Ci piacerebbe molto pensare, ma soprattutto credere, che in Italia si sia finalmente avviata, per la prima volta in tutta la sua storia, una vasta ed approfondita discussione sulla cosiddetta questione femminile, e che ciò sia dovuto ad un forte movimento di opinione trasversale, non ristretto solo alle donne e non riservato solo ad una elite intellettuale, coagulatosi intorno ai molti motivi di riflessione che i rilevamenti statistici e le analisi socioeconomiche ci forniscono quotidianamente.
Siamo all’ultimo posto in Europa per l’occupazione femminile, e questo tradotto in termini chiari ed espliciti significa che i poteri politici ed imprenditoriali che ci governano ritengono che il nostro paese possa rinunciare alla metà esatta delle proprie risorse umane senza patirne un danno.
Siamo in una posizione infima, nella graduatoria mondiale e non più solo europea, superati persino da alcuni stati africani, riguardo la presenza femminile nei luoghi di potere, siano essi politici, economici, gestionali, pubblici o privati.
La disparità salariale, a parità di incarico, fra uomo e donna, oscilla in Italia tra il 25 ed il 30% – dati del Ministerro delle Pari Opportunità, la cui sola esistenza, non ci stancheremo mai di ripeterlo, equivale ad una ammissione di fallimento – senza che qualcuno si senta in dovere non solo di correggere questa gravissima stortura del sistema, ma prima ancora di chiedersi come si sia potuta attuare, e procrastinare ostinatamente attraverso le generazioni, una simile forma di discriminazione che lede ogni principio di eguaglianza, di pari opportunità, di riconoscimento di capacità, e costituisce uno degli elementi a maggior potere erosivo di quella parità di diritti sancita dalla nostra Costituzione ma di fatto rimasta lettera morta in tanti, troppi settori vitali della nostra comunità presunta democratica.
La carenza endemica di strutture e servizi sociali volti a sostenere le donne lavoratrici è un altro aspetto fallimentare di questo paese, dove ancor oggi ottenere un part-time è difficilissimo – anche perché così com’è concepito finisce per rivelarsi un danno tanto per chi lo chiede quanto per chi lo concede – dove gli orari di asili e scuole sono del tutto svincolati da quelli degli uffici mettendo le madri che lavorano in condizioni di costante emergenza sulla gestione dei figli dopo la scuola, e dove soprattutto viene ancora richiesto alle donne di farsi interamente carico di ogni aspetto legato alla famiglia, sia quella di origine che quella propria, compresa l’assistenza agli anziani malati e non autosufficienti.
Ci pare dunque che gli argomenti di discussione, di confronto e di mobilitazione per esercitare una forte pressione sulle istituzioni al fine di ottenere provvedimenti legislativi concreti ed incisivi a sostegno delle donne come risorsa indispensabile ed irrinunciabile per la crescita del nostro paese, si presentino in abbondanza e siano anche tutti meritevoli di una battaglia di civiltà prima ancora che di rivendicazione di genere, perché una comunità che rinnega la metà di se stessa è destinata all’estinzione, non certo all’evoluzione.
Invece.
Invece si va in piazza.
Invece leggiamo autorevoli coglionate che paragonano le donne italiane manifestanti con le donne egiziane, senza neanche vergognarsi dell’impudicizia intellettuale del paragone.
Invece si spalma la coscienza sulla massa indistinta e la si anestetizza, privandola così della consapevolezza di sé a favore del pensiero unico omologante ed omologato.
Invece ci si riveste del luccicante mantello della pubblica virtù e si fa una bella lista di cattive ragazze da convertire al verbo della morale collettiva, appannaggio però, strano paradosso a dire il vero, di una ed una sola parte politica del paese.
Invece si perpetua il logoro stanco tristissimo gioco dell’Eva contro Eva, che sempre ci ha dannate e sempre ci dannerà ad uscire sconfitte contro la solidarietà maschile così potente e radicata da risultare omertosa.
Invece si rispolvera un femminismo d’accatto, privo di contenuti ed innervato solo di slogan da gettare sulla piazza, sulla stampa, sulla pubblica opinione come coriandoli, che tutti vedono grazie al loro colore, ma che cadono a terra senza fare rumore, privi di peso come sono.
Invece ci si dimentica che dignità è un sostantivo singolare femminile, che non ha plurale, dunque può appartenere agli individui ma mai farsi occasione di censura collettiva.
