• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Dell’inizio

Da dove provengono le storie, ogni storia? Chi le ha inventate? Un dio o la mente degli uomini? E come sono state trasmesse? Contano qualcosa le lettere? E i numeri? E a cosa servono le storie? Avranno un futuro? Nel III millennio a.C., in Asia centrale, esisteva un popolo nomade assolutamente acculturato, che nel II millennio a.C. decise d’insediarsi stabilmente nei territori del subcontinente indiano. E’ stato l’antico popolo degli Arii, che ha trasfuso l’antica sapienza delle origini nei testi, scritti nell’antica lingua sanscrita, dei Veda. Dagli Arii deriva anche l’uso del corrente sistema metrico decimale. Ha scritto Giorgio de Santillana: “la tradizione indiana ha conservato la consapevolezza della struttura cosmica (n.d.r.: dell’inizio), la sola che possa dare un senso all’incidenza della guerra e alla nozione di delitto e castigo quale appaiono nel mito”.

di Angelo Giubileo | 14 Novembre 2016

Questa è una ri-cerca e, in quanto tale, senz’altro in(m)-parziale, in-completa e quindi mai sia definita (rispetto ai singoli elementi) che definitiva (rispetto all’intero). E tuttavia, è già evidente che le parole, composte di lettere e sillabe, letteralmente ci sfuggono di mano. Il linguaggio, facilmente, è ingannevole e induce all’errore. E ciò può valere anche per quanto qui abbiamo riportato e intendiamo riportare.

Mano deriva dal latino manus. Si tratta di un termine che pare non abbia un’etimologia e che, nell’antichità, risalga all’accadico manû (calcolare, computare). A questa parola accadica, sono riconducibili tantissime altre parole di svariati linguaggi, come a esempio il greco mévoç (spirito, mente), in latino mens (mente), in inglese mean, in germanico occidentale *mainjan.

E la mano è pur sempre un qualcosa che, più di qualcos’altro, per un verso ci accomuna e per l’altro più invece ci caratterizza, e quindi opera come elemento di distinzione, nell’ambito del regno animale al quale, uomini e bestie insieme, apparteniamo in-distintamente. L’oggetto di ogni ricerca ha a che fare con la capacità umana di com-prensione e di ap-prensione, con l’intellegibilità e la presa di possesso – per quanto sia possibile, e cioè relativo alle nostre capacità umane – della cosa che, per l’appunto, costituisce l’oggetto della ricerca, di ogni ricerca.

La ricerca può svilupparsi attraverso l’uso di diversi tipi di linguaggio. E sia mediante un linguaggio di tipo alfa-bet-ico che numerico. Linguaggio delle lettere e linguaggio dei numeri possono procedere, attraverso lo spazio fisico e geometrico, sia parallelamente che perpendicolarmente. Si tratta di “segni” o “elementi” (n.d.r.: di separazione o distinzione), che procedono separati o s’intersecano tra di loro. Il nodo, che viceversa “appare” (ma “non è”) in(r)-ri-solto e cioè non-sciolto e quindi legato, è quello del continuum. Ma, per se stesso, il continuum necessita di uno spazio-chiuso e quindi non è identificabile in uno spazio che, viceversa, sia aperto e quindi possibilmente anche meta-fisico, vale a dire oltre lo spazio fisico e geometrico in cui opera la distinzione e quindi la separazione. O, come piuttosto vedremo, è la separazione che precede la distinzione.

La problematica dell’inizio è pertanto una questione, e come tutte sempre relativa allo spazio, ma – trattandosi dell’inizio – anche una questione che ha a che fare con il tempo. E pertanto, potremmo anche dire: numericamente, uno spazio _ e un tempo I dell’inizio; e, letteralmente, uno spazio e un tempo α (alfa, simbolicamente: un cerchio da cui si diramano due opposte direzioni) dell’inizio. Intuitivamente, resterebbe tuttavia l’ipotesi, e quindi la possibilità, che vi sia uno spazio e/o un tempo ancora precedente all’inizio, a quest’inizio che è l’inizio.

