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Davos 2026?

Sin dalla sua nascita avvenuta nel 1971 ad opera di Klaus Schwab, economista ed accademico svizzero, il World Economic Forum di Davos ha perseguito l’obiettivo di un mondo globalizzato dominato dall’efficientismo del capitalismo preoccupato di interloquire da una posizione di forza crescente con la sfera pubblica che sino ad allora aveva seguito percorsi assolutamente virtuosi, seppur lenti e graduali, di riscatto e progresso civile, sociale ed economico dando attuazione agli insegnamenti delle scuole keynesiane e degli economisti di derivazione marxiana.

di Antonio Corvino | 22 Gennaio 2026

La mistificazione del mondo che ci sta crollando addosso è nelle sue viscere.

Senza Davos non ci sarebbe stato Trump e nemmeno magnati, oligarchi e ipercapitalisti ed il pianeta con l’umanità che lo popola  oggi non sarebbe sotto il loro calcagno.

È un giudizio severo ma che non manca di riscontri empirici ed evidenze storiche.

Sin dalla sua nascita avvenuta nel 1971 ad opera di Klaus Schwab, economista ed accademico svizzero, il World Economic Forum di Davos ha perseguito l’obiettivo di un mondo globalizzato dominato dall’efficientismo del capitalismo preoccupato di interloquire da una posizione di forza crescente con la sfera pubblica che sino ad allora aveva seguito percorsi assolutamente virtuosi, seppur lenti e graduali, di riscatto e progresso civile, sociale ed economico dando attuazione agli insegnamenti delle scuole keynesiane e degli economisti di derivazione marxiana.

Ovviamente l’intento dichiarato era quello di migliorare le capacità strategiche del pubblico   orientandone il ruolo in una prospettiva di partenariato con i protagonisti dell’economia privata che, bontà loro, si offrivano di alleggerire gli Stati da pesi inutili onde consentir loro di dedicarsi alla missione principe  di massimizzare il progresso dei rispettivi  paesi ed il benessere dei  cittadini. 

Il guaio fu che a furia di dare attuazione allo Stato leggero, questo si ritrovò spogliato di ogni funzione e prerogativa essendo stato ridotto prima  a regolatore delle attività economiche con particolare riguardo alla redistribuzione della ricchezza per il tramite di una fiscalità sempre più asfittica, quindi a snodo di progettazione e di smistamento di commesse ed appalti per finire a mero esecutore della volontà altrui, laddove la volontà altrui si identificava con il potere inarrestabile e debordante della cuspide finanziaria di magnati, oligarchi ed iper capitalisti che nel frattempo avevano concentrato in sé la ricchezza mondiale soggiogando il mondo.

Non era certo un caso che tra soci e finanziatori del World Economic Forum vi fossero esclusivamente imprese private con almeno cinque miliardi di dollari di giro d’affari. Una quisquilia a fronte del giro d’affari odierno messo in campo dagli attuali  iper capitalisti ma che negli anni settanta erano cifre di assoluto rilievo.

La storia del World Economic Forum si è andata intrecciando con quella del Club Bilderberg, nato vent’anni prima e la cui attività è stata sempre tenuta nel più assoluto riserbo quanto ai temi discussi ed alle soluzioni ipotizzate, essendo i protagonisti gli stessi del World Economic Forum.

Con l’avanzata del paradigma consumistico e con la pervasività del capitalismo finanziario, libero degli “orpelli” della concorrenza e del gioco della domanda e dell’offerta propri del vecchio  capitalismo industriale perseguito  dagli stati liberali, la segretezza del Club Bilderberg non aveva più  senso.

Ormai il capitalismo finanziario, forte dell’idea della globalizzazione artatamente proposta come percorso di inclusione e liberazione universale, aveva conquistato un “prestigio” che gli consentiva di parlare di governo unico del mondo, di primato dell’economia privata rispetto a quella pubblica, di ruolo aggregante del grande capitale e di funzione guida della cuspide ipercapitalista che dominava il mondo.

Agli Stati restava il compito di emettere titoli del debito pubblico, approvvigionarsi per il  fabbisogno finanziario sul mercato internazionale, pagare interessi e sottostare alle indicazioni dei nuovi padroni del mondo.

L’economia e la finanza non erano più nella loro disponibilità. E nemmeno la redistribuzione della grande ricchezza che ormai non aveva patria e domicilio fiscale per cui era esente da imposizioni se non nel contesto di precise, asimmetriche contrattazioni gestite a livello planetario a discapito degli Stati e dei popoli.

