prosegue la discussione generale delle «Disposizioni generali» del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.]

 

 

Labriola. […] L’essenza logica del democratismo è la eguaglianza dei cittadini: in ciò che essi sono eguali. Insiste a ragione uno scrittore socialista, al quale pur si deve la prima ventata di novità nel corpo diventato stantio delle dottrine socialiste, il Bernstein, che la democrazia è eguaglianza di trattamento, è considerazione interiore di eguaglianza fra i cittadini. L’articolo 7 del nostro progetto di Costituzione consacra appunto questo concetto.

Ma fra l’articolo 5 e l’articolo 7 del progetto vi è un evidente contrasto. Grazie all’articolo 5, cioè per il fatto d’includere nella Costituzione il Trattato dell’11 febbraio 1929, la nostra è una Repubblica di cattolici; per l’articolo 7 siamo una Repubblica di cattolici e non cattolici. E allora che se ne fa dell’essenza di una democrazia nelle nostre leggi?

Per l’articolo 7 i non cattolici sono cittadini di pieno diritto; per l’articolo 5 non lo sono. È vano sofisticare: se la nostra è una Repubblica cattolica, i non cattolici sono messi in una condizione d’inferiorità.

Si dice: sono pochi. Fossero pochissimi o uno solo, l’offesa c’è. Ma che siano proprio così pochi, non mi risulta. Ci sono i protestanti, gli «evangelici» dicono loro. Ci sono gli ebrei. Ci sono i liberi pensatori. Cotesti comunisti, cotesti socialisti sono o non sono marxisti? Lo proclamano a tutti i momenti. Supponiamo che siano. Ma allora non appartengono a nessuno dei culti ufficiali. Possono essere anche credenti: deisti, teisti, idealisti, che so io? Cattolici non sono. Ci sono i cristiano-sociali? La Chiesa li riconosce? E chi lo sa? Se noi siamo una Repubblica democratica, dobbiamo riconoscere il diritto di tutti i cittadini, anche dei non cattolici a vivere, senza morale diminuzione, nella comune Repubblica. E l’inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione di una Repubblica — di una Repubblica democratica, dico! — è una potente offesa a protestanti, israeliti e soprattutto ai liberi pensatori.

[…]

Nitti. […] Vorrei permettermi anche di osservarvi che, ove è detto che la Repubblica ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, venisse tolta la parola «effettiva». Che cosa significa, infatti, «effettiva»? E come renderla effettiva? È qualche cosa forse come il voto obbligatorio? Che cosa vogliamo dire con «effettiva»? Io vorrei che questa parola fosse tolta; è qualche cosa come il voto obbligatorio, che si volle pur non attuare e poi si proclamò in modo inefficiente per applicarlo in apparenza, in modo ridicolo.

[…]

Mattei Teresa. […] Vorrei solo sottolineare in questa Assemblea qualcosa di nuovo che sta accadendo nel nostro Paese. Non a caso, fra le più solenni dichiarazioni che rientrano nei 7 articoli di queste disposizioni generali, accanto alla formula che delinea il volto nuovo, fatto di democrazia, di lavoro, di progresso sociale, della nostra Repubblica, accanto alla solenne affermazione della nostra volontà di pace e di collaborazione internazionale, accanto alla riaffermata dignità della persona umana, trova posto, nell’articolo 7, la non meno solenne e necessaria affermazione della completa eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di condizioni sociali, di opinioni religiose e politiche. Questo basterebbe, onorevoli colleghi, a dare un preminente carattere antifascista a tutta la nostra Costituzione, perché proprio in queste fondamentali cose il fascismo ha tradito l’Italia, togliendo all’Italia il suo carattere di Paese del lavoro e dei lavoratori, togliendo ai lavoratori le loro libertà, conducendo una politica di guerra, una politica di odio verso gli altri Paesi, facendo una politica che sopprimeva ogni possibilità della persona umana di veder rispettate le proprie libertà, la propria dignità, facendo in modo di togliere la possibilità alle categorie più oppresse, più diseredate del nostro Paese, di affacciarsi alla vita sociale, alla vita nazionale, e togliendo quindi anche alle donne italiane la possibilità di contribuire fattivamente alla costituzione di una società migliore, di una società che si avanzasse sulla strada del progresso, sulla strada della giustizia sociale. Noi salutiamo quindi con speranza e con fiducia la figura di donna che nasce dalla solenne affermazione costituzionale.

Nasce e viene finalmente riconosciuta nella sua nuova dignità, nella conquistata pienezza dei suoi diritti, questa figura di donna italiana finalmente cittadina della nostra Repubblica. Ancora poche Costituzioni nel mondo riconoscono così esplicitamente alla donna la raggiunta affermazione dei suoi pieni diritti. Le donne italiane lo sanno e sono fiere di questo passo sulla via dell’emancipazione femminile e insieme dell’intero progresso civile e sociale. È, questa conquista, il risultato di una lunga e faticosa lotta di interi decenni. Il fascismo, togliendo libertà e diritti agli uomini del nostro Paese, soffocò, proprio sul nascere, questa richiesta femminile fondamentale, ma la storia e la forza intima della democrazia ancora una volta hanno compiuto un atto di giustizia verso i diseredati e gli oppressi. In una società che da lungo tempo ormai ha imposto alla donna la parità dei doveri, che non le ha risparmiato nessuna durezza nella lotta per il pane, nella lotta per la vita e per il lavoro, in una società che ha fatto conoscere alla donna tutti quei pesi di responsabilità e di sofferenza prima riservati normalmente solo all’uomo, che non ha risparmiato alla donna nemmeno l’atroce prova della guerra guerreggiata nella sua casa, contro i suoi stessi piccoli e l’ha spinta a partecipare non più inerme alla lotta, salutiamo finalmente come un riconoscimento meritato e giusto l’affermazione della completa parità dei nostri diritti.

La lotta per la conquista della parità di questi diritti, condotta in questi anni dalle donne italiane, si differenzia nettamente dalle lotte passate, dai movimenti a carattere femminista e a base spiccatamente individualista. Questo in Italia, dal più al meno, tutti lo hanno compreso. Hanno compreso come la nostra esigenza di entrare nella vita nazionale, di entrare in ogni campo di attività che sia fattivo di bene per il nostro Paese, non è l’esigenza di affermare la nostra personalità contrapponendola alla personalità maschile, facendo il solito femminismo che alcuni decenni fa aveva incominciato a muoversi nei vari Paesi d’Europa e del mondo. Noi non vogliamo che le nostre donne si mascolinizzino, noi non vogliamo che le donne italiane aspirino ad un’assurda identità con l’uomo; vogliamo semplicemente che esse abbiano la possibilità di espandere tutte le loro forze, tutte le loro energie, tutta la loro volontà di bene nella ricostruzione democratica del nostro Paese. Per ciò riteniamo che il concetto informatore della lotta che abbiamo condotta per raggiungere la parità dei diritti, debba stare a base della nostra nuova Costituzione, rafforzarla, darle un orientamento sempre più sicuro.

È nostro convincimento, che, confortato da un attento esame storico, può divenire certezza, che nessuno sviluppo democratico, nessun progresso sostanziale si produce nella vita di un popolo se esso non sia accompagnato da una piena emancipazione femminile; e per emancipazione noi non intendiamo già solamente togliere barriere al libero sviluppo di singole personalità femminili, ma intendiamo un effettivo progresso e una concreta liberazione per tutte le masse femminili e non solamente nel campo giuridico, ma non meno ancora nella vita economica, sociale e politica del Paese.

Vorremmo a questo proposito far notare che ad un attento esame del nostro progetto di Costituzione risulta evidente che là dove si riconoscono alle donne i loro nuovi diritti parimenti ne escono vantaggio e sicurezza nuova all’istituto familiare, alla fondamentale funzione della maternità e alla piena realizzazione dei diritti nel campo del lavoro.

Ed egualmente, là dove si sancisce ogni più importante e nuova conquista sociale è sempre compresa e spesso in forma esplicita una conquista femminile. Non vi può essere oggi infatti, a nostro avviso, un solo passo sulla via della democrazia, che non voglia essere solo formale ma sostanziale, non vi può essere un solo passo sulla via del progresso civile e sociale che non possa e non debba essere compiuto dalla donna insieme all’uomo, se si voglia veramente che la conquista affermata nella Carta costituzionale divenga stabile realtà per la vita e per il migliore avvenire d’Italia.

