
C’è una solitudine terribile e insieme una dignità feroce in quell’uomo con la maglietta verde oliva che sale sul podio del Palazzo di Vetro. Si chiama Volodymyr Zelensky. Non parla il linguaggio felpato della diplomazia ipocrita, quella dei burocrati seduti sulle loro poltrone di velluto a masticare risoluzioni inutili mentre il mondo va in fiamme. No. Lui parla col tono di chi ha l’odore della polvere da sparo addosso, di chi conta i morti ogni mattina prima di aprire gli occhi. E da quel podio, guardando in faccia i potenti della Terra, ha pronunciato parole che non ammettono repliche, parole che tagliano come lame: “Putin è il paziente zero. Va fermato. Bisogna impedirgli di diffondere il suo male”.
Paziente zero. Che espressione formidabile, e che spietata verità. Il paziente zero è colui che porta il virus, il focolaio originale da cui si propaga l’epidemia che distrugge il corpo sociale dell’umanità. Il male di cui parla Zelensky non è un’astrazione filosofica per anime belle; è il male concreto dei missili sui condomini, delle madri che piangono sui corpi dei figli, della democrazia aggredita dal bullismo di un autocrate che ha scambiato la storia per il cortile di casa sua. È il virus della sopraffazione. E i virus, ci ha ricordato il leader ucraino con una logica stringente e disperata, non si curano con le buone maniere. Non si calmano offrendo loro una fetta di torta o un pezzo di terra altrui. I virus si isolano. Si sconfiggono. Altrimenti, contagiano tutti.
Mentre lo ascoltavo, non potevo non pensare a questa Europa sonnambula, a questo Occidente smidollato e malato di pacifismo a buon mercato, che si volta dall’altra parte pur di non perdere le proprie comodità. Quanti intellettuali da salotto, quanti politici col cuore a sinistra e il portafoglio a destra hanno cercato in questi anni di giustificare l’ingiustificabile? Quanti hanno sussurrato che, in fondo, “bisogna capire le ragioni di Mosca”? Ma quali ragioni! Quali ragioni può avere un virus che aggredisce un corpo sano? La verità è che il male descritto da Zelensky prospera sulla nostra vigliaccheria. Prospera sull’illusione che sacrificando l’Ucraina sull’altare di una finta pace potremo salvare la nostra pelle. È l’illusione di Monaco del 1938, la stessa identica cecità che aprì le porte a Hitler.
Zelensky lo sa. Sa che la sua gente sta facendo da scudo a un’Europa che non merita nemmeno quel sacrificio. Eppure è lì, a dire le cose come stanno, senza la vaselina del politicamente corretto. Dice che il male va fermato ora, prima che sia troppo tardi, prima che il contagio diventi irreversibile e distrugga quel poco di libertà che ci è rimasto. Perché se crolla Kiev, crolla il principio stesso per cui vale la pena vivere: il diritto di un popolo di essere padrone in casa propria. Quest’uomo, che i cinici liquidavano come un ex comico, sta dando una lezione di coraggio e di lucidità a tutto il mondo libero. Resta da vedere se il mondo libero avrà la forza di svegliarsi dal suo torpore o se preferirà morire di contagio per non avere avuto il coraggio di combattere.
Giuseppe Basilico

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