
Ci sono date che non si dimenticano perché non te le ricordi: te le porti addosso.
Il 13 novembre 2015, per la Francia, è uno di quei giorni.
Il 7 ottobre 2023, per Israele, è la stessa cosa.
Due traumi speculari: due civiltà ferite mentre facevano ciò che fanno i vivi — ascoltare musica, dormire, preparare il caffè, accompagnare i figli.
Carrère, in V13, lo aveva detto meglio di chiunque: “Non c’è nessuna teoria che regge quando il male entra in una stanza.”
E raccontando i sopravvissuti del Bataclan aveva dato voce a quell’istante preciso in cui l’umanità si spezza, ma non si arrende.
Le persone rannicchiate tra i corpi, quelle che respiravano piano per non farsi sentire, quelle che sentivano il sangue scorrere — proprio lì dove, un attimo prima, c’era solo musica.
Il prima e il dopo, separati da pochi secondi e da un’ideologia che si nutre di distruzione.
Il 7 ottobre è la stessa radiografia.
Gli stessi urli.
La stessa strategia: colpire civili, colpire la vita quotidiana, colpire il momento in cui nessuno si difende.
È il marchio distintivo del terrorismo islamista: far saltare il confine tra guerra e strage, tra combattente e bambino, tra soldato e madre.
Al Bataclan i terroristi entrarono sparando sulla folla perché quella folla era il simbolo di ciò che disprezzavano: libertà, arte, corpi che si muovono senza paura.
Il 7 ottobre, Hamas ha fatto la stessa cosa: ha puntato l’arma non contro obiettivi militari, ma contro persone inermi, famiglie, ragazze ai rave, donne nei kibbutz, anziani trascinati fuori dal letto.
Stessa ideologia, stesso obiettivo: frantumare la normalità. Sporcare la vita.
Carrère osservava che il vero shock, nei processi del V13, non era la violenza in sé, ma la sua banalità glaciale.
La calma con cui i terroristi caricavano il Kalashnikov.
La serenità con cui soffocavano i feriti.
La convinzione di essere nel giusto.
È esattamente la stessa convinzione che attraversa i video del 7 ottobre: quella fede perversa che trasforma l’omicidio in missione, lo stupro in atto politico, il rapimento in trofeo.
E allora l’analogia non è solo nei fatti:
è nella nudità del dolore.
Nel pianto muto dei sopravvissuti.
Nel modo in cui la voce si spezza quando raccontano, anni dopo, ancora incapaci di formulare una frase senza interrompersi.
Nel modo in cui i genitori degli ostaggi guardano le foto dei propri figli come chi accarezza una tomba che non c’è.
Perché la verità — quella che fa più male — è questa:
le vittime del Bataclan e quelle del 7 ottobre sono unite dallo stesso destino. Sono state scelte non per chi erano, ma per ciò che rappresentavano.
E qui arriva la parte straziante, quella che nessun analista vuole dire ma che Carrère avrebbe scritto senza paura:
Alla fine, il terrorismo islamista non vuole distruggere noi.
Vuole distruggere l’idea che la vita possa essere vissuta con leggerezza.
Che si possa ridere, ballare, dormire con le finestre aperte.
Che si possa essere liberi senza pagarne il prezzo.
Il Bataclan e il 7 ottobre ci ricordano che il prezzo, ogni tanto, lo pagano i migliori:
chi era andato a un concerto, chi aveva acceso il barbecue, chi stava festeggiando l’alba.
E allora la riflessione diventa una sola, dolorosa e necessaria:
come si sopravvive dopo aver visto il male da così vicino?
I francesi, con Carrère, hanno trovato un modo: raccontare.
Gli israeliani lo stanno ancora cercando: recuperare gli ostaggi, piangere i morti, rimettersi in piedi.
Ma l’umanità sta in questa ostinazione:
nella volontà di ricominciare anche quando non ci credi più,
nel continuare a respirare anche quando senti che il mondo ti è crollato addosso,
nel non lasciarsi definire dall’odio di chi voleva cancellarti.
Il Bataclan e il 7 ottobre, in fondo, ci dicono la stessa cosa:
il male esiste — e non indietreggia.
Ma nemmeno noi.
Nico Kir

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