I ceppi linguistici finora risalenti pare siano tre: l’egizio, caratterizzato da una sostanziale e forte rappresentazione iconica (immagini della realtà); l’accadico-assiro-babilonese da cui deriva anche l’ebraico; e l’indoeuropeo (di origine vedica, come considereremo a breve) da cui deriva sia il greco antico sia il greco classico e il latino e, da entrambi per ultimi, la maggior parte dei “fonemi” dei linguaggi moderni. Nella linguistica strutturale, il fonema rappresenta l’unità fonologica minima di un sistema linguistico, dotata di capacità distintiva e oppositiva rispetto ad altre unità, al cui cambiamento corrisponde un cambiamento di significato (da Wikipedia, d’ora in poi W.).

 

Scrive Roberto Calasso che In molti modi fu condotta e in molti modi si concluse la guerra fra i Deva e gli Asura, anche se il risultato fu sempre lo stesso: la vittoria dei Deva. Ma, prima di raggiungerla, si susseguirono molti rovesci e molte rivincite. Decisivo fu il momento in cui gli dei si trincerarono nella Mente e gli Asura nella Parola. (L’ardore, Adelphi 2010, p. 148). All’inizio, è sempre uno scontro tra divinità. Anche laddove pare non sia, come nell’Antico Testamento ebraico, viceversa è. L’altro è infatti il “principe (da principio e quindi inizio) del male”, angelo decaduto (Lucifero), colui che ha perso nello scontro. Satana, in ebraico, ha infatti il significato di “colui che si oppone”, l’“avversario”.

 

I Veda (in alfabeto devanāgarī वेद, sanscrito vedico Vedá) sono un’antichissima raccolta in sanscrito vedico di testi sacri dei popoli arii che invasero intorno al XX secolo a.C. l’India settentrionale (W.). Il nome dei popoli invasori che diede origine alle storie (dei Veda), arii, è senz’altro evocativo di successivi altri scontri che, oltre l’esito del I Concilio di Nicea (325 d.C.), si riproporranno anche con l’hitlerismo e l’avvento della II guerra mondiale (1939-1945). Una sottile linea rossa che attraversa i secoli, dall’inizio della Storia rappresentata o meglio delle storie che, attraverso lo spazio e il tempo, sono narrate.

 

Ma, perché proprio dai Veda? Dall’altezza e profondità del suo magistero, insieme con Herta von Dechend, Giorgio de Santillana ci dice che “la tradizione indiana ha conservato la consapevolezza della struttura cosmica (n.d.r.: dell’inizio), la sola che possa dare un senso all’incidenza della guerra e alla nozione di delitto e castigo quale appaiono nel mito” (Il mulino di Amleto, Adelphi 2000, p. 110).

 

La maggior parte delle consonanti-sillaba devanāgarī è formata da tre elementi:

  1. un elemento distintivo della lettera
  2. una linea verticale
  3. una linea orizzontale

simboli

L’elemento distintivo (1) è ciò che dà la fisionomia e permette di riconoscere la consonante; la linea verticale (2), non sempre presente, richiama in qualche modo la -a [ʌ] inerente in ogni consonante-sillaba; la linea orizzontale (3) è il rigo lungo cui si allinea la scrittura (http://bifrost.it/Lingue/Sanscrito.html)

Da qui, e fino a un certo punto, che ognuno scoprirà per proprio conto (è questo, infatti, il senso più profondo di ogni storia), presumiamo alcune conclusioni; formulate quindi in base alle prove che sono altrettanto frutto di ogni ricerca e, in particolare, di questa ricerca.

La linea orizzontale rappresenta lo “spazio-aperto” all’interno del quale l’inizio, ogni inizio, accade. E quindi, dapprima (avverbio, ovvero parte invariabile del discorso che si giustappone ai verbi per determinarne l’azione nello spazio, nel tempo o nelle modalità W.) si manifesta. La prima presunzione è che il suo significato preluda al significato del termine greco Χάος.

