La ritirata di Debaltsevo, io la stavo vivendo dal vero senza quasi accorgermene, attraverso quei fortunati che erano riusciti a uscire da quel cul de sac.
Nei primi giorni di febbraio, io e mia moglie tornavamo a casa a Firenze da Poltava in Ucraina, storica città a sud di Kiev, a poco più di metà strada da Donetsk, dove si era consumato nel gennaio 2015, l’ultimo violentissimo scontro tra ucraini e russi nello scenario dell’aeroporto inaugurato tre anni prima per gli europei di calcio. In quell’occasione avevo intervistato per Pensalibero.it, due combattenti feriti ricoverati nell’ospedale di Poltava che vi avevano partecipato salvandosi con altri quindici uomini. “Intervista di guerra” ndr. Uscimmo da casa, ricordo, verso le dieci di sera del 3 febbraio con l’auto di Sergey. Un pulmino ci attendeva davanti alla stazione di Poltava. Di notte sostituiva il treno per Kiev che per ragioni di guerra era stato soppresso per raggiungere l’aeroporto Borispol. La neve scendeva bianchissima a grandi fiocchi dal cielo nero inzuppato in un profondo silenzio. Il pulmino che aveva non più di venti posti a sedere, era con il motore acceso e aspettava. Dietro all’autista che stava sistemando alcuni suoi affari, uno schermo tv trasmetteva a ripetizione episodi di un telefilm comico. La ritirata di Debaltsevo, io la stavo vivendo dal vero senza quasi accorgermene, attraverso quei fortunati che erano riusciti a uscire da quel cul de sac, per colpa di quei famosi tre giorni che l’Europa, ma quale Europa, verrebbe da pensare, concesse a Putin prima del cessate il fuoco, mai rispettato, degli accordi di Minsk, capitale della Bielorussia. Avevamo sentito le notizie alla tv nei giorni precedenti. Eravamo in tensione per le informazioni, preoccupati per la tragedia, che arrivavano continuamente da Debaltsevo dove i russi, i banditi usciti dalle galere di Donets’k e forenig fighters costituiti per lo più da uomini di Kadirov, ceceni legati al fanatismo islamico che oggi tiene in pugno quel paese, stavano uccidendo come a Ilovaisk. Sì i Forenig Figheters, i mercenari, o come li volete chiamare voi, quelli che un tempo erano glorificati e incensati dalle nostre repubbliche e signorie: i vari, Niccolò da Tolentino, Giovanni Acuto che troviamo, magnifici, in Santa Maria del Fiore a Firenze affrescati da Andrea del Castagno e Paolo uccello, oppure Guidoriccio da Fogliano di Simone Martini a Siena nel Palazzo del Comune. Nulla di nuovo. Solo che questi sono attuali, e per un pugno di dollari, assoldati, muniti di armi dai russi anche di tipo non convenzionale, come le bombe a grappolo, o il “ Burattino” che spargeva panico senza che ti accorgessi dove era cascata la bomba. Mentre i carri armati russi potevano colpire con facilità. Che orrore: centinaia di soldati e combattenti ucraini uccisi per salvare la loro patria dai “ fratelli maggiori” che un tempo abbracciavano anche se costretti dal pugno duro del Cremlino. Tutto questo lo vedevamo alla tv in quei giorni a Poltava, mentre la vita quotidiana scorreva tra le vie della città, tra povere donne che vendevano per le vie su cassette di legno i prodotti dei piccoli orti di casa e i militari del battaglione d’Azov sparsi per la città che raccoglievano le offerte della gente per finanziarsi. Sì, il celebre battaglione Azov che evocava i grandi cosacchi di Zaporozhye d’ucraina. C’è un grande quadro di Riepin, in questi giorni rimosso dal museo di Tretyakov di Mosca, che li rappresenta: “ I Cosacchi dello Zaporozhye scrivono una lettera al sultano di Turchia” dove si vedono assieme le bandiere dell’ucraina e dei cosacchi, capitanati da Ivan Sirko. Poi, era arrivata l’ora dei saluti. Prima di uscire da casa ancora le immagini della tv riportavano tutte le notizie della guerra; un abbraccio e un arrivederci presto a Firenze per Ilona e a sua figlia Nastia di undici anni, bella e dolce prole di mia moglie, mentre con Sergey un’energica stretta di mano al commiato, davanti alla stazione. Nel pulmino eravamo i primi a salire, ma non pensavo che gli uomini in mimetica che stavano arrivando per il viaggio con noi, fossero reduci da quella battaglia. Un uomo in abiti civili che era arrivato prima degli altri con il suo cane ci chiese di aprirgli una bottiglia di birra, anche lui veniva da Debaltesevo. Lo disse a Iryna che glielo chiese. Provai allora a dire a mia moglie se si sentiva di raccontare qualcosa. Lui ringraziò per il favore, prese il suo cane in collo e si rannicchio in fondo al pulmino al buio, in silenzio. Viaggiammo per diverse ore, almeno sei. Facemmo, durante il percorso una sola sosta prima di arrivare a Borispol. Per tutto il viaggio non sentii che il rumore del motore del mezzo che incrociava i fari dei tir che arrivavano in senso opposto. Solo la neve rischiarava la grande pianura ucraina. Pareva un viaggio nell’aldilà. Una sorte di Caronte stava accompagnandoci chissà dove. Io ero lì, con la testa appoggiata al finestrino, bagnato dalla condensa che colava come sudore freddo dai bordi dei vetri. Dimenticare Debaltesevo: sarebbe stato difficile per quegli uomini sapendo dei drammatici giorni dove i russi colpirono duramente i battaglioni e l’esercito regolare ucraino colti in un cul de sac a Debaltesevo. La TV aveva raccontato quello che già era accaduto mentre vivevo l’appendice di un dramma senza averlo sul momento compreso. I tentativi a Minsk di trovare un accordo non furono sufficienti per far cessare immediatamente i combattimenti. Ricordo bene i visi stravolti della signora Merkel, di Hollande e Porotsenko che dovettero concedere dopo stenui tentativi notturni a Putin altri tre giorni ancora prima del cessate il fuoco. Ricorderò sempre quel silenzio di sconfitti ma non vinti militari ucraini che tornavano a casa.

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