Ha dichiarato Umberto Bossi, con riferimento all’alleato premier Berlusconi e all’ipotesi di staccare la spina al Governo: “Non tradirei mai un amico”.
A questa frase, il pensiero è subito volato. La mente si è affollata di riferimenti, quesiti, riflessioni.
Che cos’è il tradimento? O meglio: quando possiamo dire di trovarci di fronte ad un tradimento?
Tradire proviene dal latino tradere, consegnare. “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!” E subito si avvicinò a Gesù e disse: “Salve Rabbi”. E lo baciò (Vangelo secondo Matteo, 48-49). Così Matteo ci propone la scena nella quale Giuda consegna Gesù alla folla mandata dai sommi sacerdoti. E quindi al supplizio e alla morte.
Variano l’intensità e il dramma nel tradimento, che nelle pagine dei vocabolari sembrano però chiusi in barattolo, ovattati. Un tradimento come violazione di un dovere o di un impegno, inganno della buona fede, dell’affetto di qualcuno (Zingarelli minore, Zanichelli 2004) ci rammenta il più prosaico inadempimento contrattuale. Cosa che, in fondo, ha anche un senso: se non ti pago il prezzo del bene o del servizio che mi hai ceduto, in un certo senso ti tradisco; ovvero, vengo meno al patto di fiducia, a quella reciproca buona fede che ci ha portato a concordare uno scambio, confidando nella spontanea attuazione dell’accordo. Ma se i tradimenti potessero esaurirsi in semplici inadempimenti contrattuali, sarebbero materiale da avvocati e da magistrati, punto e basta.
Invece il tradimento è oggetto di studio, per esempio, da parte della psicologia, perché coinvolge (e forse travolge) coloro che sono o si sentono traditi. Si spiega, molto opportunamente, che per poter parlare di tradimento vi devono essere delle aspettative razionali ed emotive di lealtà, oltre che relazioni fondate sulla fiducia. Perché all’impegno, al vincolo cui ci si è legati, si aggiunge il complesso di sentimenti e di valutazioni che ne rappresentano il sostrato, la causa profonda, il carburante e il corroborante. Che è quanto il tradimento affossa e seppellisce, prima ancora dell’impegno in se. Per questo chi si sente tradito è deluso, ferito e – probabilmente – umiliato. Vulnerato nella propria autostima, si domanda come ha potuto credere, confidare; o, detto altrimenti, come ha potuto lasciarsi ingannare. La rabbia lo avvampa. E un desiderio di rivincita.
Ma questo significa che il tradimento è sempre un atto contrario ad un canone di razionalità e moralità? I traditori sono sempre carnefici e i traditi sempre e soltanto le loro vittime? Ci convince questa astratta divisione in buoni e cattivi, ovvero la semplificazione di un argomento che appare sin dagli esordi così difficile da trattare, così inevitabilmente ricco di implicazioni?
L’8 settembre del 1943 il Governo italiano firma l’armistizio con gli Alleati e formalizza così una decisione drammatica. Per la Germania, questo è un autentico voltafaccia. L’Italia si consegna a coloro che pezzo a pezzo si stanno riprendendo l’Europa per riconsegnarla alle odiate democrazie. E’ un tradimento? E, nel caso, è giustificato? I tedeschi non la presero certo bene. Lo ‘zelo’ dimostrato dai soldati del Fuhrer nell’eccidio di oltre 9 mila soldati nell’isola greca di Cefalonia, per esempio, non si spiegherebbe con il consueto refrain dell’obbedienza agli ordini superiori. C’era qualcosa di più: i tedeschi si sentivano traditi, lasciati soli a tenere le redini di una guerra che aveva preannunciato i segni del disastro, della disfatta.
E traditori erano coloro che si opponevano, in particolare, al regime staliniano? Traditori, si, e del popolo addirittura. Uomini ridestatisi dal torpore dell’ideologia o mai da essa conquistati, rivendicando – se non a parole – con la propria esistenza e le scelte quotidiane i più elementari diritti, per ciò diventavano nemici dell’Unione Sovietica, agenti prezzolati al servizio dei Paesi imperialisti e capitalisti e dunque meritevoli di essere cancellati dal consorzio ‘civile’. Ma di che tradimento si trattava?
Come si vede, il concetto di tradimento – che è assai difficile separare dalla dimensione morale – può essere addirittura insidioso, ingannevole. Ambivalente. Non v’è chi non abbia visto nel tradimento stesso di Giuda l’atto preordinato a dare forma ad un progetto superiore, a rendere possibile la morte e l’espiazione di Gesù e dunque lo svolgimento del disegno divino. Dunque, Giuda sarebbe meno colpevole, la sua responsabilità potrebbe essere in qualche modo riconsiderata?
Insomma, nessuna sorpresa quando e se ci troviamo di fronte a opinioni le più disparate, siano anche le più sfacciate e insostenibili.
E ora torniamo al tradimento nella vita politica – intendo in un partito, in un ambito di coalizione di partiti di Governo, per esempio, come sottinteso nella frase di Bossi. Allora mi vien da pensare che la fortuna politica di ogni nuovo leader nasce, in fondo, da un tradimento, da una sorta di parricidio. Se la legge dominante nella giungla della politica, a misura della modestia dei leaders che (per lo più) la abitano, è quella di tenere serrato il coperchio sulla pentola, impedendo ai gregari di crescere e di contenderne il ruolo, beh, così accade – per converso – che i gregari più intelligenti possano emergere soltanto con la forza, ovvero uccidendo (politicamente) i propri stessi padrini. Anche qui: è tradimento? O una ferrea legge, per così dire, di ‘natura’? A chi il torto, a chi il diritto?
Tradimento, traditori e traditi sono da valutare e giudicare, se del caso, senza aver per forza codificato una regola ferrea di condotta alla stregua della quale dividere senza tentennamenti i buoni dai cattivi. Non perché tutto sia opinabile e soggettivo ovvero uguale e indifferente, ma perché – oltre la sequenza dei fatti per come esteriormente svoltisi -, non si può prescindere da un’indagine sui moventi, sulle circostanze nelle quali la sequenza è maturata. Da questa indagine possono scaturire esiti imprevisti , non compatibili con l’opinione fondata sulla cruda lettura dei fatti.
Io parlo per me e dico che tradire si può – tradire probabilmente si deve -, se il tradimento è l’unico modo per conservarsi coerenti con il proprio essere. Se si può affrontare il disprezzo del prossimo, assai meno sostenibile è la disistima di se stessi. E, laddove si tratti invece di subire un tradimento, se proprio non se ne può fare a meno mi limito ad esprimere un auspicio: essere tradito, si, ma con un minimo di lealtà.
Paolo Marini

Caro paolo, sono contento di vedere che, ogni tanto, qualcuno mette i puntini sulle “i”. Arguta e convincente la tua dissertazione che, spero, sia letta da molti. Soprattutto da coloro che troppo facilmente e troppo spesso amano tranciare giudizi tanto azzardati quanto imprecisi, ma certamente sempre interessati alla difesa di un punto di vista precostituito. La ricerca ragionata sulle cose, difatti, richiede troppa fatica e, magari, non è neppure “conveniente”!…..