1

è la trascrizione del verso 116 della Teogonia di Esiodo. Letteralmente, i primi due termini si traducono come un’espressione rafforzata, e nello specifico come “in/vero (certa/mente) in/vero (certa/mente)” (in, che in latino introduce all’esatto significato contrario del termine legato o giustapposto) è qui inteso nel senso di preposizione semplice “nel luogo” e non come prefisso avversativo). In greco, i due termini giustapposti, mediante crasi, li ritroviamo anche attraverso l’uso del termine μέντοι, che sta quindi per “certamente”. Si noti che la scomposizione e ricomposizione del termine, nella traduzione italiana, può essere altrettanto inteso come “mente certa”. Anche se, vedremo, certa non è.

Il terzo termine della frase, il cui uso avverbiale è configurato con il neutro -ον, e quindi traducibile con l’espressione “veramente primo”, sembra viceversa declinato al femminile -α, e quindi usato quale aggettivo del quarto termine, che però è neutro (τό Χάος). La traduzione suffragata, e quindi la più accreditata, risolverebbe l’enigma della rappresentazione linguistica attribuendo al termine-sostantivo valenza di “divinità” (al femminile), e quindi non di “dio” (al maschile).

γἐνετ(ο) rappresenta infine il verbo che regge la frase. Normalmente, tradotto con la terza persona singolare del passato remoto del verbo essere (-fu), ma già H. J. Rose ha sottolineato affatto che il verbo non è ήν e che piuttosto implichi, nel testo, che Χάος “non è il ‘principio’, bensì ciò che da questo per primo appare”, mediante un processo di generazione (da γἐννάω). In breve, per Esiodo, Chaos (lat.) è detto che non è il principio ma parimenti è detto anche che non è escluso che lo sia, in quanto – come per la seconda persona trinitaria del cristianesimo – potrebbe ritenersi “generato, non creato, della stessa ‘sostanza’(l’uso del termine secundum Aristotele)”, per “generazione” o “auto-generazione”. Dunque, nella Teogonia di Esiodo, è detto che Chaos è ciò che appare per primo. Ma non può dirsi necessariamente il primo. Questa, resta un’ipotesi possibile. Ma, nient’altro che un’ipotesi possibile.

In greco, Χάος rappresenta allora, oltre che la personificazione della divinità primordiale presente nella Teogonia esiodea, in diverse accezioni: immenso spazio vuoto, spazio vuoto, spazio infinito, immensa apertura, voragine, baratro, materia informe. E pertanto, da dove deriva o deriverebbe il termine Χάος?

Χάος[-εος,|-ους,τό]sostantivo neutro conserva innanzitutto la radice Χά in greco, in latino Cha, e la radice in effetti esprime quell’elemento linguistico irriducibile (non ulteriormente suddivisibile) che esprime il significato principale della parola (W.).

Ritornando al punto di partenza analitico del linguaggio vedico, ogni sillaba, essendo in grado di esprimere il significato di una parola, è dunque già costruita sull’asse della linea verticale. E pertanto, non è sempre presente. Diciamo che appare dopo, e quindi, in tal guisa, essa rappresenta il fluire del tempo nella dimensione originaria dello spazio da cui deriva.

E pertanto, a ritroso, Cha è Χά e, in definitiva, il vedico Ka.

deva-%e0%a4%95-orderQuesto, è il simbolo identitario di Ka, la divinità primordiale che i Veda rappresentano come progenitore dell’essere, “l’unico signore della creazione” (R. Calasso).