Ma una cosa ancora noi affermiamo qui: il riconoscimento della raggiunta parità esiste per ora negli articoli della nuova Costituzione. Questo è un buon punto di partenza per le donne italiane, ma non certo un punto di arrivo. Guai se considerassimo questo un punto di arrivo, un approdo. Può questo riconoscimento costituzionale esser preso a conforto e a garanzia dalle donne italiane, le quali devono chiedere e ottenere che via via siano completamente realizzate e pienamente accettate nella vita e nel costume nazionale le loro conquiste.

Vorrei fare osservare, onorevoli colleghi, che nessun regime per principio, nei tempi moderni almeno, osa pronunziarsi contro i diritti femminili in termini costituzionali.

Ricordiamo che vi fu un momento, circa 20 anni fa, in cui persino il fascismo si trovò in forse se concedere o no alla donna per lo meno l’elettorato attivo nel campo amministrativo. E passi in quel momento furono compiuti (ricordiamo qui il convegno che allora avvenne a Firenze organizzato dalle Associazioni femminili di allora) perché questa conquista fosse raggiunta. Questo diritto, lo sappiamo bene, fu subito dopo negato dal fascismo non solo alle donne che lo chiedevano, ma tolto anche agli uomini che già ne avevano goduto. Questo però ci indica chiaramente come ogni sistema politico moderno, anche il più reazionario, sia guardingo nel negare alla donna, in quanto donna, il godimento almeno formale dei suoi pieni diritti di cittadina.

Perciò noi affermiamo oggi che, pur riconoscendo come una grande conquista la dichiarazione costituzionale, questa non ci basta. Le donne italiane desiderano qualche cosa di più, qualche cosa di più esplicito e concreto che le aiuti a muovere i primi passi verso la parità di fatto, in ogni sfera, economica, politica e sociale, della vita nazionale.

Non dimentichiamo che secoli e secoli di arretratezza, di oscurantismo, di superstizione, di tradizione reazionaria, pesano sulle spalle delle lavoratrici italiane; se la Repubblica vuole che più agevolmente e prestamente queste donne collaborino — nella pienezza delle proprie facoltà e nel completo sviluppo delle proprie possibilità — alla costruzione di una società nuova e più giusta, è suo compito far sì che tutti gli ostacoli siano rimossi dal loro cammino, e che esse trovino al massimo facilitata ed aperta almeno la via solenne del diritto, perché molto ancora avranno da lottare per rimuovere e superare gli ostacoli creati dal costume, dalla tradizione, dalla mentalità corrente del nostro Paese.

Per questo noi chiediamo che nessuna ambiguità sussista, in nessun articolo e in nessuna parola della Carta costituzionale, che sia facile appiglio a chi volesse ancora impedire e frenare alle donne questo cammino liberatore.

È purtroppo ancora radicata nella mentalità corrente una sottovalutazione della donna, fatta un po’ di disprezzo e un po’ di compatimento, che ha ostacolato fin qui grandemente o ha addirittura vietato l’apporto pieno delle energie e delle capacità femminili in numerosi campi della vita nazionale.

Occorre che questo ostacolo sia superato. L’articolo 7 ci aiuta, ma esso deve essere accompagnato da una profonda modificazione della mentalità corrente, in ogni sfera, in ogni campo della vita italiana.

Ad esempio — voglio portare questo esempio perché è tipico nel nostro Paese — anche qui, nella più alta Assemblea rappresentativa d’Italia, nell’Assemblea che dovrebbe raccogliere gli uomini più evoluti, gli uomini che più degnamente possono rappresentare le migliori tradizioni e il progresso d’Italia, alcuni giorni fa, noi deputate — noi che qui rappresentiamo tutte le donne italiane, le donne che attendono dal lavoro dell’Assemblea miglioramenti e passi in avanti per il loro Paese e per tutti i cittadini — abbiamo ancora una volta notato un’espressione comune e per noi dolorosa di dispregio che un onorevole Deputato, che sta negli ultimi settori della destra, ha usato, con la solita aria di disprezzo. Egli ha detto precisamente: «Sono di genere femminile e quindi sempre infide». (Ilarità).

È questo un malvezzo che penetra ovunque, che vive nel nostro linguaggio ormai come un luogo comune, che collabora a deprimere la donna, relegandola sistematicamente in una sfera di vita inferiore e semi-animale.

Onorevoli colleghi, anche qui dunque — e questo purtroppo non è il solo esempio — fa capolino quella diffusa e negativa mentalità. Non solo contro le espressioni del linguaggio, ma noi dobbiamo protestare qui pur senza invadere il campo di prossime discussioni, e per dare un esempio di quanto sia radicata questa mentalità deteriore, contro il malvezzo — e speriamo che sia solo malvezzo — che ha portato perfino il Comitato di coordinamento e di redazione della Commissione per la Costituzione ad includere, nonostante che la seconda Sottocommissione non si fosse pronunciata al riguardo, una forte limitazione per le donne nel campo della Magistratura.

L’articolo 98 suona infatti così: «I magistrati sono nominati con decreto del Presidente della Repubblica, su designazione del Consiglio Superiore della Magistratura, in base a concorso seguito da tirocinio. Possono essere nominate anche le donne nei casi previsti dall’ordinamento giudiziario».

Anche ammesso, come speriamo, che il futuro ordinamento giudiziario sia ben migliore di quello vigente, noi non possiamo ammettere che alle donne, in quanto tali, rimangano chiuse porte che sono invece aperte agli uomini. (Commenti).

Sia tolto ogni senso di limitazione e sia anzi affermato, in forma esplicita e piena, il diritto delle donne ad accedere, in libero agone, ad ogni grado della Magistratura, come di ogni altra carriera. Ma vi è di più — e questo dico per illuminare l’Assemblea sulla necessità di aiutare le donne italiane nella realizzazione dei loro diritti e nella difesa delle loro libertà —: occorre che nel nostro Paese non siano più ammesse disposizioni pubbliche o private che limitino la libertà umana e in particolare femminile, come la disposizione, ad esempio, che tuttora mi consta esistere e che vieta a determinate categorie di infermiere di contrarre matrimonio, pena la perdita del lavoro. Vi sono in Italia, fra queste particolari categorie, innumerevoli casi di lavoratrici costrette ad una vita familiare irregolare, numerose madri di figli illegittimi, solo perché, per non perdere il pane, devono rinunciare a contrarre regolare matrimonio. È questa una disumana ed immorale misura limitatrice della libertà, della dignità, della personalità umana di lavoratrici incolpevoli e dei loro incolpevoli figli.

Per questa ragione io torno a proporre che sia migliorata la forma del secondo comma dell’articolo 7 nel seguente modo:

«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale che limitano «di fatto» — noi vogliamo che sia aggiunto — la libertà e l’eguaglianza degli individui e impediscono il completo sviluppo della persona umana».

Voi direte che questo è un pleonasmo. Noi però riteniamo che occorra specificare «di fatto». Vogliamo qui ricordare quello che avviene in altri paesi democratici. Si dice che l’Inghilterra sia un paese democratico: ebbene, nella democratica Inghilterra le donne hanno conquistato formalmente il riconoscimento della parità assoluta dei diritti circa trent’anni fa, nel 1919. Ma ancora oggi in questa libera e democratica Inghilterra, dove le donne dovrebbero godere di tutti i diritti come gli uomini, poco si è fatto, perché ci si è limitati a sancire formalmente una conquista, che poi nessuno ha voluto realizzare nella pratica. E là, dopo trenta anni di vita democratica o di possibilità di vita democratica per le donne, queste non hanno potuto accedere a tutti i posti che loro spettavano. E noi vediamo che nella stessa Inghilterra è proibito, per esempio, di sposarsi alle maestre, alle insegnanti di alcune categorie. Orbene, noi riteniamo che questo esempio dell’Inghilterra possa servire per noi, che valga come insegnamento, valga a chiarire che quelle conquiste che noi donne facciamo nella vita nazionale — le conquiste giuridiche — non possono essere realizzate pienamente nella vita, se non sono accompagnate da altre conquiste, da conquiste di carattere sociale, economico, se non sono accompagnate, cioè, da una completa legislazione in proposito.

