
Quando a luglio scorso la Commissione europea annunciò di aver raggiunto un accordo sui dazi con gli Stati Uniti in molti nel Vecchio Continente tirarono un sospiro di sollievo. L’intesa – si disse – avrebbe fornito prevedibilità nei rapporti con Washington, offrendo alle imprese europee un quadro stabile dopo mesi di tensione commerciale. Si accettava, non senza qualche brontolio, che il dazio di base al 15% su molte esportazioni europee ricadesse parzialmente sui produttori dell’Unione: un prezzo considerato sostenibile in nome di una relazione transatlantica più ordinata. Ma a pochi mesi di distanza quella stabilità già vacilla: il Segretario al commercio Howard Lutnick e il suo omologo al Commercio Jamieson Greer hanno esplicitato che l’amministrazione Usa si aspetta una revisione delle normative digitali europee prima di concedere un alleggerimento delle tariffe. Detto altrimenti, gli Stati Uniti intendono subordinare il dossier commerciale a concessioni sui regolamenti nel settore digitale, ritenuti troppo stringenti. Le dichiarazioni di Lutnick e Greer non sono piaciute a Bruxelles, che ha sottolineato come le leggi europee in ambito digitale non siano affatto discriminatorie (come sostenuto dall’amministrazione Trump): “Siamo sempre disponibili a discutere con partner che condividono i nostri stessi interessi di tutti gli argomenti e le potenziali preoccupazioni, ma ciò non cambia il fatto che l’Europa ha il diritto sovrano di legiferare”, ha replicato un portavoce della Commissione europea.

Dazi: ci risiamo?
Il botta e risposta si è verificato a margine dei colloqui in corso a Bruxelles per verificare l’attuazione dell’accordo di luglio. Quell’intesa, firmata da Donald Trump e Ursula von der Leyen nel resort di Turnberry, prevede un dazio di base del 15% sulla maggior parte delle importazioni europee negli Stati Uniti, a fronte di un impegno da parte europea di ridurre a zero la maggior parte dei propri dazi. All’epoca, entrambe le parti si erano impegnate a collaborare per ridurre i dazi su acciaio e alluminio, ma erano rimaste vaghe sui dettagli. Da allora, però, il Dipartimento del Commercio Usa ha comunicato una lista di oltre 400 prodotti contenenti acciaio e alluminio per cui le tariffe doganali sarebbero rimaste del 50%: tra questi trattori, gru, lavatrici e frigoriferi e che Washington sta valutando di estendere anche a biciclette e tortiere. Al contrario, l’Ue punta a ridurre l’elenco mentre spera di ottenere altre esenzioni per prodotti quali vino, formaggio e pasta, simili a quelle concesse dagli Usa ai paesi dell’America Latina per la frutta tropicale e il caffè.
Big Tech vs acciaio?
Da tempo, gli Stati Uniti sostengono che normative come il Digital Markets Act, che mira a limitare il potere delle Big Tech, e il Digital Services Act, che regolamenta i contenuti online, colpiscono ingiustamente le aziende americane. Ad agosto, il presidente Trump aveva minacciato tariffe e controlli sulle esportazioni nei confronti di paesi con tasse, norme o regolamenti che “discriminano” le aziende tecnologiche statunitensi. Il braccio di ferro è in corso e funzionari europei hanno già affermato che le norme digitali non sono negoziabili. “Non è una discriminazione. E non è rivolta alle aziende americane”, ha spiegato il Commissario europeo per il commercio, Maros Sefcovich. Bruxelles sostiene che la sua legislazione digitale non tenga conto del luogo in cui hanno sede le aziende. L’Unione, ad esempio, sta indagando su aziende cinesi come Temu e Shein ai sensi del DSA. Ma dall’accordo di luglio, si è assistito a una nuova pressione da parte delle grandi aziende tecnologiche e dell’amministrazione statunitense contro le regole digitali del blocco, a dimostrazione del fatto che Washington non intende fare marcia indietro.
Una tregua precaria?
Nelle ultime settimane, i legislatori europei e i gruppi della società civile hanno espresso preoccupazione per il fatto la Commissione possa “annacquare” il proprio regolamento digitale, per placare Washington. I segnali non mancano: il ritardo nell’adozione dell’AI Act, e l’introduzione dell’ “omnibus digitale” – con modifiche rilevanti al GDPR – hanno già fatto suonare i campanelli d’allarme di chi denuncia una ‘deregulation’ travestita da semplificazione a discapito della protezione e trasparenza nel trattamento dei dati personali. Bruxelles nega che si tratti di concessioni verso gli Stati Uniti, ma la percezione diffusa è che l’esecutivo europeo si stia muovendo con crescente cautela per non provocare nuove pressioni da parte degli Usa. È qui che si rivela la fragilità dell’intesa siglata in Scozia: più che una pace quella di luglio appare oggi come una tregua precaria, costruita per guadagnare tempo in un contesto in cui gli interessi – regolatori e industriali – tra le due sponde dell’Atlantico divergono sempre più apertamente. E il rischio è che quella tregua sia prossima a rompersi.
Il commento
Di Matteo Villa, ISPI Senior Research Fellow
“L’Europa percepisce a ragione le richieste americane come indebite ingerenze, soprattutto su un terreno così delicato come l’equilibrio tra innovazione e tutela dei diritti di persone e aziende. Ciò che più sorprende è il tempismo: l’UE si stava già muovendo proprio nella direzione richiesta dagli Stati Uniti. La presentazione del “digital omnibus” è solo il primo passo di molti, già annunciati, parte di un più ampio percorso di ‘Fitness Check’ della normativa digitale europea. Alzare ora il livello dello scontro rischia di irrigidire le posizioni, mentre in Europa si lavorava per ricondurre il dibattito su un piano più pragmatico. Uno strano intervento a gamba tesa. D’altronde, dopo dieci mesi di Trump, dovremmo esserci abituati”.
Alessia De Luca

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