Ka è pertanto il nome di Prajapati. Egli è anche “il quarto mondo, in aggiunta e al di là di questi tre” (R. Calasso). E infatti, il simbolo rappresenta anche il numero 4 (catur). E questo “quarto mondo”, in aggiunta agli altri tre, è anche “incerto”. Resta “in-certo”, così come la stessa esistenza di Prajapati, che tuttavia è l’inizio, che é. Questo quarto mondo, indica in definitiva la sola possibilità e non viceversa la certezza che una cosa sia, perché – come affermerà più tardi Parmenide di Elea – soltanto l’essere (senza distinzioni) è e non è possibile che non sia. E quindi, in definitiva, ecco che Prajapati è Ka: l’in-distinto che, innanzitutto come possibilità, prende forma e sostanza nel-la (o attraverso la) realtà dei tre mondi, “che (dicono ancora Herta von Dechend e Giorgio de Santillana) sono, per darne una rozza e quanto mai imprecisa definizione:

  • il cielo a nord del Tropico del Cancro, vale a dire il cielo propriamente detto, dimora degli dei;
  • il ‘mondo abitato’ dello zodiaco, compreso tra i due tropici, la dimora dei ‘vivi’;
  • il cielo a sud del Tropico del capricorno, ossia l’Oceano d’Acqua Dolce, il regno dei morti” ( cit., p. 277).

Ma, ritornando alla costruzione alfabetica vedica, manca ancora un terzo elemento, che è quello della distinzione vera e propria, ciò che dà la fisionomia e permette di riconoscere la consonante.

E quindi, potremmo ancora azzardare – attraverso il simbolo del doppio cerchio parzialmente chiuso e parzialmente interrotto, e quindi aperto – leggere l’esatto de-stino (lo stare dell’essere e l’essere dello stare medesimo, dice Emanuele Severino, nomen omen, dicevano i latini) di Prajapati, la divinità dell’inizio. Il de-stino è sempre ciò che accade e “una volta accadde che gli Asura, arroganti, ‘continuavano a sacrificare nella propria bocca’, mentre i Deva preferivano sacrificare gli uni agli altri. A quel punto il loro padre, Prajapati, elesse i Deva e affidò a loro il sacrificio. Li preferì perché, prima ancora di sapere con precisione a chi dovevano offrire, avevano accettato che l’offerta fosse qualcosa di esterno, che passava da un essere a un altro, rompendo la membrana dell’autosufficienza, ricordo del corpo informe di Vrtra, il mostro primordiale” (R. Calasso, op. cit., p. 37).

Del peccato di arroganza, che simboleggia la naturale separazione delle cose, si è già ampiamente detto. Questa separazione – che si manifesta nello spazio-aperto originario della linea orizzontale, simboleggiata dalla distinzione rappresentata parzialmente sia da uno spazio chiuso che aperto di un cerchio, del cerchio (a sinistra, da parte di chi vede, nel simbolo) – determina necessariamente il sacrificio.

La necessità è più forte del destino di ogni cosa. Perfino del destino della divinità. Prometeo lo sa bene, e lo rinfaccia a Zeus. Zeus lo castiga, ma il castigo di Prometeo, non cambierà il destino che attende anche Zeus.

Anassimandro, riprende così, il detto di Prajapati: “Ma da ciò da cui per le cose è il nascere, nasce anche l’uscire verso di esso, secondo il necessario; esse si rendono infatti l’un l’altra giustizia e ammenda per l’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”.

Un destino, che è e sarà quello della separazione e non del continuum. Che vedrà per sempre combattere gli Asura contro i Deva, e i Deva vincere fintantoché sarà ancora decisivo il momento in cui gli dei si trincereranno nella Mente e gli Asura nella Parola. Questa sconfitta degli Asura rappresenta quindi la prova decisiva del “fallimento” e di tutti gli altri fallimenti che ancora seguiranno.