E dunque ogni anno a Davos i padroni del mondo enunciavano i loro decaloghi che inevitabilmente spingevano il potere pubblico in una ridotta sempre più angusta e affermavano il ruolo prevaricante del grande capitale sino alla attuale situazione in cui poche migliaia  di persone detengono la pressoché  totalità della ricchezza mondiale.

Il rapporto Oxfam 2026 presentato in coincidenza con il World Economic Forum fotografa impietosamente tale situazione e con essa la assoluta incapacità delle Istituzioni pubbliche a rimediare.

Siamo al paradosso che ormai i detentori della ricchezza dovranno auto convincersi di lasciar tracimare qualche rivolo di essa  per far fronte all’emergenza che ha seppellito ovunque lo Stato sociale dando la  stura all’arrivo dello Stato assistenziale.

Il guaio è che ormai l’ipercapitalismo finanziario che ha unificato il mondo rendendo obsolete le differenze geopolitiche e di schieramento, si trova oggi davanti alla necessità di accaparrarsi, anche con la violenza, la sopraffazione e la guerra, l’intera disponibilità delle risorse residue necessarie a garantire se non alimentare il perpetuarsi della ricchezza accumulata.

Si tratta ovviamente di risorse  ormai difficilmente reperibili se non aggredendo ghiacci e territori sin qui marginali.

Di conseguenza i differenti padroni  dell’ipercapitalismo non potendo più contare sulla naturale disponibilità delle risorse, un tempo ritenute pressoché infinite ed oggi rivelatesi finite, sono indotti a rivolgere la loro attenzione, o meglio la loro preoccupata avidità, sul controllo delle residue riserve esistenti, ovunque si trovino.

Il cerbero dalle tre o più teste si prepara così alla resa dei conti.

Gli imperi digrignano i denti, affilano le armi in vista della reciproca sopraffazione.

Le intese tra di essi, a loro volta, sono solo propedeutiche all’assalto finale.

Insomma in gioco non c’è solo il dominio del mondo ma anche la sopravvivenza della cuspide che lo controlla.

Si spiega così l’avvento degli esponenti dell’ipercapitalismo deviato al vertice delle grandi potenze.

L’ultimo atto della incombente lotta tra le teste del cerbero per la loro sopravvivenza non poteva essere lasciato ai politici puri, espressione dei popoli.

Essi avrebbero finito per compromettere la stessa sopravvivenza dell’ipercapitalismo  con la diplomazia, la mediazione, il buon senso, la ricerca di soluzioni condivise.

Ed il tempo che stiamo vivendo non è più quel tempo.

Trump è, in tale prospettiva, l’uomo giusto, al posto giusto, nel tempo giusto.

Egli non  è che la punta dell’iceberg per il resto nascosto al fondo di un processo giunto al suo epilogo.

Vi è il rischio a questo punto che i segnali di resipiscenza, pure giunti in questa ultima edizione del Forum con l’intervento del Governatore della California, Gavin Newsom  ed il discorso del capo del governo canadese, Mark Carney, siano ormai fuori tempo massimo.

Le dichiarazioni dell’auto proclamatosi capo supremo degli Stati Uniti rese mercoledì 21 gennaio 2026 a Davos non sono estemporanee, farneticanti manifestazioni di uno squilibrato ma il proclama del capo dell’ipercapitalismo degenerato che si è impadronito di quella che è, ancora attualmente, la più grande potenza mondiale e di cui non intende mollare il governo perché ciò significherebbe la crisi irreversibile dello stesso iper capitalismo e la fine della cuspide che lo rappresenta.

Dunque i capi di stato presenti a Davos e quelli assenti hanno davanti a sé un bivio senza alternative: imboccare la strada del riscatto dei popoli, di tutti i popoli del mondo, riappropriandosi delle funzioni, del ruolo e della missione che la storia, le rivoluzioni, la civiltà ha assegnato loro, dichiarando finito il tempo del predominio della cuspide finanziaria capitalistica o consegnarsi senza alcuna possibilità di trattare ad essa, condannando il pianeta ad un inverno senza ritorno.

L’Europa, lo voglia o no, ha in mano la carta vincente.

L’Europa ed il popolo americano.

La prima con il suo destino estraneo, almeno sino ad oggi, ad ogni tentazione imperialista.

Il secondo con i suoi anticorpi che lo hanno preservato sino ad oggi anch’esso, da  ogni  irreversibile implosione.

L’Europa, per quanto la riguarda, deve finalmente prendere atto dei suoi ritardi e dei suoi fallimenti rinunciando ad ogni politica sin qui perseguita sulla scia della cuspide che personifica gli imperi.