Invece si condannano le escort, ma non siamo disposti a scandalizzarci per la prostituzione intellettuale, che il vero cancro che divora questo paese.
Chiara Boriosi

Se la moralità debba essere più nella mente di chi osserva che nelle azioni di chi è osservato , si capisce come noi abbiamo una bella schiera di giudici .
E si può comprendere il “femminismo d’accatto, privo di contenuti ed innervato solo di slogan da gettare sulla piazza, sulla stampa, sulla pubblica opinione come coriandoli”. Mentre anche la stampa più impegnata nella crociata moralizzatrice pubblica pettegolezzi e pubblicità ornati di corpi femminili ,peraltro belli (almeno ai miei occhi ), e noti ben-pensanti scagliano pietre sempre sulle stesse persone . Come dire…la pubblicità é l’anima del commercio..e della politica. Qualcuno anche diceva : gutta cavat lapidem…
Trevigiano: a volte certe manifestazioni hanno esiti miracolosi. La condizione delle donne non è cambiata di una virgola, ma tu ed io per la prima volta ci troviamo d’accordo…..
Sono ovviamente d’accordo completamente con quest’articolo, è necessario che le donne Italiane nel 2011 siano mobilitate perché il Premier Berlusconi, ha inventato una novità a livello Mondiale, consistente nel fatto di pagare o fare regali in cambio di prestazioni o ammiccamenti a carattere esplicitamente sessuale.
Naturalmente tutto il Mondo guarderà ammirato alle donne Italiane così rapide ad affrontare questa novità, e nelle birrerie tutti dichiareranno quanto sono sveglie, hanno scoperto l’esistenza di un nuovo lavoro, forse il più impensabile al Mondo, un grande passo avanti rispetto al Fascismo, ora possiamo stare tranquilli, cambierà tutto.
Scusate l’enorme quantità di refusi, ho problemi con il Pc.
Cara Chiara, l’ha spiegatio bene l’intevrento di Paolo, qui sotto, che ha vissuto una forma did iscriminazione che ha privilegato alcune donne, invece che lui, che peraltro è omosessuale. Vedi, se si ragiona per categorie, potremmo dire che ognuno di noi è il “terrone” di qualcun altro, lo “zingaro” di qualcun altro, e così via per discriminazioni, disegnando una società esclusiva, dove alcune categorie sono elette ed altre no, invece che inclusiva. Io ritengo, da liberale quale sono, che il concetto di diritto, come quello di libertà, di coscienza, di dignità, lo sid ebba prima possedere individualmente, farlo proprio concettualmente, e praticarlo quotidianamente secondo coscienza, solo così si potranno poi fare giuste rivendicazioni che non siano di genere, che non siano strumentalizzabili, a invece dense di contenuti e di cpscenza civile e sociale maturata da quella individuale.
C’è una cosa che non capisco.
Lei denuncia che: “Non si riflette mai sull’intero, ma sempre su una parte, come se ognuno di noi fosse descritto, e circoscritto, solo da un particolare”.
Se questo significa che non si può ridurre il valore della persona all’appartenenza ad una singola categoria, ovviamente sono d’accordo.
Ma come si fa a negare che talune caratteristiche della persona (fisiche, intellettuali, materiali, in certi casi – non so come definirle se non – naturali) riconducono il singolo ad una, più o meno numerosa, collettività?
Come fare allora quando quella collettività subisce un pregiudizio o addirittura una discriminazione proprio per le sue caratteristiche?
Ad es. la donna che viene assunta mal volentieri perchè si teme la sua possibile gravidanza ed assenza dal lavoro; sempre la donna che avanza con più difficoltà nella carriera perchè costretta ad un part time per assenza di strutture di sostegno alla maternità; senza contare delle ipotesi più insopportabili di vera e propria discriminazione del diverso.
In un mondo perfetto accadrebbe che ciascuno di noi, senza appartenere alla “piccola comunità” direttamente coinvolta, si sentirebbe comunque coinvolto da tale problema, lo sentirebbe proprio in quanto membro di una più vasta Comunità.
Nel mondo imperfetto in cui viviamo, ciò non accade.
Allora, cosa c’è di sbagliato se coloro che vivono sulla propria pelle un disagio protestano, richiamano l’attenzione, cercano di accendere una scintilla? E appunto lo fanno in nome della caratteristica che è li accomuna ed è la fonde indiretta del disagio che sentono?