Quale fallimento? Il fallimento, di cui è testimone ancora una volta Giorgio de Santillana: “Se ci fu uno sregolaggio iniziale (che sembra essere stato fin dall’inizio la sghembatura del mondo, e vi si aggiunse poi la Precessione degli equinozi quando fu scoperta), la cosa irrimediabile fu il fallimento di Zeus o chi per lui nel tentare di rimettere le cose a posto (…) Dunque sono gli dei che portano le colpe. Non per malizia, ma per limitata potenza. Sono anch’essi soggetti all’ἀνάγκη, che è dopotutto un fatto di inerzia perversa nelle cose, le quali non consentono di essere raddrizzate” (Fato antico e fato moderno, Adelphi 1993, p. 32).

*    *     *

Opera una distinzione. Chiamala prima distinzione. Chiama lo spazio in cui opera tale distinzione lo ‘spazio che mediante tale distinzione viene separato o diviso’” (George Spencer Brown, da Assmann in Mosè l’egizio).

Andiamo con ordine. Anche perché si tratterà, di qui a breve, di avere a che fare con i numeri. Dunque, lo spazio è pre-esistente e di esso finora ci siamo già occupati. Per mezzo della Mente (e cos’altro potrebbe essere? Se non, appunto, la Mente; a cui abbiamo fatto riferimento parlando dei Deva e di Prajapati), operiamo una distinzione e la chiamiamo “prima distinzione”, e cioè un “nuovo inizio” che produce poi la “separazione” dello spazio originario in uno “spazio che mediante tale distinzione viene separato o diviso”.

E quindi, attraverso e secondo quest’altro percorso, la distinzione sarebbe all’origine della separazione. Altrettanto, il risultato di un’operazione mentale. E la più semplice operazione mentale, pare non vi sia più alcun dubbio in proposito, è calcolare, computare (manu).

Qual è allora il simbolo, in questo caso numerico, da cui ha inizio l’operazione di calcolo? Prendendo a riferimento il sistema più recente del calcolo metrico decimale, cioè a base 10, il numero intero iniziale è sempre 1 (I – II – III – IIII – IIIII – IIIIII – IIIIIII – IIIIIIII – IIIIIIIII – IIIIIIIIII). Nella sequenza immediatamente che precede, si noti che ogni sistema metrico risulta a base 1 e il simbolo è l’equivalente dell’asse verticale presente nel simbolo di Prajapati, al quale ri-torniamo.

Ma, come si passa, o piuttosto come si può passare dallo 0 (zero) all’1 (uno)?

Innanzitutto, lo 0 è rappresentato da un cerchio, uno spazio-chiuso in se stesso, e quindi completo. Può essere accostato a qualunque altro simbolo numerico, ma non serve per alcun calcolo sia esso di addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione. Il prodotto finale sarà sempre 0. Lo 0 può dunque rappresentare una possibilità ma, a quanto è dato presumere, non una realtà.

Ma si obietterà, può negarsi la realtà dei numeri? E, se no, qual è il posto che nella realtà spetterebbe allo 0?

La ricerca parte ancora una volta dai Veda, perché non vi sembrerà più strano a dirsi ma il sistema di numerazione sanscrito è esattamente uguale al nostro. E soprattutto, sono stati i matematici indiani a inventare – non è qui il caso di dire scoprire – lo zero (0). Il nome numerale e posizionale, in sanscrito, è śūnya.

Śūnyatā (devanāgarī: शून्यता, pāli: suññatā, cinese: 空 pinyin: kōng, giapponese: kū, tibetano: stong-pan-yid, tr.it. Vacuità) è un sostantivo femminile della lingua sanscrita che indica una delle dottrine fondamentali nel Buddhismo (W.). E dunque, nell’ordine dello spazio, necessariamente qualcosa che, alternativamente, precede l’inizio o è esso stesso l’inizio e quindi: immenso spazio vuoto, spazio vuoto, spazio infinito, immensa apertura, voragine, baratro, materia informe. Anche, Χάος.