Per fortuna essa non è un impero.

E questa è la sua più grande forza al pari di quella del popolo statunitense di essere vigile, spietato controllore dei suoi governanti.

Anche quegli Stati come l’Italia, tentati di restare in scia agli imperi ed ai loro presunti capi dovranno presto riconsiderare tale posizione.

I governanti forse potranno salvare sé stessi  accucciandosi ai margini della corte degli imperi ma non risparmieranno il loro paese con l’aggravante di dover ignominiosamente misconoscerne storia, cultura, civiltà in uno con il presente ed il futuro.

Questa è davvero l’ultima occasione che il mondo ha di liberarsi di Bilderberg, Davos, ed anche, per quanto ci riguarda, dei patti del Britannia che aprirono per l’Italia la via sdrucciolevole delle privatizzazioni e della compressione della sfera pubblica.

La svendita  dei patrimoni industriali, logistici, tecnologici  pubblici e l’indebitamento degli Stati e dei loro cittadini convertiti alla religione del consumismo, privo di ogni senso del limite e della misura che pure per millenni avevano impregnato di sé  l’intera civiltà del mondo, dal Mediterraneo alle sponde degli Oceani, ne sono stati  i corollari necessari.

La loro deriva, rivelatasi inarrestabile, ha fatto il resto.

Gli USA affidarono addirittura l’esplorazione dello spazio ai privati e la stessa sicurezza dell’atmosfera.

In Italia chi, in coda all’ultimo secolo,  sedeva al vertice del governo e frequentava come ospite gradito il club Bilderberg, lo Yacht Britannia e, a seguire anche Davos, ironizzò sullo Stato che produceva panettoni e conserve e trovò naturale regalare l’Alfa Romeo  alla Fiat, Telecom a Pirelli, le autostrade a Benetton  e finendo con il cedere al mercato ENI ed  Enel, Poste e Ferrovie, Italsider-Ilva ed acciaio, Fincantieri e cantieri navali e quel che resta dell’alta tecnologia con Leonardo.

Oggi anche la sanità e la scuola, la sicurezza e l’ambiente  sono ovunque diventate  aziende.

É da lì che bisogna ripartire.

Ridisegnare il ruolo dello Stato in economia…

Ripartire da Keynes e da Caffè e mettere in soffitta la scuola di Chicago e ricominciare a studiare la politica economia e l’economia politica oggi oscurate dalle tecniche manageriali e di gestione tutte finalizzate a comprimere i costi a discapito del lavoro.

Restituire la scuola al sapere e la sanità alla  salute e l’ambiente ai cittadini, l’industria strategica all’intervento pubblico al pari della sicurezza in terra, in cielo ed in ogni luogo…

Rimettere in piedi ciò che è stato rovesciato è l’unica cosa da fare.

E non sarà semplice. Perché il pensiero unico sullo stato privatizzato ha accomunato centro, destra e sinistra.

(Va dato atto alla Francia di non aver mai dismesso  il suo patrimonio e la sua presenza in economia e la stessa Spagna la cui dimensione pubblica respiri ad ogni passo).

Il Club Bilderberg lasciò al forum di Davos  la scena allorché i suoi membri raggiunsero la certezza di aver conquistato al loro pensiero ed all’idea del governo unico del mondo, che certo non era l’ONU, la politica ed i governi occidentali. Questi di conseguenza presero a frequentare stabilmente i relativi incontri e parallelamente diedero il via alle privatizzazioni, alla cosiddetta indipendenza delle banche centrali, all’indebitamento pilotato dalla finanza deviata e così via…

Oggi è arrivato Trump… ma il peccato originale che ha reso possibile Trump è nelle viscere di Davos e, ancor prima, di Bilderberg.

Non c’è futuro di salvezza in Davos.

Quel futuro è fuori dai suoi confini.

All’Europa, all’America, l’onere, terribile onere, di decidere se uscire dalle logiche di Davos e riprendere la via del progresso condiviso per tutta intera l’umanità o se restarne prigionieri per sempre rinunciando ad ogni futuro di libertà.

La libertà affermata dalla Rivoluzione Francese, dalla Rivoluzione Americana e dalle lotte di liberazione di tutti i popoli del mondo sin qui combattute e vinte.

Antonio Corvino

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Antonio Corvino

Di origini pugliesi, napoletano di formazione è un scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica. Già Direttore Generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, ha organizzato, in tale veste, dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, con il concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti.

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