Deborah Somma, avvocato e giudice onorario. Guardandosi indietro cosa ricorda, per lei significativo, della sua vita professionale e non?

Dal punto di vista professionale, andando indietro nel tempo, il ricordo più vivido ed emozionante che ho è quello del giorno in cui ho superato l’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense, la felicità per averlo superato “alla prima”, come dicevamo in gergo noi praticanti, e la possibilità finalmente di poter esercitare come avvocato. Più di recente la soddisfazione della nomina a giudice onorario e l’inizio di un nuovo percorso professionale ricco e intenso.
Dal punto di vista personale ciò che rende davvero significativa la mia vita sono le persone che ci stanno dentro, da sempre o da poco, con amore e affetto.
OBIZUTH La ladra di bambini, il romanzo pubblicato con dreamBOOK edizioni è il suo primo romanzo pubblicato. Perché questo bisogno di scrivere?
E’ un bisogno che mi accompagna sin da piccola, la voglia di mettere per iscritto idee e pensieri è sempre stata la mia passione.
Ciò che riesco ad esprimere scrivendo diventa per me immagine complessa e mi dà la possibilità di racchiudere un pensiero tra colori e sfumature che la parola orale non possiede. E’ qualcosa di magico, una piccola impronta indelebile che ho il privilegio di poter lasciare nel mondo.
Cosa ha voluto raccontare con OBIZUTH?

Ambientato nella favelas di una Rio de Janeiro alla vigilia delle Olimpiadi, OBIZUTH La ladra di bambini racconta una storia di affetti profondi, di generosità, di stravolgimento delle regole a beneficio dei più deboli. E anche un’insolita storia d’amore e di salvezza.
Linda Tedeschi, architetto di punta di una importante agenzia milanese, viene mandata a Rio per un importante progetto. L’incontro casuale con Ernesto Suoza, fazendeiros ai margini della foresta non lontana dalla città, stravolgerà la sua vita facendole incontrare la dolorosa realtà delle favelas e i suoi più piccoli abitanti costretti quotidianamente a misurarsi col degrado fisico e morale. Si troverà così coinvolta in un folle piano di salvezza di alcuni di questi giovanissimi favelados proprio mentre nel suo cuore entrerà José Oliveira, capo della polizia di Rio
Obizuth mi ha dato la possibilità di “frugare” con discrezione e rispetto nella vita di chi è meno fortunato di noi e di gettare un cono di luce sulla condizione di chi vive nelle favelas portando i lettori a riflettere sull’argomento. E ciò mi ha reso molto felice.
Per una serie di fortuite coincidenze, questo libro mi ha messo in contatto con all’associazione “Il Sorriso dei miei Bimbi” che opera nella favela di Rocinha, regalando sogni e speranze in quella realtà dimenticata. Insieme al mio editore abbiamo deciso di destinare loro una parte dei proventi della vendita del libro così da contribuire anche noi a questa loro meritevole attività solidale.
Quali sono state le sue letture e, se ci sono, quali autori o quali libri le sono stati compagni della vita o addirittura maestri?
Sono una lettrice accanita, dai grandi classici, Manzoni, Verga, Svevo, Shakespeare, Wilde, agli autori contemporanei, Grisham, Fallaci, Faletti, Connelly, Baricco, Allende e poi le note rosa della Kinsella che mi regalano sempre sorrisi inaspettati.
I giorni che stiamo affrontando, sono o ci sembrano “eccezionali”, non solo per la gravità oggettiva della pandemia in atto, ma forse ancor di più per la repentina interdizione da tutto ciò che normalmente e quasi inconsciamente, facevamo tutti i giorni come uscire, andare a prendere un caffé, trovare gli amici… Come sta vivendo questa situazione e cosa ne pensa?
E’ stato un evento tragico e del tutto inaspettato. Ciò che mi ha colpito profondamente è stato non tanto perdere il quotidiano e i gesti di affetto che ci permettevano di esprimere i nostri sentimenti quanto la velocità con cui questo virus si è portato via in un soffio quasi 30.000 anime. E’ una cosa che mi addolora.
Cosa sta scrivendo di nuovo e come questo clima così particolare influisce sulla scrittura?
Ho cercato di usare questo tempo al meglio delle mie possibilità, lavorando per quel che mi era consentito e scrivendo il secondo volume della trilogia “Obizuth”.
Scrivere ogni giorno mi ha permesso di uscire in punta di piedi dalle mura di casa che sono diventate i nostri confini e di poter volare in luoghi lontani. E’ un lusso che pochi hanno avuto la fortuna di potersi permettere.
A conclusione, ci vorrebbe regalare 15 righe del suo libro, quelle che ritiene, a suo avviso, le più significative?
La sintesi non è il mio più grande pregio, ci provo…
“Quei dubbi l’attanagliavano sin dalla scoperta della casa escondida.
Voleva davvero capire se potevano ergersi a semidei che disponevano delle vite degli altri cambiandone il corso, consegnando ai ragazzi un pacchetto preconfezionato che nulla aveva a che fare con le loro tradizioni. Certamente migliore ma che, in ogni caso, non gli apparteneva.
Era davvero preferibile vivere una vita di doveri, ingabbiati in regole sociali, piuttosto che disporre della propria vita liberamente ogni giorno?
Mentre i suoi pensieri producevano un dolore soffocato nel suo cuore, Alfonso non sembrava né scosso, né ferito.
Era un uomo al quale il dolore doveva aver trasformato l’anima, rendendola distante da qualsiasi scaramuccia terrena.
Dopo un po’ le aveva risposto in modo sereno, quasi distaccato, con una sicurezza che l’aveva disarmata completamente.
«Come ha detto che si chiama?»
«Mi scusi non l’ho detto affatto, sono stata maleducata – aveva risposto lei per prendere tempo e inventarsi un nome – Julia Moralez».
«Bene signorina Moralez, la mia risposta sarà breve e molto semplice. Io non cerco di cambiare le loro vite per farle assomigliare alla mia. Non sono un sacerdote e non sto cercando di convertirli. Sto solo provando a metterli davanti a una diversa prospettiva, non per forza migliore di quella che hanno già, solo diversa. Non cerco di fargli raggiungere un obiettivo ma di dargli uno strumento per farlo da soli, con la loro testa, con le loro forze. Gli insegno la scelta, a non avere un solo e unico pensiero. Gli insegno a combattere la rassegnazione perché quello sì significherebbe morire. La possibilità di scelta è vita, Julia, posso chiamarla così? Poter decidere quale percorso scegliere significa non essere obbligati a restare dove si è, ma anche poterlo fare. Il libero arbitrio è la forza, sapere che c’è un bene e un male, un giusto e uno sbagliato, ed essere liberi di scegliere quello che pensiamo che, per ognuno di noi, sia il meglio. Non importa se scegliamo il male o ciò che è sbagliato, perché ciò che è male per me o per lei che siamo nati in certi contesti, magari qui è un bene e viceversa. Da noi essere forti, prepotenti e inclini alla violenza è un male, un peccato. Qui significa sopravvivere, difendere e sfamare i propri fratelli. Ma questa non è una vita che fa per tutti e allora l’importante è che questi ragazzi sappiano che esiste un’alternativa. Che non devono per forza accettare tutto questo, perché ci sono altre vie, altri mondi. E più scelte sanno di poter avere, più è certo che faranno quella giusta per loro. La legge non scritta delle favelas gli insegna a rassegnarsi a tutto ciò che accade e ad accettarlo come se fosse l’unica vita possibile. Io gli insegno esattamente il contrario».
Era la seconda volta in due giorni che uno sconosciuto la commuoveva fino alle lacrime”.

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