E ancora: e se fosse possibile, secondo l’ordine dei numeri, dare un ordine al Caos? Un ordine posizionale, senz’altro, che sia mentale senz’altro: ma, reale? Il numero 0 esiste nella realtà? I numeri sono essi stessi reali? Oppure rappresentano una costruzione mentale attraverso la quale computare distintamente le cose che così appaiono nell’ambito viceversa di un originario spazio-aperto-indistinto?

L’apparente paradosso di Zenone, Achille e la tartaruga, serve stavolta a facilitarci la comprensione. Se la tartaruga parte in posizione avanzata rispetto ad Achille, Zenone ipotizza che Achille non la raggiungerà mai, in quanto lo spazio percorribile è divisibile e quindi computabile all’infinito attraverso i numeri. Viceversa, l’esperienza del campo fisico, delimitato e quindi finito, la geometria – che altro non è che la scienza che misura lo spazio – ci suggerisce che: oltre il punto di partenza e stabilito un termine di arrivo, Achille, salvo impedimenti di altra natura, raggiunge e forse anche supererà la tartaruga.

Dunque, ricapitolando attraverso l’esempio, abbiamo avuto bisogno per la nostra costruzione mentale di un piano dello spazio, un punto di partenza, una linea di percorso e invece abbiamo trascurato assolutamente il cerchio dello 0. E pertanto, grazie all’esempio, è chiaro che lo 0 quale numero iniziale e posizionale non appartiene e non può appartenere allo spazio geometrico. Parmenide aveva infatti, con estrema abilità, sintetizzato: l’essere è e non è possibile che non sia, il non essere non è e non è possibile che sia. Punto, nel senso che è da qui che è possibile che sia l’inizio che è l’inizio.

E lo 0, allora? Proviamo, soltanto con i numeri. Senza la rappresentazione di uno spazio fisico-geometrico. E quindi, in ipotesi: uno spazio, sempre necessario, in ipotesi vuoto, che entri a far parte del sistema, di un nuovo sistema di rappresentazione delle cose. Che sia possibile, è sempre possibile. Cosa abbia a che fare con l’inizio, occorrerebbe viceversa scoprire. Ma, siamo nel campo dei numeri e quindi dell’invenzione e non della scoperta; e pertanto il dato-che, factum et verum est, diventa, è pensato dalla Mente come factum et verum, certum est. Ovvero, in estrema sintesi: “il modo migliore per predire il futuro è inventarlo” (Alan Kay, W.).

Ma, ancora una volta, procediamo con ordine. Il problema che ora si pone è noto in aritmetica come continuum e, in generale, si riferisce a tutto ciò che garantirebbe una mancata interruzione della continuità spazio-temporale.

A tale proposito, sintetizzando millenni di esperienza di calcolo algebrico, Paolo Zellini conclude: “Il concetto di sezione e il continuo aritmetico di Dedekind sono la naturale conseguenza di un fatto primordiale che si esprime in una costruzione algoritmica”.  E, riproponendo la conclusione già presente in A. Capelli, Saggio sulla introduzione dei numeri irrazionali col metodo delle classi contigue (1897), testimonia anch’egli: “Non è forse vero che il concetto di partizione (di sezione secondo Dedekind) è preceduto da un fatto puramente algoritmico, cioè dal bisogno di giustificare e legittimare certi processi algoritmici come quello dell’approssimazione per eccesso e per difetto di √2, che si traducono precisamente nella costruzione di classi composte di infiniti numeri discreti?” (in La matematica degli dei e gli algoritmi degli uomini, Adelphi 2016, p. 216). E dunque, infiniti elementi isolati, non contigui, come avviene nello spazio di Zenone e del suo Achille e la tartaruga.

Qualcosa d’inventato, che attiene alla sfera comunque della possibilità, ma che non trova riscontro nello spazio fisico (peraltro, kantianamente, della Mente) dal quale comunque proviene. Simbolicamente, uno spazio infinito così raffigurato infinito, che assume la forma pertanto di un 8 (verticale) disteso su un piano orizzontale. La raffigurazione di due cerchi chiusi e intersecati, a differenza della raffigurazione che è contenuta nel simbolo che deva-%e0%a4%95-order rappresenta Prajapati, laddove il cerchio di destra non è chiuso, bensì si apre alla possibilità che non il certo ma l’incerto sia, e quindi è. Altro che 0.

