A Bruxelles in un angusto trilocale, con in più una zona lavanderia ai fini narrativi di non poco conto, abiterebbe Dio, in tutto differente da qualsiasi iconografia apprezzabilmente trasmessaci. Con lui una moglie di scarsa appetibilità, dallo sguardo perennemente inebetito e a suo modo riverente. Il Figlio Gesù Cristo non compare che di sfuggita poiché, come è noto, lasciò la casa del Padre. Qui, però, nello srotolarsi della sceneggiatura è accaduto contro la volontà paterna tanto da imbattersi poi in un gruppo di una dozzina di esaltati che lo hanno negativamente influenzato. La figlia di dieci anni – Ea – ha già maturato una profonda, invero legittima, avversione verso il padre-padrone. Decide così di scappare non prima di aver boicottato la pessima missione attribuita a questo dio che si diverte maligno nel creare e spargere instancabilmente pene e sfighe destinate ad angustiare l’umanità intera, peraltro già in affanno. Così come il Fratello ne trovò dodici, anche Ea ne incontrerà sei: improbabili come apostoli, ma cavandoli comunque dalle loro vite afflitte e solitarie. Da ultimo: l’ipotesi filmica che la Deneuve, una dei sei neo discepoli, si possa con profitto accoppiare con un orango non ci turba più di tanto in considerazione dell’ordito che qui si tesse. Piuttosto, come ulteriore rammarico, ci ha appena intristito rivedere quel suo viso oggi, pur segnato irrimediabilmente dal tempo e da qualche infiltrazione, che per oltre cinquant’anni ci ha benevolmente accompagnato e felicemente incantato per la delizia di lineamenti che credevamo, fino a ieri, intramontabili.
Dio esiste e vive a Bruxelles (Le tout nouveau Testament) di tale Jaco Van Dormael , viene sollecitato alla visione perché “esilarante, emozionante, provocatorio”. E’ noto che pur di vendere un prodotto si finisce per dire qualsiasi cosa, anche a costo di mandarci in una latrina segnalandocela come un agro generoso sia pur appena concimato. Penosamente stravagante perlomeno, imbarazzante e a tratti offensivo. Difficile immaginare un dio più crudele e più sguaiato. Impossibile, almeno fino ad ora, rappresentarlo così volgare e così cialtrone come questo regista belga di Bruxelles, non a caso ateo dichiarato, a voluto perpetrare. Ancora una volta Dio diviene oggetto di un esperimento di supposta creatività para artistica che francamente alimenta oltremodo la nostra amara perplessità nei confronti di tutti quegli autori, figurativi e narrativi, la cui caldeggiabile inattività varrebbe di merito per la Cristianità intera. E se proprio non riuscissero a contenere tutta la loro predilezione per il trascendente, potrebbero indirizzare le loro incursioni in quello degli altri.

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