Chiara Presenti
Grazie Marzio.
Paolo: il plurale è una convenzione di chi scrive proprio per non dare la sensazione di essere troppo autoriferiti. Detto questo, ti do ragione, la discriminazione viaggia a doppio senso, per questo io sono contraria alle distinzioni di genere, e vorrei si ricominciasse a ragionare in termini di Persone, e non di categorie. Invece la chiusura nei ghetti sembra essere parte del nostro italico Dna: sei di destra o di sinistra, cattolico o ateo, parte di una famiglia o single, servo di una lobby o cane sciolto. Non si riflette mai sull’intero, ma sempre su una parte, come se ognuno di noi fosse descritto, e circoscritto, solo da un particolare. Questa mancanza di una vera capacità di analisi a tutto tondo è la nostra vera dannazione, da cui discendono tutti i mali del nostro paese. Qui cerchiamo almeno di denunciarla e di combatterla, ma vedi da te quanto siamo soli in questa battaglia.
Che dire Chiara se non che quello che scrivi é vero e che come sempre lo esponi in modo lucido e comprensibile. Se posso farti un appunto, che non é solo per questo pezzo, é di limitare il “ci” e in generale la prima persona plurale. Sei te che scrivi, quindi sarebbe piu’ marcante esprimersi in prima persona, con un “mi” al posto di un “ci”.
Questo é il tuo pensiero, un bel pensiero, che merita il singolare e non il plurale.
Sul contenuto, sono fondamentalmente daccordo ma con qualche riserva….il fenomeno é stato ampio, complice il Facebook che per me amplifica spesso cose senza importanza (non mi riferisco a questo episodio in particolare) , ma comunque é stata una manifestazione riuscita almeno in termini di numeri.
Quello delle “Pari opportunità” é un tema perverso perché inesistente di fatto come bene spieghi e al tempo stesso questa diversità che discrimina le donne, da un lato le aiuta, come l’ esperienza professionale mi ha spesso mostrato.
Viste le commissioni artistiche ai concorsi, all’epoca in cui ne facevo tanti per tutta Italia e che erano fatte essenzialmente da uomini, spesso i criteri di assunzione, anche se si trattava di piccoli periodi o di brevi stagioni musicali, erano dettati dalla neanche celata volontà di membri della commissione che univano l’uitile al dilettevole dando la precedenza a figliole che avrebbero potuto conquistare nel peridodo di lavoro….cosi mi é capitato spesso di subire questa sottile dittatura dei maschi eterosessuali per cui a parità di livello, o spesso anche a disparità, a farla franca erano spesso le ragazze, ovviamente bellocce e ben messe in valore.
Berlsuconi amplifica un modus vivendi che esiste e esisterà sempre con questa mentalità alla fine contraria alle donne ma che al contempo in tanti settori le facilita piu’ degli uomini.
In Italia c’é una bruttissima abitudine inculcata dalla religione dominante che piu volte ho descritto….la legge del “Si fa, ma non si dice”, tutti pudici e moralisti…e sessuofobi in pubblico.
La foto pubblicata pers screditare Vendola che passeggia nudo negli anni ’70 é la a dimostrarlo!
Come si puo’ accusare qualcuno e metterlo alla berlina per un atto assolutamente naturale?
Per questo trovo che la mentalità italica sia alla base di queste manifestazioni ipocrite, questa delle donne, come quella del familiy day, e che dietro questo moralismo bacchettone ci sia ancora la chiesa cattolica che predica male e razzola malissimo e che con questo fardello nel nostro Paese non ci saranno MAI condizioni degne e pari opportunità né per le donne, né per la minoranza omosessuale.
Mi piace moltissimo questa “prostituzione intellettuale vero cancro del paese”. Da molto tempo auspico che non sia più accesa né Rai, né Mediaset, né la7, che siano disertati convegni, mostre, librerie, teatri e tour operators, che si mediti a lungo quale fogliaccio comprare e poi farne a meno. Non si tema di perdere granché, l’impalpabile “vox populi ” ci informerà comunque dopo aver disinfettato la notizia. Nel tempo in cui tutto è recitato al nostro servizio e a nostra disposizione in realtà restiamo poveri servi schiacciati appunto dalla prostituzione intellettule in cui gli uomini sono infinitamente più esperti e corrotti delle donne. Che per emanciparsi li imitano.