Ma, la storia continua; e, oltre che nei simboli, e in definitiva nella figura di Prajapati-Ka, la ritroviamo anche nel significato che la teoria attribuisce ai numeri. Di quale teoria si tratta?

Richiamo brevemente l’attenzione su quanto già detto, e cioè che Prajapati-Ka è anche “il quarto mondo, in aggiunta e al di là di questi tre” (R. Calasso). E infatti, il simbolo rappresenta anche il numero 4 (catur). E quindi, banalmente, potremmo ipotizzare che il simbolo dell’infinito – rappresentato come un 8 sul piano orizzontale dello spazio, e non già verticale come accade per i numeri secondo l’ordine dell’asse temporale -, del doppio cerchio, sia riferito non solo al cerchio del verum et factum est, e cioè il passato e il presente che sono stati e sono, ma anche al cerchio del futuro, e cioè il factum verum est certum che altrettanto (sicut in caelo et in terra) sarà.

E veniamo dunque alla teoria dei numeri, così come magistralmente assunta da Pitagora, attraverso la testimonianza ancora di de Santillana: “Ora l’originale scoperta di Pitagora nel campo della fisica, il punto di partenza della fisica matematica, fu che gli intervalli della scala musicale possono essere esattamente espressi in termini di rapporti semplici. Modificando la lunghezza delle corde su un monocordo con ponticello mobile, egli scoprì che il rapporto dell’ottava è 1:2; della quarta, 4:3; della quinta 3:2. Questi sono gli intervalli fissi comuni a tutte le scale greche. I numeri ricorrenti in questi rapporti sono 1, 2, 3, 4, la somma dei quali è 10, il numero perfetto. Così perfetto e potente, in verità, che Pitagora lo adorò come la Tetraktys Divina Non Generata, ‘la fonte che contiene le radici della natura inesauribile’, simbolo della Unità Superiore nella quale si dispiega l’Uno” (in Le origini del pensiero scientifico, Sansoni 1966, p. 66).

La Tetraktys, costituita dai primi quattro numeri (e fin qui Prajapati), diviene ora un nuovo numero “triangolare”, triangolare, la cui somma di elementi è pari a 10, “numero perfetto generato dalla monade e, a sua volta, concepito come generatore di tutte le altre combinazioni di numeri e figure che costituiscono quello che si chiamò Kosmos, o ‘bell’ordine’” (in Le origini del pensiero scientifico, Sansoni 1966, p. 67).

Quanto potente? Giammai più potente di Prajapati, il Ka dell’inizio e l’incerto della fine (che rappresenta il futuro, e viceversa) (potenza e atto, forma e sostanza, possibilità e essere, de-stino della necessità). Perché, l’algoritmo – o meglio, la costruzione algoritmica verso la quale l’umanità avrebbe attualmente svoltato -, come sintetizza Luca Tremolada, non è molto di più che un “procedimento di calcolo esplicito e descrivibile attraverso un insieme di regole, costituite da sequenze logiche di istruzioni elementari e non ambigue, che conduce a un determinato risultato atteso, attraverso l’applicazione, per un numero finito di volte, di quelle stesse regole. Per quanto concerne questa sede, e quindi restringendo l’angolo alla applicazioni di machine learning l’algoritmo è alla base della nozione teorica di calcolabilità: un problema è calcolabile quando è risolvibile mediante un algoritmo”.

