
Putin ripete che il debito pubblico russo è circa il 17,7% del PIL e che non dovrebbe superare il 20%. È una frase costruita per sembrare definitiva, ma serve soprattutto a spostare l’attenzione sul numeretto che conviene.
Il punto vero è che, dopo quattro anni di economia impostata sulla guerra, il PIL russo è un PIL pompato. In uno Stato di economia di guerra, infatti, il PIL ingloba automaticamente anche la spesa militare: armamenti, logistica, stipendi dell’apparato, cantieri e filiere comandate, ricostruzioni. Tutto questo fa volume statistico e sostiene i numeri, ma non è sviluppo civile, non è innovazione diffusa, non è crescita che resta. È mobilitazione.
Per questo il rapporto debito/PIL, preso da solo, diventa cosmetica. Se gonfi il denominatore con spesa pubblica forzata, la percentuale sembra virtuosa anche mentre la realtà si irrigidisce.
Se quella percentuale la traduci in soldi, la Russia sta grosso modo nella fascia di qualche centinaio di miliardi di dollari di debito. Ed è qui che torna utile il confronto, con la stessa identica formula:
* Portogallo PIL 364.53 mld $ Deb./PIL 86.9% Debito 316.78 mld $
* Colombia PIL 462.25 mld $ Deb./PIL 61.9% Debito 286.13 mld $
* Sudafrica PIL 443.64 mld $ Deb./PIL 79.5% Debito 352.69 mld $
* Svizzera PIL 1.070 mld $ Deb./PIL 36.1% Debito 386.27 mld $
* Svezia PIL 711.5 mld $ Deb./PIL 35.6% — Debito 253.29 mld $
* Russia (stima coerente col 17,7%) PIL ≈ 2.540 mld $ Deb./PIL 17,7% Debito ≈ 450 mld $
Questa lista dice due cose. Primo: il debito assoluto non ti dice se un Paese è “povero” o “ricco”, perché nella stessa fascia ci finiscono anche Paesi solidi. Secondo, e qui sta il punto: la Russia non è una superpotenza economica solo perché è enorme sulla mappa. È una superficie, non una potenza produttiva diffusa.
Ed è qui che cadono gli asini: se togli l’effetto “PIL di guerra” e guardi al PIL civile, quello che misura davvero produzione civile, consumi sostenibili, investimenti, tecnologia e servizi, la fotografia cambia. Realisticamente il PIL “buono” russo è molto più basso, sotto i 1.000 miliardi di dollari, quindi su livelli che iniziano a ricordare economie europee di seconda fascia, non certo una locomotiva mondiale. A quel punto anche il debito, che sulla carta sembra piccolo, diventa molto più pesante rispetto a ciò che l’economia civile può reggere.
Il resto dei segnali macroeconomici va nella stessa direzione. Il rublo è letteralmente polverizzato rispetto euro e dollaro, e viene stabilizzato con strumenti d’emergenza. Tassi altissimi significano credito caro, investimenti civili compressi, famiglie e imprese sotto pressione mentre lo Stato continua a spendere. L’inflazione non è un’esplosione istantanea, è una lama lenta: erode il potere d’acquisto e costringe a tenere il freno tirato. Il finanziamento in yuan non è una scelta elegante, è adattamento forzato a canali più stretti. Le sanzioni non sono un interruttore, sono attrito permanente: tecnologia più difficile, componenti più costosi, rotte più lunghe, pagamenti complicati, investimenti che non arrivano.
Quindi la “superpotenza mondiale” di Putin è solo un titolo da spendere per far felici i filo putiniani per sapere di esistere. La Russia in realtà è solo una lastra di ghiaccio enorme, impressionante da lontano, ma a bassa densità. Territorio sterminato, popolazione rarefatta, costi logistici strutturali, infrastrutture non capillari. Viene venduta come una potenza militare/nucleare globale, ma in realtà se lo fosse realmente, l’ operazione militare speciale sarebbe durata 4 giorni e non certo 4 anni. Una potenza militare , sì, nei sogni di Putin, ma economicamente un sistema che si regge, agonizzando, perché è militarizzato, controllato e spinto a forza, non perché sia sano.
E quando un leader confonde mappa e propaganda con sostenibilità economica, la storia insegna che il conto arriva, anzi sta arrivando.
Piero Terracina

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