Onorevoli colleghi, se osserviamo da vicino questo progetto di Costituzione, malgrado il pessimismo più o meno artificioso con cui lo si critica e deplora da parte dei gruppi che rappresentano il passato e gli interessi della conservazione, possiamo affermare che in esso è uno slancio verso il progresso, verso la giustizia, verso la pratica attuazione di una società più umana, più giusta, migliore dell’attuale.

Siamo convinti che questo slancio avrebbe potuto essere più agile, più libero, che questa attuazione avrebbe potuto farsi anche più rapidamente.

Ma già in questa forma molto si potrà realizzare, ne siamo sinceramente convinte, se i grandi gruppi politici che rappresentano le masse lavoratrici collaboreranno alla traduzione fedele nelle leggi, nella vita e nel costume nazionale dei principî che nella Costituzione sono affermati.

Se cioè esiste realmente da parte di ognuno di questi gruppi la buona fede e la volontà realizzatrice, potremo con questa Costituzione raggiungere più rapidamente una forma di società migliore, che cancelli definitivamente le tracce, le rovine, i segni di oppressione del fascismo, che ne distrugga nel profondo le cause.

E se vi è questa buona fede, come noi desideriamo vi sia, allora dobbiamo realmente vedere in tutti i rappresentanti delle lavoratrici e dei lavoratori la stessa volontà, nella forma più chiara, più esplicita, più fattiva, di aiutare le donne italiane ad essere cittadine coscienti.

Mazzini, e tutti i nostri grandi che hanno pensato ed operato per l’avvento nel nostro Paese della Repubblica, ci hanno insegnato che la pietra angolare della Repubblica, ciò che le dà vita e significato, è la sovranità popolare.

Spetta a tutti noi, e lo afferma anche il Presidente della Commissione per la Costituzione nella sua relazione introduttiva, di partecipare attivamente alla gestione della cosa pubblica per rendere effettiva e piena questa sovranità popolare. Ma, perché questo accada veramente, occorre che accanto ai cittadini sorgano, si formino, lavorino le cittadine; fatte mature e coscienti al pieno adempimento di tutti i loro doveri, da quelli familiari ai civici, dal normativo ed educatore godimento dei loro pieni diritti.

Aiutateci tutti a sciogliere veramente e completamente tutti i legami che ancora avvincono le mani delle nostre donne e avrete nuove braccia, liberamente operose per la ricostruzione d’Italia, per la sicura edificazione della Repubblica italiana dei lavoratori. (Vivissimi applausi a sinistra — Molte congratulazioni).

 

 

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Carmela Panariello Franchini è avvocato civilista del Foro di Napoli. Lettrice attenta della società e del costume, che tende a decodificare perchè la verità è sempre altrove.

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diversamente italiani

di Carmela Panariello Franchini | 8 Settembre 2015

DIVERSAMENTE ITALIANI 2

il pensiero della Costituzione negli interventi dei Padri Costituenti

 

[Il 17 marzo 1947, nella seduta pomeridiana, l’Assemblea Costituente prosegue la discussione generale delle «Disposizioni generali» del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.]

 

Valiani. […] E ancora vi dirò che la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, che è invece un’esigenza giusta e concreta, non trova, a mio parere, posto in questo articolo 1, perché non costituisce un principio giuridico e politico, ma è un obiettivo sociale concreto. Quando verremo a discutere dei consigli di gestione, per i quali noi voteremo, là evidentemente questa volontà di far partecipare tutti i lavoratori alla realtà economica del Paese potrà essere affermata.

Per il resto, questo è l’obiettivo che si possono porre i partiti politici che hanno l’ambizione di organizzare le masse lavoratrici e di portarle alla vita pubblica: quando è garantita la libertà di propaganda; la libertà di stampa, la libertà di organizzazione, quando, in seno alla fabbrica, è garantito il consiglio di fabbrica, il resto non dipende che dalla volontà pratica e dal successo che questa politica ha nella classe lavoratrice stessa.

Quindi, approvata la dizione «L’Italia è una Repubblica democratica dei lavoratori», il successivo capoverso diventa pleonastico.

Non faccio qui una questione secondaria; almeno non mi pare. Credo che uno dei difetti fondamentali dell’antifascismo — difetto che noi scontiamo amaramente — fosse e sia quello di non aver tenuto e di non tenere presente l’importanza della chiara formulazione giuridica. Se l’epurazione è fallita, se l’amnistia ha dato risultati diversi da quelli di pacificazione che da essa ci si ripromettevano, ciò si deve, sì, a ragioni sociali e politiche complesse, che sono essenzialmente quelle di non aver potuto portare a termine in Italia la rivoluzione popolare, ma si deve anche alle incongruenze giuridiche di queste leggi stesse.

Io vi esorto perciò a non fare formulazioni incongruenti nella Carta costituzionale italiana.

Nell’articolo 6 — anch’esso formulato in modo confuso, ma che tuttavia esprime un principio generale giusto, cioè che la libertà e la dignità della persona umana, nonché l’interesse generale della società, dello Stato, sono principî filosofici ai quali si richiama la nuova Costituzione in questo articolo — sono comprese implicitamente, e si possono rendere più esplicite, le esigenze che hanno mosso i redattori del secondo capoverso dell’articolo primo. Rifacciamo l’articolo 6, in modo che sia chiaro che l’interesse generale della società è superiore ad ogni altro interesse particolaristico; e allora avremo dato alla Costituzione il suo nerbo.

[…]

Mancini. […] Ed a buon diritto, perché da solo si è conquistato il potere. Il popolo ha tolto agli usurpatori, cioè alla monarchia dei Sabaudi e a Palazzo Venezia, dove avea asilo la tirannia, la sovranità e l’ha fatta sua. Sovranità significa potere. Onde si dice bene quando si scrive, come si è scritto: il potere emana dal popolo, cioè «appartiene al popolo». Questo potere, nella nostra Costituzione, reclama due requisiti: un limite nelle forme della Costituzione e della legge; ed una sostanza concreta. Infatti il popolo lo esercita partecipando effettivamente all’organizzazione economica, sociale e politica del suo Paese.

Per noi «popolo» non vuol dire agglomerato indistinto e indifferenziato di gente povera o di gente da nulla: Popolo significa classe, qualificata dal lavoro, dal lavoro che solleva tutto il popolo e lo fa diventare l’artefice insonne del proprio destino.

La vecchia classe dirigente italiana storicamente è decaduta insieme con il fascismo, perché essa creò il fascismo, lo portò al Governo e ve lo mantenne per 20 anni fino alla disfatta. Onde oggi non ha più il diritto di rimanere al suo posto; ma il dovere indiscutibile di lasciare libero il passo alle nuove energie del lavoro, che si avanzano impavide per assumere la direzione dello Stato.

Se volessi ricordare e parafrasare un noto e storico motto di un Abate francese, direi che il quarto stato è niente. Ma sarà tutto domani con la partecipazione effettiva alla organizzazione politica, sociale ed economica dello Stato.

Sottolineo la parola: «effettiva». Il terzo principio, affermato in queste disposizioni generali, è quello dell’eguaglianza. Eguaglianza non dal punto di vista formale, legista, per cui nelle aule giudiziarie si legge il tabellino con la sigla: la legge è uguale per tutti; ma nel senso di una eguaglianza sostanziale, reale di tutti i cittadini. I quali sono uguali di fronte alla legge, non solo; ma di fronte all’ordine economico e sociale, che annulla ogni privilegio di nascita e di ricchezza.

In altri termini, un’eguaglianza ed una libertà, che non possono essere turbate dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Onde la bellezza di quell’imperativo, per cui la repubblica assume l’obbligo di intervenire per eliminare tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitano la libertà, e l’eguaglianza fra i cittadini o impediscono lo sviluppo della personalità umana.

Il quarto principio ha importanza superiore agli altri tre. Esso ha due termini: il diritto al lavoro, ed il dovere del lavoro. Non si è compreso e non si comprende l’importanza di questa enunciazione. Si è parlato del lavoro, gli sono stati resi tutti gli omaggi e lanciati tutti i fiori, ma si sono ad arte dimenticati i lavoratori.

L’onorevole Condorelli, nel suo dotto discorso dell’altro ieri, ha affermato che il lavoro è la forza d’Italia, che esso è la base dell’economia italiana, che egli vive di lavoro, che il patrimonio della sua famiglia è frutto di lavoro. Ma ha taciuto di chi stenta la vita alla ricerca di lavoro è di chi ozia nell’opulenza della vita.

Quando lor signori si oppongono alla nostra definizione è perché prevale quella sensibilità di rango, che li tiene lontani da coloro che hanno le mani callose, le vesti a brandelli, e le carni con le stimmate degli agguati e delle insidie padronali. Si vede nel lavoratore la classe. Ebbene si erra quando alcuni si ostinano nella nomenclatura di «cittadino» e dei relativi dritti di esso. La Rivoluzione francese affermò i diritti del cittadino. La Rivoluzione russa ha affermato i diritti del produttore. La Costituzione italiana riconosce i diritti del lavoratore. Prima lavoratore e poi cittadino. È lo spirito di Giano de la Bella, che ritorna.

Il pio ed austero Giano de la Bella,

che i baron trasse a pettinare il lino.

Questo principio nuovo, che considera il lavoro umano non più come merce, che si scambia e che subisce le oscillazioni della richiesta e dell’offerta, ma come il più alto dei valori nella scala sociale ed il solo nella società odierna.

Pubblicato in : Primo pianoTag: 17 marzo, anni, assemblea costituente, carta costituzionale, classe dirigente, costituzione, costituzione italiana, discorso, fascismo, governo, importanza, italia, la repubblica, lavoro, nomenclatura, partiti politici, punto di vista, repubblica, repubblica italiana, sviluppo

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diversamente italiani

di Carmela Panariello Franchini | 19 Agosto 2015

DIVERSAMENTE ITALIANI 2

 

 

 

 

il pensiero della Costituzione negli interventi dei Padri Costituenti

 

[Il 15 marzo 1947, nella seduta pomeridiana, l’Assemblea Costituente prosegue la discussione generale delle «Disposizioni generali» del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.]

 

 

Targetti. […] Ma io non intendo svolgere ora il nostro emendamento. Richiamo più che altro l’attenzione dell’Assemblea sopra la portata, il significato politico e le conseguenze degli emendamenti, in senso contrario, presentati da altri colleghi, i quali vorrebbero che, non solo non si aggiungesse la specificazione «di lavoratori», ma che, nel secondo comma dell’articolo, non si dicesse neppure «la Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Alcuni propongono di attribuire al lavoro un concorso nell’organizzazione della vita della Repubblica. Altro che concorso!

Altri vorrebbero affermare che il fondamento della Repubblica non sta nel lavoro, ma nella libertà e nel lavoro, mentre, poi, mettono da parte i lavoratori per sostituirli con i cittadini nell’indicare l’organizzazione del Paese.

Altro collega, di altro settore, propone di sopprimere senz’altro la parola «lavoro» con tutti i suoi derivati.

Per concludere su questo punto, per noi oggi non si tratta di un’affermazione di principî, quanto di una constatazione storica. Il nostro Paese se risorgerà, come vogliamo che risorga, come, nonostante tutto, sta risorgendo, se troverà, e la deve trovare, certezza di vita e di prosperità, sarà un Paese di lavoratori.

La fatica della ricostruzione sarà gigantesca. Diranno i credenti che richiederà un aiuto divino. Certo ci vorranno sforzi e fatiche, che il lavoro potrà compiere soltanto se avrà la certezza di non servire interessi egoistici, ma di giovare a tutti, alla collettività. Devono i lavoratori avere questa certezza e la sensazione che la Repubblica è cosa e casa loro.

[…]

Vi è poi l’articolo 7 che dice: «i cittadini, senza distinzione di sesso, di razza e di lingua, di opinioni religiose e politiche sono eguali davanti alla legge».

Siamo tutti d’accordo nella sostanza e la sostanza è che la legge è uguale per tutti e che tutti i cittadini sono eguali dinanzi alla legge. Anche qui evidentemente, in questa specificazione, si sente la condanna del regime nefasto che si caratterizzò nella sua attività criminosa, anche più barbaramente che in qualsiasi altro modo, con la persecuzione razziale; e si è voluto stabilire un principio di eguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di razza.

Ma questa parola «razza», suona tanto male. Mi pare sia stato l’onorevole Lucifero a proporre in seno alla prima Sottocommissione di sostituirla con la parola «stirpe». «Razza» fa pensare più che agli uomini, agli animali. Ma esaminando la questione dal punto di vista linguistico, storico, scientifico è difficile sostituirlo e anche «stirpe», non credo che potrebbe essere un termine proprio. Comunque ho voluto richiamare l’attenzione dei colleghi anche su questo punto della disposizione. Certo, che se non si cede a certi tristi ricordi ed al bisogno di condannare, ogni volta che se ne presenta l’occasione, inumane, odiose distinzioni che nel passato portarono a tante iniquità, basterebbe dire che tutti i cittadini sono eguali di fronte alla legge, salvo poi colpire la eventuale propaganda antirazziale, annoverandola tra le attività criminose, e dando così vita ad una forma di reato che dovrebbe trovar nel Codice penale una severa sanzione.

[…]

Ravagnan. Onorevoli colleghi, mi propongo di svolgere davanti a voi succintamente la materia che è contenuta negli articoli 6 e 7 del progetto della nostra Costituzione. È una materia che è in connessione diretta, a mio modo di vedere, con l’articolo 1.

Qual è il contenuto fondamentale degli articoli 6 e 7? Mi sembra che essi contengano tre elementi essenziali:

1°) Essi riconoscono e riaffermano quelli che si conviene di chiamare i diritti di libertà, già sanciti nelle varie Costituzioni dell’800, aggiungendo a questi il riconoscimento di quelli che conveniamo di chiamare i diritti economici e sociali;

2°) Questi diritti di libertà e diritti economici e sociali non sono soltanto riconosciuti al singolo, ma anche alle formazioni sociali nelle quali gli individui sviluppano e perfezionano la loro personalità;

3°) Non solo è dato questo riconoscimento, ma è data la garanzia dell’effettivo godimento di questi diritti, cioè la garanzia della rimozione degli ostacoli che si frappongono al libero godimento dei diritti di libertà e dei diritti economici e sociali.

[…]

se vogliamo che la nostra Costituzione abbia un carattere effettivamente moderno, aderente alla realtà attuale, se vogliamo che la democrazia non sia soltanto una democrazia formale, ma che sia effettiva, dobbiamo integrare il riconoscimento dei diritti di libertà con i diritti economici e sociali. Ne viene, come corollario, che non si tratta soltanto del riconoscimento, ma che è necessaria anche la garanzia epperciò gli articoli 6 e 7 giustamente affermano che è garantito l’esercizio dei diritti di libertà e dei diritti economici e sociali, prendendo lo Stato impegno di rimuovere gli ostacoli di carattere economico e sociale che si frappongono all’esercizio e al godimento di questi diritti.

Ora, coloro i quali sostengono che questa affermazione, che questo riconoscimento non hanno che un semplice carattere programmatico, errano, a mio modo di vedere, perché questa garanzia rappresenta, effettivamente, una norma costituzionale, ossia un impegno che il legislatore costituzionale affida al legislatore ordinario, quello di emanare leggi e disposizioni, le quali attuino questa garanzia e la rendano effettiva.

[…]

Vi è un problema secondario che, secondo me, deve essere anche risolto, quello di vedere se la formulazione degli articoli 6 e 7 corrisponda effettivamente ai concetti che la Commissione ha creduto di introdurre, e che, secondo noi, sono giusti, ai concetti cioè della dichiarazione del riconoscimento dei diritti di libertà e dei diritti economici e sociali e della loro garanzia.

E qui è da rilevare, come già è stato rilevato dall’onorevole Togliatti nel suo precedente discorso, che fra il testo della prima Sottocommissione ed il testo del progetto che ci è presentato è occorso un processo di levigazione, vi è stato una specie di laminatoio, io penso, che ha operato sopra questo testo, nel senso che il rilievo è stato perduto o è stato attenuato. Io domanderei agli onorevoli colleghi di confrontare il testo degli articoli 6 e 7 come è stato redatto dalla prima Sottocommissione con il testo del progetto. Questo afferma che la Repubblica italiana garantisce i diritti essenziali agli individui e alle formazioni sociali; il testo della prima Sottocommissione dice: «riconosce e garantisce i diritti dell’uomo sia come singolo, sia nelle forme sociali nelle quali esso organicamente e progressivamente si integra e si perfeziona».