E quindi, in pratica, l’algoritmo e i numeri ci ri-conducono tutt’al più a uno spazio fisico chiuso, all’interno del quale è possibile effettuare un numero di operazioni limitate. Così come lo spazio della geometria (costituita dagli elementi essenziali del punto, linea e cerchio), all’interno del quale permane e permarrà irrisolto il problema numerico della quadratura del cerchio, la cui impossibilità (n.b.: numerica!) ha trovato definitiva conferma nell’anno 1882 a opera del matematico Ferdinand von Lindemann. Egli dimostrò, per l’appunto, la cosiddetta trascendenza del π (pi greco), ovvero un numero (che ricordiamo, risolveva il rapporto della quadratura del cerchio, ma che era) non-algebrico, e quindi non-costruibile. Metaforicamente, una scoperta al posto di una mancata invenzione.

*    *     *

E dunque, tutto è compiuto. Salvo una possibilità, teorica, che sul piano orizzontale dello spazio, diversa da tutte, sia la risposta alla voce di colui che grida nel deserto. Egli è il più eccelso tra i profeti, ovvero di coloro che predicono il futuro, e qui l’abbiamo già incontrato. Il suo nome è: Prometeo.

Angelo Giubileo

Pubblicato in : MetamorfosiTag: discorso, fallimento, fisionomia, futuro, guerra mondiale, india, mondo, natura, processo, scontri, separazione, severino

Info Angelo Giubileo

Angelo Giubileo (Torchiara, Salerno, Italy 1 aprile 1965), filosofo, giornalista e scrittore.
Già cultore della materia presso le cattedre di “Filosofia del diritto”, “Teoria dell’interpretazione” e “Logica giuridica” all’Università degli Studi di Salerno (aa.aa. 2000-2003).
Autore di numerosi saggi e articoli, pubblicati in Italia e all’estero.
In qualità di redattore:
– dal 2007 collabora con “Pensalibero” (Vicedirettore dal 2016 al 2023);
– dal 2016 collabora con “Il Quotidiano di Salerno”;
– dal 2018 al 2022 ha collaborato con “Antiche Curiosità” e la rivista “Destrutturalismo”;
– dal 2018 al 2023 ha collaborato con “Asino Rosso”;
– dal 2019 collabora con il “Nuovo Giornale Nazionale”;
– dal 2024 collabora con “PaeseRoma”;
– dal 2025 collabora con il movimento poetico-artistico d’avanguardia “DinAnimismo”.
Tra i saggi, si segnalano: “Scritti politico-liberali” (2016), “Pensioni: modello cileno per l’Italia?” (AA.VV. 2018), “L’essere e il nulla nell’era della tecnica” (2018), “La Macchina del tempo” in “TDay” (AA.VV. 2019), “L’alba del Mondo Nuovo” (2020), “Da Parmenide a Heidegger e ritorno” (2023), “Tutto è eterno” (2024); tutti disponibili in qualsiasi store.
Nel 2022 è stato cofirmatario dell’appello “Per una nuova bandiera euro-nazionale” pubblicato su Le Journal du Dimanche. In quanto autore dell’articolo “L’essere oltre la profezia”, pubblicato in “Dell’anno 2100” (AA.VV. 2023), è stato citato da Günter Berghaus nel suo periodico catalogo “A bibliography of Publications on Futurism” (2023). Nel 2025, è stato autore della prefazione “Il volo” alla versione italiana del saggio “Meccanica irrazionale” del fisico transumanista Giulio Prisco.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. toni sorgato da saonara

    11 Dicembre 2016 alle 14:52

    La condizione migliore passa attraverso al nucleo della parola e al consegente dissolvimento di essa

    Rispondi

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Ugo Malasoma su Naza non è un film documento ma verità amputata
  • Anna La Mattina su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Luca Bagatin su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Salvatore D'ostuni su L’habitat che ci pensa dentro
  • Luca Bagatin su La rivoluzione del lavoro e la fine del socialismo novecentesco
  • Luca Bagatin su L’aggressione russa alla democratica Ucraina: una guerra dimenticata
  • Puccio Cartoni su Il ricatto della storia: firmare o sparire

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti