
di Luciana Grosso*
“Membro Associato”, oppure “Alleato per il futuro”: la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen e il premier canadese Marc Carney hanno usato, non a caso, due espressioni diverse per riferirsi alla stessa cosa: l’avvio di una nuova partnership, più stretta e continua.
Il problema è che, nonostante l’annuncio di questa nuova parnership sia stato accolto con grande attenzione, e fragorosi applausi dal Parlamento di Strasburgo, nei fatti, nessuno ha ancora idea di cosa significhi.
Questo perché l’accordo tra UE e Canada è stato annunciato prima che qualcuno si sedesse attorno a un tavolo a definirne dettagli, vantaggi, e perimetro istituzionale. Von der Leyen in merito non ha detto quasi nulla (“Condividiamo un oceano, gli stessi valori, lo stesso modo di vedere il mondo. E ora costruiremo insieme anche il nostro futuro”); il premier Carney, è stato più concreto, ma solo in parte.
In aula ha snocciolato una serie di temi per i quali auspica una più stretta collaborazione tra Canada e UE, citando una maggiore “autonomia strategica”, oppure la grande quantità di materie prime necessarie alla transizione energetica di cui il Canada è ricco e l’Europa assetata, oppure ancora la possibilità di unire le forze per quel che riguarda la capacità industriale della difesa e lo sviluppo l’intelligenza artificiale o ancora per creare un’area commerciale digitale senza soluzione di continuità, almeno nei servizi. Anche la possibilità di aprire il programma Erasmus+ al Canada è stata citata, come quella, per i ricercatori canadesi, di poter avere accesso ai bandi Horizon e creare una sinergia tra i vari centri di ricerca consentendo ai lavoratori europei e canadesi di spostarsi senza difficoltà.
Ma se questo, ipotetico e ancora tutto da scrivere, è l’elenco delle linee guida che potrebbero governare l’annunciata nuova partnership tra Canada e UE, ancora più ipotetico è il percorso politico che potrebbe portare alla sua nascita effettiva.
Qualunque cosa stabiliranno i mediatori, infatti, ogni decisione dovrà essere sottoposta al voto dei rispettivi parlamenti. E se Ottawa almeno in questo momento, sembra avere una maggioranza chiara e coesa attorno alla figura del premier, lo stesso non si può dire per Bruxelles, che di fatto non ha una maggioranza né chiara né coesa né in Parlamento né al Consiglio.
Quindi, nonostante gli applausi, considerare l’accordo con il Canada cosa sostanzialmente fatto, potrebbe essere un errore.
Così come potrebbe essere stato un errore da parte di von der Leyen annunciare l’avvio del percorso per far diventare il Canada “membro associato” prima di averne parlato con i Paesi Ue: una fuga in avanti che – riporta Politico – avrebbe irritato molto i membri del Consiglio, specie quelli più vicini a Donald Trump, o quelli che, come l’Italia o la Francia che non hanno mai aderito agli accordi commerciali Ceta con Ottawa e che ora potrebbero non gradire l’imposizione dall’alto di questo “membro associato”.
In tutto questo, poi, ci sono le grandi incognite legate alla figura di Trump, che dalla Casa Bianca potrebbe ostacolare il progetto portandolo ad arenarsi in qualche secca legislativa.
In questo senso è interessante notare come la retorica di von der Leyen e di Carney abbia assunto forme e toni diversi rispetto al convitato di pietra Trump.
Nel suo discorso, von der Leyen si è affrettata a specificare che l’avvicinamento tra Canada e Ue non era assolutamente da intendersi contro nessuno, ma solo per il rafforzamento dei due Paesi in questione. Una excusatio non petita il cui fragore deve essere arrivato fino a Washington, da dove Trump ha già minacciato nuovi dazi se la cosa andasse in porto.
Più dirette sono state le parole di Carney che, senza nominare il presidente Usa (con il quale ha rapporti tesissimi al momento), lo ha comunque chiamato in causa: “Oggi – ha detto il premier – le nostre società sono scosse da nuove tempeste: gli sconvolgimenti legati al cambiamento climatico, l’erosione delle norme democratiche, l’uso del commercio come arma. Le istituzioni multilaterali su cui contavamo si sono indebolite. L’integrazione economica viene ormai usata come un’arma, e i dazi doganali come strumento di pressione”. Parole nelle quali è difficile non vedere in controluce il ritratto di Trump.
E difficile è anche non pensare che il discorso di Carney a Strasburgo non sia la logica conseguenza di quello pronunciato nove mesi fa a Davos, quando, nel pieno della crisi della Groenlandia, Carney parlò della necessità di creare una grande alleanza tra le “potenze medie” del mondo che, unendosi, potessero fare da contrappeso ai giganti di USA e Cina.
Così in un’aula gremita Carney ha dichiarato: “Voglio essere preciso su ciò che non sto proponendo. Non sto proponendo un terzo blocco per diventare un rivale di grande potenza, solo con maniere migliori. Non cerchiamo il potere per dominare gli altri. Al contrario, perseguiamo la resilienza affinché nessuno possa controllare i nostri mercati aperti, compromettere la nostra sovranità, minacciare la nostra integrità territoriale o minare le nostre libertà, le nostre democrazie, il nostro stato di diritto”.
Non una nuova, impossibile superpotenza, dunque. Ma un contraltare, un argine, alle superpotenze che ci sono già. L’avvio di una partnership tra Ue e Canada potrebbe esserne il nucleo originale. Ma è ancora presto per dirlo, perché l’efficacia di questa nuova alleanza non risiederà nella sua mera esistenza, quanto nella capacità di portare e costruire risultati.
Luciana Grosso
*Istituto Ispi

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