Mi pare che sia più corretto il testo della prima Sottocommissione.

Nell’articolo 7 — testo del progetto — è detto: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza degli individui e impediscono il completo sviluppo della persona umana»; mentre il testo della prima Sottocommissione è il seguente: «È compito della società e dello Stato eliminare gli ostacoli di ordine economico o sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza degli individui, impediscono il raggiungimento della piena dignità della persona umana ed il suo completo sviluppo».

Io penso che sia più corretto, nel senso e nella forma, il testo della prima Sottocommissione che non il testo del progetto che ci è presentato, ed a questo proposito noi ci riserviamo di presentare le opportune proposte di emendamento in sede di discussione degli articoli.

[…]

Condorelli. […] Per altro, quando noi diciamo la partecipazione effettiva non dei lavoratori, ma dei cittadini, anzi io direi di «tutti i cittadini», all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, in fondo noi veniamo a riaffermare che si è cittadini attivi dello Stato in quanto si partecipa con la propria attività, o economica, o sociale, o morale, o politica, alla vita della collettività.

Solo a questo titolo si è cittadini dello Stato. No, no: togliete quell’espressione che creerebbe dei cittadini optimo iure e dei cittadini minoris iuris. E poi è un’espressione pericolosa che potrebbe sopprimere la libertà, nella quale io penso anche voi crediate. (Proteste a sinistra).

Pertini. Quell’«anche» è esagerato: ci siamo battuti venti anni per la libertà. Anche! Quale generosità!

Condorelli. Io penso che non ci sia aderenza nella vostra dottrina alla libertà, ma che ci sia aderenza nel vostro sentimento.

Ora, se conservassimo questa espressione, potremmo cadere in errori gravissimi. Perché voi dite: «Ma noi con questa espressione vogliamo raggiungere soltanto questo effetto: che i lavoratori siano immessi nella cittadella dello Stato, ma non che ne siano esclusi gli altri».

Ma guardate come può essere interpretata questa parola «lavoratori». Io vi porto l’esempio di un economista, non dell’avvenire, ma di oggi, uno dei più celebrati economisti di oggi — Pareto — che distingue le classi sociali in rapporto alle occupazioni, e fa una distinzione quadruplice: parla di occupazioni dirette a produrre beni economici o servizi; poi di occupazioni che producono indirettamente dei beni economici — e sarebbero appunto le occupazioni ausiliarie; probabilmente gli avvocati, nella migliore delle accezioni, potrebbero appartenere a questa categoria subliminale di lavoratori — poi c’è una terza categoria: gli oziosi; e infine una quarta, che sarebbe costituita da coloro che attraverso un’attività legale o illegale si impadroniscono dei beni altrui. Le prime due classi sono probabilmente di lavoratori; dico probabilmente, perché per la seconda si potrebbe discutere; ma gli oziosi non sono certamente dei lavoratori; e nessuno si sentirebbe di mettere fra i lavoratori coloro che con mezzi legali o illegali si appropriano dei beni altrui.

Ora, lo sapete da chi è costituita la terza classe, quella degli oziosi? Da coloro che vivono di rendita e amministrano il loro patrimonio. Questi sono degli oziosi, in quanto traggono dal loro patrimonio qualche cosa di più, o molto di più, di quella che potrebbe essere la remunerazione della loro attività di amministratori. Quel di più che traggono li fa diventare degli oziosi, cioè dei non lavoratori. Nella quarta categoria, naturalmente, ci entrerebbero tutti i proprietari, perché, secondo la vostra dottrina, la proprietà è un mezzo attraverso il quale si espropria il lavoro degli altri.

Voi vedete, anche interpretando le cose alla luce del pensiero di un grande economista moderno, a che cosa si potrebbe arrivare. Ma poi, guardiamo anche soltanto alla prima categoria. Oggi sareste tutti pronti a dirmi che persone che rendono certi generi di servizi, che tutti consideriamo poco leciti e poco decenti, certamente non sono dei lavoratori. Come i sacerdoti, i religiosi, che pregano o che esercitano un ministero di assistenza spirituale, sono dei lavoratori, perché esercitano una funzione che concorre allo sviluppo della società. Ma lasciate che cambino queste posizioni mentali, che divenga comune un certo modo di pensare, che è affiorato in questa Assemblea, in questo dibattito, e allora vedrete che i sacerdoti, i religiosi, gli spirituali saranno messi subito al livello degli indovini, dei fattucchieri, degli stregoni, e perciò relegati senz’altro nella quarta categoria, di coloro che con mezzi legali o illegali si appropriano dei beni altrui.

Voci a sinistra. No!, No!

Condorelli. Ma certamente sarebbe così! Noi consideriamo in questo modo gli stregoni delle tribù primitive, in quanto sappiamo che sono superstiziose le loro pratiche. Ma solo che prevalga l’opinione che anche la religione di Cristo è una superstizione (e non sarebbe la prima volta nella storia che si sono relegati senz’altro i religiosi, i sacerdoti, nella quarta categoria nella quale sono posti i parassiti, e non sarebbe la prima volta che si sentono chiamare parassiti i sacerdoti, i frati, i discepoli di San Francesco), e che le etere esercitano una funzione sociale, voi vedrete le etere entrare trionfanti nella prima categoria e le monache uscirne per passare nella quarta!

Ma, per niente hanno scritto gli studiosi! Per niente si insegna nelle Università! Ma non per il prevalere di formule trite, che se ebbero un significato in un certo momento storico, lo hanno totalmente perduto ora!…

[…]

C’è poi nell’articolo 7 un’espressione che ha richiamata l’attenzione anche del nostro collega dottor Capua. L’espressione è la seguente: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza degli individui e impediscono il completo sviluppo della persona umana». Stiamo attenti alla espressione «rimuovere gli ostacoli». Badate, che si parla di ostacoli economici e sociali cioè di ostacoli umani, di ostacoli che vengono dagli uomini. Come rimuove lo Stato questi ostacoli? Noi già avvisiamo nella stessa Costituzione delle leggi che tendono a favorire la conquista di questa eguaglianza di fatto. Non basta infatti enunciare una eguaglianza di diritto — è vero, Mancini? — perché l’eguaglianza ci sia. L’eguaglianza deve essere di fatto. Naturalmente, come tendenza. L’eguaglianza di fatto non si può raggiungere. Dunque, lo Stato prometta di aiutare l’uomo nella conquista di questa eguaglianza di fatto. Gli dia l’eguaglianza di diritto e poi gli permetta di integrare la sua attività per conquistare l’uguaglianza di fatto, ma non gli può promettere di rimuovere gli ostacoli economici e sociali. Gli può promettere di aiutarlo a superare questi ostacoli, ma non di rimuovere gli ostacoli.

 

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Carmela Panariello Franchini è avvocato civilista del Foro di Napoli. Lettrice attenta della società e del costume, che tende a decodificare perchè la verità è sempre altrove.

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diversamente italiani

di Carmela Panariello Franchini | 3 Agosto 2015

DIVERSAMENTE ITALIANI 2

il pensiero della Costituzione negli interventi dei Padri Costituenti

 

[Il 14 marzo 1947, nella seduta pomeridiana, l’Assemblea Costituente prosegue la discussione generale delle «Disposizioni generali» del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.]

 

Russo Perez. […] Dall’articolo 1 si desume che l’Italia vuol essere una repubblica di lavoratori. Il progetto non dice così, ma è questa la dizione proposta dall’onorevole Togliatti, e l’attenuazione della formula è stata dallo stesso Togliatti subita, ma non abbandonata, come egli stesso ci ha detto.

Repubblica di lavoratori, come ce ne sono già tante nel mondo; e sappiamo da quale parte orientarci per scoprirne qualcuna.

Ricordo, per esempio, che un giorno il capo del Partito comunista, durante una riunione della Commissione dei trattati, disse che il regime jugoslavo è uno dei più civili e democratici del mondo.

Vi fu qualcuno che propose, invece del termine «lavoratori», il termine «cittadini»; e badate che, quando si passò alla votazione della proposta, essa ottenne la parità dei voti.

