
Sono passati dieci anni dal referendum che avrebbe dovuto restituire al Regno Unito piena sovranità politica, economica e commerciale. Secondo i sostenitori della Brexit, Londra avrebbe ripreso il controllo delle proprie frontiere, stretto accordi commerciali più vantaggiosi e trasformato il Paese in una sorta di Singapore europea. La realtà si è rivelata molto diversa.
L’uscita dal mercato unico europeo ha introdotto nuove barriere burocratiche, controlli doganali, certificazioni e costi aggiuntivi che hanno colpito soprattutto le piccole e medie imprese britanniche. Molti esportatori hanno visto ridursi sensibilmente la propria competitività sui mercati continentali, mentre numerose aziende hanno trasferito parte delle attività all’interno dell’Unione Europea per continuare a operare senza ostacoli.
Le cifre aiutano a comprendere meglio la portata del fenomeno. Secondo numerose analisi economiche pubblicate negli ultimi anni, il PIL britannico risulta oggi tra il 4% e il 6% inferiore rispetto a quello che avrebbe probabilmente raggiunto restando nel mercato unico europeo. Le imprese devono inoltre affrontare oltre 100 milioni di pratiche doganali aggiuntive ogni anno, mentre diversi comparti esportatori hanno registrato contrazioni comprese tra il 15% e il 20% rispetto alle traiettorie previste prima della Brexit.
Le esportazioni verso il mercato europeo hanno quindi subito una riduzione significativa rispetto alle aspettative precedenti al referendum e il commercio con il continente non è mai riuscito a recuperare completamente il terreno perduto. Parallelamente, l’aumento dei costi logistici e amministrativi si è inevitabilmente riversato sui consumatori britannici.
Anche sul fronte dei prezzi il bilancio è tutt’altro che positivo. Molti beni importati sono diventati più costosi e l’inflazione, già alimentata da fattori globali, ha trovato nella Brexit un ulteriore elemento di pressione. Diversi studi stimano che l’uscita dall’Unione abbia contribuito a un incremento dei prezzi alimentari compreso tra il 5% e il 7%. Il risultato è stato un progressivo indebolimento del potere d’acquisto delle famiglie britanniche.
La sterlina, pur restando una valuta di primaria importanza, ha perso parte della forza e della stabilità che la caratterizzavano prima del referendum. Rispetto ai livelli precedenti al 2016 continua infatti a muoversi su valori inferiori nei confronti dell’euro, con una svalutazione compresa tra il 10% e il 15% rispetto ai livelli storici antecedenti alla Brexit.
Ma le conseguenze non si sono limitate all’economia. La Brexit ha aperto una lunga fase di instabilità politica che il Regno Unito non è ancora riuscito a superare. Dal referendum del 2016 si sono succeduti sei primi ministri: David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e Keir Starmer. Un ricambio quasi continuo per un sistema politico che per decenni era stato considerato uno dei più solidi e prevedibili del mondo occidentale.
La Brexit ha diviso profondamente partiti, istituzioni ed elettorato. Conservatori e laburisti si sono ritrovati a gestire un Paese spaccato tra chi chiedeva una separazione totale dall’Europa e chi auspicava relazioni più strette con Bruxelles. Ogni governo ha cercato una propria soluzione senza riuscire a costruire una strategia condivisa e duratura.
L’esempio più evidente resta il governo di Liz Truss, travolto in poche settimane da una crisi finanziaria che mise sotto pressione mercati e sterlina. Ma anche gli altri esecutivi hanno incontrato enormi difficoltà nel garantire continuità e stabilità. A dieci anni dal referendum, il Regno Unito appare ancora impegnato a gestire gli effetti di una scelta che avrebbe dovuto chiudere una stagione politica e che invece continua a condizionare profondamente il dibattito nazionale.
Questa vicenda offre anche una lezione più ampia che va ben oltre il Regno Unito. Le democrazie moderne diventano particolarmente vulnerabili quando la politica si lascia guidare da slogan semplici applicati a problemi complessi. Il populismo, indipendentemente dal colore politico, tende spesso a proporre soluzioni apparentemente immediate senza valutare con sufficiente attenzione cause, effetti e controeffetti delle decisioni adottate.
La Brexit rappresenta un caso quasi scolastico. Una parte consistente dell’elettorato venne convinta che l’uscita dall’Unione Europea avrebbe generato benefici rapidi e automatici, senza costi rilevanti e senza conseguenze negative sul commercio, sugli investimenti, sulla stabilità politica e sulla crescita economica. Dieci anni dopo, la realtà ha dimostrato quanto possa essere rischioso affrontare decisioni strategiche di questa portata senza una valutazione rigorosa delle loro implicazioni nel medio e lungo periodo.
Il problema non riguarda soltanto il Regno Unito. Ogni Paese che affida il proprio futuro a slogan elettorali, promesse prive di adeguata sostenibilità economica o programmi costruiti più sul consenso immediato che sulla solidità dei numeri rischia inevitabilmente di scontrarsi con la realtà. Vale per la politica industriale, per la gestione del debito pubblico, per i sistemi pensionistici, per il welfare e per qualsiasi modello di spesa finanziato strutturalmente a debito senza una corrispondente crescita della ricchezza prodotta. L’economia può essere ignorata per qualche anno, ma prima o poi presenta sempre il conto.
Nel frattempo l’euro, dato per spacciato più volte negli ultimi vent’anni, ha continuato a rafforzare il proprio ruolo internazionale. Oggi rappresenta circa il 20% delle riserve valutarie mondiali, è la seconda valuta più utilizzata nei pagamenti internazionali e costituisce uno dei pilastri della finanza globale insieme al dollaro.
Naturalmente il Regno Unito non è collassato, come alcuni prevedevano nel 2016. Resta una delle maggiori economie del pianeta, uno dei principali centri finanziari mondiali e una potenza diplomatica di rilievo. Tuttavia la domanda fondamentale rimane aperta: gli inglesi stanno oggi meglio di quanto sarebbero stati restando nell’Unione Europea?
Dopo dieci anni, i dati economici, commerciali, monetari e politici sembrano suggerire una risposta piuttosto chiara. La Brexit non ha prodotto il rilancio promesso dai suoi sostenitori. Ha ridotto il peso commerciale del Regno Unito nel suo mercato naturale, aumentato i costi per imprese e cittadini, alimentato una persistente instabilità politica e lasciato il Paese più isolato in un mondo nel quale i grandi blocchi economici contano sempre di più.
La Brexit doveva rappresentare un salto verso il futuro. Per molti britannici si è trasformata in un costoso esercizio di nostalgia.
AtSalut.. Ahem… Cheers, see you later
Piero Terracina

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