
L’incontro di Davos 2026 arriva con un tema che suona quasi come un auspicio: “A Spirit of Dialogue”. Il World Economic Forum, che si svolgerà dal 19 al 23 gennaio 2026, vuole presentarsi come piattaforma “imparziale” per rimettere attorno allo stesso tavolo governi, imprese, finanza, scienza e società civile, in un momento in cui la politica internazionale sembra parlare sempre più per ultimatum e sempre meno per compromessi, quando la forza del diritto viene sostituita dal diritto della forza, quando il multilateralismo viene sostituito dai nazionalismi.
L’edizione 2026 punta su numeri da capitale globale per una settimana: quasi 3.000 leader da oltre 130 Paesi, circa 400 top leader politici (inclusi circa 65 capi di Stato e di governo e sei leader del G7), oltre a quasi 850 CEO . E con un dettaglio che conta in termini di impatto pubblico: più di 200 sessioni trasmesse, più media e più platea potenziale rispetto al “Davos” percepito come incontro chiuso tra élite.
Una partecipazione che può fare impallidire le Nazioni Unite per il potenziale di partecipanti e di argomenti in discussione anche se finora ha inciso poco sulle tensioni globali che affliggono l’umanità.
Il Forum, quest’anno, non può limitarsi a parlare di crescita, AI o transizione energetica come capitoli separati. La sensazione, misurata anche dai report che lo stesso WEF ha pubblicato, è che la competizione tra potenze stia spostando il baricentro: non è più solo (o non è soprattutto) lo scontro militare a definire la stabilità, ma l’uso dell’economia come leva di pressione. Le risorse finanziarie dei Paesi sono sempre più orientati per le spese militari rendendo i contribuenti complici involontari di conflitti bellici in essere o di potenziali belligeranze che si vedono all’orizzonte.
Nel Global Risks Report 2026, il WEF descrive un sistema multilaterale “sotto pressione” e colloca la “geoeconomic confrontation” tra i rischi in cima alla lista per la crisi in essere ad inizio del 2026. In parallelo, molte sintesi mediatiche evidenziano come, nel breve periodo, il confronto economico possa diventare più destabilizzante del conflitto armato, con tariffe, restrizioni agli investimenti e controllo delle risorse usati come strumenti di potere. Poi, come sappiamo, chi rischia di soccombere nel confronto economico reagisce rispondendo con le armi.
Il punto che, più di ogni altro, viene raccontato come fattore di rottura a Davos 2026 è la composizione ed il peso della delegazione statunitense. Il presidente del World Economic Forum, Borge Brende, la definisce infatti “la delegazione americana maggiore di sempre” e colloca l’appuntamento in un “contesto geopolitico più complesso dal 1945”: una cornice che, nelle ricostruzioni, non resta sullo sfondo ma diventa la lente con cui leggere l’intera settimana del Forum.
Dentro questa cornice si innesta l’attesa per Donald Trump, che dovrebbe tenere uno “special address” al pubblico nella giornata di mercoledì 21 gennaio. Proprio attorno alla sua presenza, molte analisi descrivono un possibile ribaltamento di ritmo: non soltanto panel, interventi ufficiali e “special address”, ma una costellazione di incontri bilaterali e riunioni ristrette, da Gaza all’Ucraina, senza dimenticare la Groenlandia, il Venezuela e l’Iran che gravitano su Trump. Un dettaglio politico tutt’altro che secondario: pur nel perimetro di sicurezza del Forum, l’organizzazione di questi faccia a faccia viene raccontata come totalmente nelle mani del Presidente degli Stati Uniti, quasi a trasformare Davos in un crocevia di colloqui “paralleli” più che in una semplice passerella di interventi pubblici, ma anche una grande opportunità di confronti e incontri diplomatici che potrebbero facilitare il raggiungimento di importanti accordi necessari al rispetto reciproco.
I nomi attesi servono a dare la misura della portata della presenza americana. Nel pacchetto vengono indicati il segretario di Stato Marco Rubio, quello del Tesoro Scott Bessent, il segretario al Commercio Howard Lutnick e quello dell’Energia Chris Wright. Inoltre, anche il rappresentante per il commercio Jamieson Greer. A questo blocco politico si affiancherebbero inoltre Steve Witkoff, indicato come coinvolto nei negoziati su Ucraina e Gaza, e Jared Kushner, finanziere e genero di Donald Trump, insieme a imprenditori e sostenitori legati all’orbita MAGA (Make Again Great America).
L’idea di fondo è che una delegazione con questo profilo non si limiti a “partecipare” al Forum, ma finisca per riscriverne le priorità operative: l’agenda ufficiale verrebbe “scompaginata” proprio dalla quantità e dal rilievo dei bilaterali e dei tavoli ristretti, con i dossier caldi sul tavolo come Gaza e Ucraina che ruotano attorno a Trump e ai suoi uomini. Da qui il messaggio implicito attribuito a molte analisi: Davos non come semplice vetrina, ma come concentratore di scelte e trattative su dazi, energia, finanza e tecnologia.
In questo quadro entra anche un altro elemento: la delegazione politica, così come viene descritta, si porta dietro una fetta consistente del grande capitalismo tecnologico. Tra i nomi citati compaiono Jensen Huang (Nvidia), Satya Nadella (Microsoft), la Anthropic di Dario Amodei, e poi realtà come Meta e Google DeepMind; vengono richiamati anche Alex Karp (Palantir), fino a OpenAI.
L’effetto, nella narrazione complessiva, è quello di una convergenza tra decisioni politiche e potere industriale-tecnologico, come se Davos diventasse il punto in cui le traiettorie su commercio, energia e innovazione si toccano direttamente, senza più la separazione “pulita” tra politica, finanza e big tech.
Per Giorgia Meloni ,e, più in generale, per l’Italia, Davos è strategico per un motivo molto concreto: il rischio “geo-economico” tocca direttamente i fondamentali del Paese, che vive di manifattura, filiere e mercati esteri, ma anche di chimica, agricoltura, pesca e turismo. Attività che denotano la fragilità della struttura economica dell’Italia.
Un dato ISTAT basta a mettere a fuoco la posta in gioco: nel 2024 l’export italiano verso gli Stati Uniti vale circa 64,759 miliardi di euro, pari a 10,4% dell’export totale. In un contesto di tensione commerciale, non è un dettaglio: è uno dei canali principali di ricchezza e lavoro collegati alle vendite oltreconfine.
In altre parole: se a Davos si discute di dazi, controlli sugli investimenti, per Roma non è un esercizio accademico. È la difesa (o la perdita) di quote di mercato e di spazio competitivo per interi comparti.
A Davos, tradizionalmente, si concentrano esponenti di primo piano delle istituzioni europee e diversi leader del G7. Per l’Italia, questo significa una cosa: anche se il Forum non è un vertice istituzionale UE, è uno dei luoghi in cui si costruiscono convergenze informali su come l’Europa reagirà a una fase di competizione economica più dura (commercio, industria, energia, difesa, tecnologia).
È anche uno spazio dove una leadership nazionale può provare a far valere un profilo: non necessariamente con annunci, ma con incontri, messaggi, allineamenti. E qui la parola “strategico” ha un significato preciso: evitare di subire una linea scritta altrove e arrivare ai tavoli reali già con una rete di sponde.
Un’altra ragione per cui Davos è un passaggio rilevante sta nei temi che incrociano economia, sicurezza e tecnologia: supply chain digitali, intelligenza artificiale, semiconduttori, dati, materie prime e componenti critici.
In interventi istituzionali sulla “geopolitica del digitale”, l’Italia ha collegato questi dossier anche all’esigenza di approvvigionamenti più sicuri di fattori produttivi critici. È la traduzione di ciò che molti analisti descrivono come “age of competition”: la competizione non riguarda solo i prezzi, ma le leve che permettono di produrre, innovare e difendersi.
Sull’Ucraina, il perno della settimana sarebbe una serie di appuntamenti a margine del Forum: prima una riunione dei consiglieri per la sicurezza nazionale, poi un “focus speciale” tra Trump, Zelensky e il segretario generale della Nato Mark Rutte.
C’è anche un tassello che, proprio perché molto ambizioso, viene formulato con cautela: Trump e Zelensky “dovrebbero” firmare un accordo per la ricostruzione quantificato in “fino a 800 miliardi”. La cifra viene riportata con differenze di dettaglio tra ricostruzioni (valuta e orizzonte temporale): in alcuni casi si parla di dollari, in altri di euro e di una scansione pluriennale (ad esempio dieci anni).
Quanto alla cornice europea, viene citata l’ipotesi che una riunione possa tenersi mercoledì 21 gennaio: tra i partecipanti indicati compaiono, oltre alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, Paesi come Italia, Germania, Francia, Canada e Regno Unito.
Il Medio Oriente è l’altra grande calamita che si attacca a Davos lateralmente: nelle ricostruzioni circola l’idea di una diplomazia parallela, con regia trumpiana, che potrebbe portare in Svizzera la prima riunione del cosiddetto “Board of Peace” per Gaza, un organismo previsto dal piano di pace americano e nel quale, secondo più voci, dovrebbe entrare anche l’Italia.
Giorgia Meloni viene descritta come possibile presenza a Davos, ma senza conferme ufficiali. Si attende il ritorno a Roma dal viaggio asiatico. L’ipotesi più “mirata” è proprio questa: non tanto una partecipazione piena al Forum, quanto un passaggio concentrato sull’incontro legato al Board, con una finestra indicata tra il 21 e il 22 gennaio. In alcune versioni, la riunione potrebbe non svolgersi nel cuore di Davos ma restare comunque in territorio svizzero, con Zurigo citata come possibile alternativa.
La descrizione che sta girando, nascerebbe per supervisionare la transizione politica e la ricostruzione di Gaza nella fase successiva al conflitto. La composizione metterebbe insieme circa 15 Paesi: tra i nomi citati compaiono Regno Unito, Germania, Francia, Arabia Saudita, Qatar, Egitto e Turchia, insieme a istituzioni internazionali come Fondo monetario internazionale e Banca mondiale.
Si parla di rappresentanze “ai massimi livelli”, con la presenza indicata di Keir Starmer e della premier italiana, e con una possibile presidenza affidata a Nickolay Mladenov, ex coordinatore speciale ONU per il processo di pace in Medio Oriente.
Resta però un punto che pesa più di qualsiasi lista: intorno al Board sarebbero già emerse obiezioni (da Israele e da vari Paesi arabi) e la composizione finale verrebbe negoziata tra più attori. Tradotto: i nomi possono cambiare fino all’ultimo. Si parla anche di un precedente “passo indietro” di Tony Blair, inizialmente indicato e poi finito fuori dai radar proprio per le contestazioni. Sul versante italiano, un dettaglio ricorrente è quello di una delegazione molto snella: l’unico ministro atteso sarebbe Orazio Schillaci, mentre Giancarlo Giorgetti e Antonio Tajani non risulterebbero in partenza.
A quel punto, la domanda pratica diventa inevitabile: Meloni ci sarà? Qui affiora anche un elemento di politica domestica, perché in passato la premier aveva contestato l’immagine di Davos come luogo delle élite globaliste, arrivando a definirlo il “gotha globalista”. Proprio per questo, l’eventuale presenza legata al Board, più che al Forum in senso stretto, viene letta da alcuni come il segno di un pragmatismo che si impone quando entrano in gioco dossier pesanti: ruolo italiano, ricostruzione, posizionamento internazionale.
In ogni caso, la strategicità di Davos non dipende solo dalla presenza della premier. Dipende da una scelta: presidiare o no un luogo dove, in una settimana, si incrociano pezzi di agenda commerciale, industriale e geopolitica che nel 2026 possono diventare decisivi. Se il rischio dominante diventa confronto economica, tariffe, restrizioni, blocchi sulle tecnologie e sulle risorse, allora Davos è uno snodo in cui l’Italia ha interesse a far sentire la propria voce, costruire alleanze, proteggere mercati e rafforzare progetti di politica estera economica. Sullo sfondo torna infatti un tema ricorrente nel racconto italiano: la necessità di definire una strategia davanti alla penuria di materie prime critiche, collegata direttamente alla fase di “confronto geo-economico” e alla sicurezza delle filiere. Ma quale è il programma industriale per l’Italia preparato dal governo Meloni? Un programma industriale di breve, medio e lungo periodo dovrebbe essere presentato dal governo in Parlamento per la discussione e l’approvazione. Tutto questo non ci sembra che sia avvenuto nei tre anni del Governo Meloni.
Salvatore Rondello

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