Adesso alcuni colleghi ripropongono «cittadini». Ebbene, colleghi, io respingo questo termine e accetto quello di «lavoratori», perché qui si vuole incidere nelle tavole del nuovo patto il segno di un orientamento nuovo: la rivendicazione dell’alta dignità del lavoro umano, rivendicazione che dev’essere il fondamento essenziale della Repubblica democratica italiana, conferendosi ai lavoratori il diritto di partecipazione effettiva, come dice il progetto, alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Sarebbe assurdo e antistorico, oltre che immorale, voler negare, e sarebbe puerile nascondere sotto un termine denicotinizzato questa ascesa delle masse lavoratrici, che vorrei dire magnifica, soprattutto se potessi comprendervi i ceti medi…

Una voce a sinistra. Sono lavoratori anche quelli.

Russo Perez. Senza dubbio, ma è difficile classificarli proletari.

Una voce a sinistra. Lo sono il più delle volte, anche se non si accorgono di esserlo.

Russo Perez. …e se potessi escludere, dalla testa dei suoi battaglioni, alcuni pericolosi attivisti.

Vi sono molti oggi che ostentano uno sviscerato amore per la classe operaia, e mi sembrano simili a quel tale che, vedendo scendere la piena, si pose sull’argine in costume da bagno, dichiarando che i bagni di fiume fanno bene alla salute.

Ma non di noi può dirsi questo, che tutta la vita abbiamo riempito di questo anelito verso una migliore giustizia sociale e che alle masse lavoratrici abbiamo sempre detto e diciamo ancor oggi «avanti», per tante ragioni, ma soprattutto perché esse sono noi stessi.

Però la società non è composta soltanto di lavoratori. I pensionati, gli invalidi non sono lavoratori, eppure non si può negare ad essi la partecipazione alla vita del Paese.

Disse l’onorevole Ruini, nei lavori preparatori, che l’organizzazione politica, economica e sociale della Repubblica ha per fondamento essenziale l’apporto di tutti i lavoratori, il lavoro di tutti, non solo manuale, ma in ogni sua forma di espressione umana. L’onorevole Togliatti un giorno aggiunse che egli non aveva difficoltà, per sgombrare il terreno da ogni equivoco, che si dicesse «lavoratori del braccio e della mente». Io spero che vorrà confermarlo in questa più acustica sede e, soprattutto, nelle più stabili tavole di questo nuovo statuto che vogliamo dare al nostro Paese.

Per le considerazioni che ho fatte, ho proposto qualche emendamento agli articoli in esame. Innanzi tutto, l’Italia è una — aggiungerei «una» — Repubblica democratica. Come nella Costituzione francese: grammaticalmente e letterariamente suona meglio.

Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione. Sì; è un errore di stampa della vecchia edizione.

Russo Perez. Poi: La Repubblica italiana ha per fondamento — aggiungerei l’aggettivo «essenziale» — il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori — accetto la frase dell’onorevole Togliatti — del braccio e della mente… Il resto dell’articolo potrebbe rimanere immutato, salvo la formula che la sovranità non emana, ma risiede nel popolo ed è esercitata nelle forme di legge.

[…]

Si metta, ora, l’articolo 6 in relazione con l’articolo 7: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza degli individui e impediscono il completo sviluppo della persona umana». Che cosà significa ciò? Ce lo dice l’onorevole Togliatti — lavori preparatori della prima Sottocommissione, pagina 175 — il quale cita l’esempio della Costituzione sovietica, in cui si afferma che tutte le libertà devono essere esercitate nell’interesse dello sviluppo della società socialista. Ora, è certo — egli dice — che non si può introdurre una simile formulazione nello Stato italiano, dato che purtroppo, — il «purtroppo» è suo e non mio…

Una voce a sinistra. Lo sappiamo.

Russo Perez. …dato che purtroppo l’Italia non ha ancora un ordinamento socialista. Ma si potrebbe adottare una formula in cui si dicesse — è sempre lui che parla — che tutte le libertà debbono essere esercitate in modo che siano coerenti allo sviluppo della società democratica.

Sarebbe come dire: libertà di marcia, con l’obbligo di andare a destra, cioè… a sinistra, o libertà di respirare… ma col naso chiuso!

Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione. No.

Russo Perez. Si tratta di un concetto di libertà diverso, come diceva l’onorevole Dossetti, dal concetto finora adottato. E l’onorevole Cevolotto disse testualmente — come vede, onorevole Ruini, non sono il solo a fare rilievi di questo genere — che, se alla libertà del progetto si desse una sola direzione obbligatoria, non si avrebbe più una Costituzione democratica. In tal caso — aggiunse con finezza l’onorevole Cevolotto — sarebbero lesi i diritti di libertà… del Partito comunista, che non potrebbe esercitarli per arrivare alle finalità dello Stato comunista. Ma l’onorevole Togliatti rispose che il Partito comunista potrebbe esercitare egualmente i suoi diritti, perché lo Stato comunista è uno Stato democratico.

E siamo al nocciolo della questione: lo Stato comunista è uno Stato democratico! Ricorderete che ho usato un condizionale, anzi due condizionali in principio, dei quali vi ho promesso la spiegazione. Ecco: dissi che la Costituzione ci farebbe pensare ad un avviamento al comunismo. Ci farebbe pensare non significa ci fa pensare. Dobbiamo confessare il vero: il testo, la lettera di questo codice non sono allarmanti; sarebbero accettabili. Ma, adombrata dall’onorevole Orlando, accennata dall’onorevole Croce, manifestata da me, vi è in molti di noi la preoccupazione assillante che esso potrebbe venire interpretato ed attuato con uno spirito nettamente totalitario.

Ma, si dirà, non è lecito attribuire la malafede all’avversario. Esatto. Però troppi episodi smentiscono le parole, perché alle parole si possa credere: Viminale, Emilia, Dongo; per citarne alcuni. (Commenti — Interruzioni a sinistra).

Non posso né debbo addentrarmi nell’argomento. Primo, perché mi allontanerei dal tema. Secondo, perché si tratta di fatti storici, di fatti rivoluzionari. Rivoluzionari, e, quindi, non vanno giudicati con la logica e con la morale di tutti i giorni. Se Giovanni Amendola avesse avuto una mentalità rivoluzionaria, tante sventure sarebbero state evitate al nostro Paese. Storici: ed è la storia che dovrà giudicare di fatti compiuti da uomini i quali in momenti supremi, hanno avuto nelle loro mani le trame della storia. Ma quando un uomo, un cittadino, prende, dinanzi a certi episodi rivoluzionari e agli aspetti più discutibili di codesti episodi, un atteggiamento di sfida nei confronti del Paese… (Interruzioni a sinistra).

Li Causi. L’accenno a Dongo si riferisce all’uccisione di Mussolini?

Russo Perez. Vuol fare una sfida al Paese anche lei? Io parlo con un senso di misura e con un senso di equilibrio che lei, onorevole Li Causi, dovrebbe invidiarmi.

Li Causi. Ma la chiarezza? Io domando la chiarezza! L’accenno a Dongo si riferisce all’uccisione di Mussolini?

Presidente Terracini. Onorevole Li Causi, s’è già sentito bene quello che lei ha detto.

Russo Perez. Io dico che quando si parla di questi fatti nel modo come ne fu parlato, anzi scritto, dal giornale L’Unità, alcuni giorni fa, con quell’atteggiamento di sfida che oggi si mutua con poca fatica e con poco rischio l’onorevole Li Causi, e il Paese non reagisce o reagisce debolmente, vuol dire che il Paese è diventato sordo e grigio… (Interruzioni a sinistra).

Li Causi. È la frase di Mussolini! Lei è sordo e grigio.

Russo Perez. …è sotto il peso di una coazione morale che equivale e supera la violenza fisica! Aggiungo che spesso anche i grandi attori commettono degli errori, come quando il capo del Partito comunista ha fatto, come poco fa ricordai, l’imprudente parallelo tra comunismo e democrazia.

Che importa dunque che egli venga a dirci che non ha conquistato i Comuni con le latte di petrolio o col manganello, come se tutte le violenze fossero fisiche ed a base di carburanti liquidi! Si pensi anche alle recenti proposte di legge jugulatorie della libertà, se pure non si tratti di una malvagia invenzione ai danni dell’onorevole De Gasperi!

Ecco perché, onorevole Togliatti, siamo scusabili se non vi prestiamo soverchia fede, quando, dall’alto del vostro sesto cerchio, con l’impeccabile vestito bleu, col tono cattedratico e mellifluo di un professore di teologia, affermate di essere il più fiero paladino della libertà. Ma, onorevole Togliatti, il sesto cerchio è proprio quello degli eresiarchi nell’inferno di Dante. (Rumori — Commenti).

Ora, poiché viviamo in questo clima, e dobbiamo preoccuparci della sorte e della libertà degli uomini che vivono in questo clima e lo Statuto deve interpretare i bisogni e le aspirazioni di questa gente, e poiché gli articoli criticati da me (come del resto gli articoli 31, 36, 37, 40, 41, 43) possono essere interpretati ed attuati in modo da non garantire ai cittadini il bene fondamentale della libertà, io propongo di sopprimere la seconda parte dell’articolo 7; vale a dire dovrebbero rimanere in piedi l’articolo 6, e la prima parte dell’articolo 7.

Del resto, quanto è detto nella seconda parte è anche espresso dall’articolo 6. Si dovrebbe sopprimere la parte che dice: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza degli individui e impediscono il completo sviluppo della persona umana».

Se voi rileggete l’articolo 6, vedrete che c’è quanto basta affinché il legislatore, che poi interpreterà ed attuerà lo Statuto, possa farlo tutelando tutti i diritti del lavoro ed insieme quelli del singolo.

[…]

Bruni. […] Come è stato da altri rilevato, rappresenta una caratteristica della nostra Carta il secondo comma dell’articolo 1, dove si proclama che «La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». La corrente dei cristiano-sociali, che io rappresento in questa Assemblea, sa apprezzare appieno questo comma, avendo sempre proclamato il principio della sovranità del lavoro nei rapporti sociali, e avendo esplicitamente espressa, sin dal loro programma del 1941, l’esigenza che l’esercizio dei diritti politici fosse legato al possesso di un «titolo di lavoro».

Sennonché essi hanno sempre tenuto a precisare come al «lavoro» non intendessero attribuire un valore esclusivamente economico e di semplice soddisfacimento di bisogni materiali, ma soprattutto il valore di mezzo della propria elevazione morale ed intellettuale e di strumento di concreto servigio verso i propri simili.

Solo se inteso in tal modo, quale concreto legame sociale, che in sé attua il primato dello spirituale ed è distintivo dell’amore fraterno e della solidarietà tra gli uomini, il lavoro può essere assurto all’onore di costituire il fondamento di una Repubblica. Non altrimenti. Il fondamento, il mezzo, e certamente non il fine, come ho detto, del viver civile.

Se è vero che all’uomo non è concesso — in via ordinaria — di poter dare una dimostrazione reale del suo attaccamento al mondo dei valori spirituali al di fuori del proprio lavoro, è anche vero che deve essere il mondo di quei valori a finalizzare l’opera umana.

[…]

Rossi Paolo. […] Per rispondere subito ad un’affermazione fresca dell’onorevole Marchesi, mi sembra quasi superfluo di dichiarare che il nostro gruppo accetterà la formula: «Repubblica democratica dei lavoratori». E come potrebbe essere diversamente, se siamo fieri di intitolarci appunto «Partito Socialista dei Lavoratori Italiani»? Questa formula, prima di essere un’affermazione politica, è il riconoscimento di una imponente, di una immanente, di una massiccia verità storica. L’Italia è un Paese di lavoratori, dove tutto si è fatto e si farà con il lavoro. Nulla con preziose materie prime vendute dall’estero, nulla con fortunate guerre di conquista, nulla attraverso mantenute posizioni egemoniche. Tutto per mezzo del lavoro, e soltanto col lavoro, dal pane che abbiamo sempre misuratamente mangiato, alla gloria senza confini della nostra civiltà artistica. Con la formula «Repubblica di lavoratori» si vogliono riaffermare, insieme, il carattere pacifico della Repubblica, l’illimitata fiducia nelle risorse del lavoro, l’obbligo di ogni cittadino di prestare l’opera sua per la causa comune.

Ma, sia ben chiaro, per rispondere alle preoccupazioni manifestate da alcuni oratori, dall’onorevole Crispo ieri, dall’onorevole Russo Perez poco fa, che i concetti «lavoro» e «lavoratori» sono intesi da noi nel senso più ampio, nel senso più umano. Non è la Repubblica degli operai e dei contadini quella che concepiamo, né quella degli operai e dei contadini più i tecnici e i professionisti; ma una Repubblica nella quale abbiano cittadinanza anche le attività non meramente economiche, una Repubblica, colleghi democratici cristiani e colleghi liberali, in cui ci sia posto per tutti i cittadini partecipanti utilmente alla vita nazionale.

Talune critiche, e non del tutto infondate, sono state mosse agli articoli 6 e 7 per la imprecisione del loro contenuto, soprattutto per gli impegni che viene ad assumere la Repubblica senza che le siano dati, contemporaneamente, dalla Carta costituzionale, i mezzi per assolverli degnamente. Noi non siamo così ingenui da non comprendere la serietà dell’argomento, ma pensiamo che gli articoli debbono rimanere sostanzialmente come sono e dove sono e ci opporremo a che siano trasferiti in eventuali preamboli. Vogliamo che il legislatore li abbia fissi davanti agli occhi, quali scopi e condizioni della sua attività.

Pubblicato in : Primo pianoTag: assemblea costituente, carta costituzionale, commissione, comunismo, considerazioni, contadini, costituzione, danni, dante, de gasperi, democrazia, espressione, estero, giovanni amendola, giustizia sociale, italia, la repubblica, lavoro, Liberali, mondo, mussolini, orientamento, pensionati, regime, repubblica

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Carmela Panariello Franchini è avvocato civilista del Foro di Napoli. Lettrice attenta della società e del costume, che tende a decodificare perchè la verità è sempre altrove.

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diversamente italiani

di Carmela Panariello Franchini | 16 Luglio 2015

DIVERSAMENTE ITALIANI 2

 

 

 

il pensiero della Costituzione negli interventi dei Padri Costituenti

 

[Il 13 marzo 1947 l’Assemblea Costituente prosegue la discussione generale delle «Disposizioni generali» del progetto di Costituzione della Repubblica italiana.]

 

 

De Vita. […] Per me lo Stato non è una realtà né etica, né anti-etica; per me lo Stato è una realtà politica, sia pure non indifferente all’etica. Nell’ordine morale l’unica realtà è la coscienza e le forme della coscienza, ed io, onorevoli colleghi, non riesco, tra le forme della coscienza, a trovarne una che si chiami lo Stato. Con l’articolo 5, però, questo scopo è stato pienamente raggiunto, perché si è voluto lo Stato etico, tanto è vero che gli si è data anche una religione. Soltanto mi domando allora che valore abbia il primo comma dell’articolo 7, in cui è detto: «I cittadini, senza distinzione di sesso, di razza e di lingua, di condizioni sociali, di opinioni religiose e politiche, sono eguali di fronte alla legge».

La verità è che quando allo Stato si dà una religione, esso deve difenderla. Questo mi sembra ovvio; e in questa difesa esercita una inammissibile pressione sulla coscienza dell’individuo, violando una delle fondamentali libertà della persona umana. Nell’attuale stato di sviluppo della nostra civiltà, il rispetto delle opinioni dei singoli professanti religioni differenti deve assurgere a maggiore pubblica considerazione. I cittadini devono essere effettivamente eguali di fronte alla legge, indipendentemente dalla religione professata.

[…]

E per terminare desidero fare qualche osservazione in ordine al secondo comma dell’articolo 7: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’eguaglianza degli individui e impediscono il completo sviluppo della persona umana».

Questa disposizione ha per me questo significato: il nuovo assetto costituzionale non deve produrre soltanto cambiamenti di persone o di possessi, e su questo credo che siamo d’accordo. Questa disposizione racchiude lo spirito che deve informare la soluzione di ogni problema sociale. Orbene, il problema sociale può risolversi soltanto determinando l’armonia degli interessi. Ma il mondo odierno presenta le sue profonde antitesi sociali: differenza di lavoro e proprietà, di lavoro manuale ed intellettuale, di piccola, media, e grande proprietà. Si devono allora sanare queste antitesi. Come? Questa è la domanda che io pongo a questa Assemblea. Per me vi sarebbe un mezzo per sanare queste antitesi, ed è, secondo la formula mazziniana, capitale e lavoro nelle stesse mani. È quella forma di associazionismo, è la partecipazione operosa ed eguale, ed anzitutto e soprattutto cosciente, del lavoro al processo produttivo. Certamente ogni privilegio deve scomparire dalla nostra società, ogni ineguaglianza deve scomparire, ogni distinzione che non derivi dalle opere dell’uomo deve essere condannata come una usurpazione. Su questo credo che siamo d’accordo. Ma io ritengo che in ogni riforma sociale deve sempre — e questo è per me fondamentale — respirare l’anima dell’uomo, deve espandersi l’essenza della natura umana che è la libertà. (Applausi).

[…]

Moro. […] questa ideologia, questa sana accettabile ideologia che io ho racchiuso nelle due espressioni — libertà e giustizia sociale — si ritrova in questi tre articoli della Costituzione che noi esaminiamo e viene espressa come una indicazione dei fini del nostro Stato, del volto storico che assume la Repubblica italiana. Indubbiamente una indicazione di questo genere è indispensabile. Non avremmo ancora detto nulla, se ci limitassimo ad affermare che l’Italia è una Repubblica, o una Repubblica democratica. Occorre che ci sia una precisazione intorno ad alcuni orientamenti fondamentali che storicamente caratterizzano la Repubblica italiana.

Io, per questo, avevo proposto al nostro amabile Presidente della Commissione, onorevole Ruini, che i tre articoli, il primo, il sesto ed il settimo, fossero congiunti insieme, in quanto mi pareva che essi concorressero, da punti di vista diversi, a caratterizzare il volto storico dello Stato italiano. Sono prevalse altre ragioni, che sono ottime e dinanzi alle quali mi inchino, ma non volevo dimenticare questa mia modestissima proposta, la quale riconferma la mia vecchia idea che si tratti di articoli unitariamente confluenti per definire il carattere storico della Repubblica italiana.

Questi tre pilastri, sui quali mi pare che posi il nuovo Stato italiano sono: la democrazia, in senso politico, in senso sociale ed in senso che potremmo chiamare largamente umano.

[…]

Vengo ora all’altra parte dell’articolo 1: «La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Permettetemi su questo punto di ricordare, in quanto membro della Commissione, la storia di questo articolo, anche per contribuire a chiarirne il senso e a dissipare alcuni dubbi che già sono affiorati, in seno soprattutto alla Commissione dei 75. Ricordo che questo articolo in sostanza fu proposto dal nostro amico La Pira il quale, nel suo slancio generoso, nel suo desiderio di contribuire in ogni modo all’affermazione più piena della dignità umana, vagheggiava di inserire nella Costituzione un articolo nel quale fosse consacrato quello che egli chiamava lo status del lavoratore, cioè una condizione giuridica particolare dell’uomo che lavora e che doveva essere considerata fondamento di diritti. Furono fatte a questa proposta dell’amico La Pira alcune obiezioni, che in realtà non erano fondate, e, nella dinamica dei lavori per la Costituzione, questa proposta, che pure aveva trovato una prima articolazione, fu fatta cadere. Restò, di quella formulazione primitiva, questa idea che evidentemente è un’idea cristiana, un’idea democratica, che cioè bisogna dare al lavoro una particolarissima considerazione, che bisogna impegnare la nuova democrazia italiana in questo processo di elevazione dei lavoratori e di partecipazione la più piena dei lavoratori stessi all’organizzazione economica, politica e sociale del Paese. Questo il senso della disposizione: un impegno cioè del nuovo Stato italiano di proporsi e di risolvere nel modo migliore possibile questo grande problema, di immettere sempre più pienamente nell’organizzazione sociale, economica e politica del Paese quelle classi lavoratrici, le quali, per un complesso di ragioni, furono più a lungo estromesse dalla vita dello Stato e dall’organizzazione economica e sociale. Nessun intento di esclusione pertanto. Non si voleva, da parte dei proponenti dichiarare che questa qualifica, intesa in senso stretto, come è indicato nell’articolo, fosse la condizione indispensabile per essere considerati cittadini e trattati come tali. Il problema della cittadinanza, cioè della pienezza dei diritti civili e politici, è risolta dalla prima parte dell’articolo 1, in quanto dichiara: l’Italia è Repubblica democratica, cioè stato di tutti i cittadini e risolta dagli altri due o tre titoli della prima parte di questa Costituzione, nei quali si tratta dei cittadini nel senso più largo dell’espressione. Si poneva semplicemente un problema di carattere strettamente politico, indicando come una meta di notevole importanza nella costruzione del nuovo Stato, questa, cioè, di dare accesso in modo reale, pieno e costruttivo, alle forze lavoratrici nella vita del nostro Paese.

Ed io ricordo di più che questa proposta La Pira — chiamiamola così — venne presentata in contrapposto amichevole ad altra proposta dell’onorevole Togliatti, quella alla quale egli si riferiva ancora qualche giorno fa nel suo notevole intervento, in sede di discussione generale, quando domandava ancora che la Repubblica democratica italiana fosse qualificata come Repubblica di lavoratori. Ed assicurava, colla consueta amabilità, l’onorevole Togliatti che tale espressione non doveva essere intesa in nessun modo in senso classista, ma voleva indicare soltanto la convergenza di tutte le forze produttive verso questo punto di incontro, il lavoro, che permette alla Repubblica italiana di essere qualificata, senza esclusioni, come Repubblica di lavoratori.

Ed indubbiamente la suggestione che una simile espressione può avere per un cristiano, in quanto eccita la sua sensibilità tradizionale per la sorte della dignità umana e per la sorte delle classi meno abbienti e più sfortunate, può essere grande. Ma vi era da parte nostra, in sede politica, una considerazione da fare: che quella espressione, sia pure chiarita così nettamente dell’onorevole Togliatti, avrebbe assunto fatalmente un significato classista.

Ed ecco la nostra contro-proposta, che salva di quella dell’onorevole Togliatti la sostanza, assegnando allo Stato italiano questa meta altissima di dare pienezza di vita sociale, politica ed economica alle classi lavoratrici.

Quindi, nessun significato di esclusione; soltanto un impegno della nuova democrazia italiana in questa strada di elevazione morale e sociale. E io credo che nessun uomo onesto, che segga in questa Assemblea — e, quindi, penso, nessuno tra noi — potrà respingere il significato di questa affermazione. Si potrà chiarire la sua portata, si potranno fare delle aggiunte, allo scopo di rendere indubbio che la cittadinanza democratica è cosa indipendente dalla qualifica di lavoro; ma non si potrà negare che il compito storico che sta dinanzi alla democrazia italiana, in quanto essa persegue il potenziamento della dignità umana, sia di immettere nella pienezza della vita del Paese le classi lavoratrici.

A questo punto io credo si debba ricollegare l’altro che costituisce l’ultima parte dell’articolo 7:

«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale, che limitano la libertà e l’eguaglianza degli individui ed impediscono il completo sviluppo della persona umana».

Evidentemente siamo, in questa applicazione del principio dell’eguaglianza, nello stesso ordine di considerazione cui adesso facevo cenno.

Si tratta di realizzare in fatto, il più possibile, l’eguale dignità di tutti gli uomini.

Il senso di questo articolo è precisamente questo. Non accontentiamoci di parole, di dichiarazioni astratte, facciamo in modo, attraverso la nostra legislazione sociale, che, il più possibile, siano in fatto eguali le condizioni e le possibilità di vita di tutti i cittadini.

Quindi anche questa parte dell’articolo 7 ha un significato evidente, discreto, accettabile e non credo che possa dare, così inteso e così inquadrato, alcuna preoccupazione. Comunque, anche qui le possibilità di modificazioni, di chiarimenti formali sono sempre aperte.

Pubblicato in : Primo pianoTag: assemblea costituente, cambiamenti, commissione, costituzione, democrazia, disposizione, espressione, fini, giustizia sociale, importanza, italia, la repubblica, lavoro, mondo, natura, persone, processo, punti di vista, religione, repubblica, repubblica italiana, soluzione, sviluppo

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