Sembra marginale ma il colore di uno sfondo fa la differenza nella visione del quadro nella lettura di un testo.
Li abbiamo visti tutti belli schierati nella presentazione col presidente del Consiglio e il ministro dei Beni culturali e artistici i nuovi direttori generali dei più importanti musei italiani vincitori di un mega concorso mondiale, per la prima volta nella storia delle nostre belle arti.
Donne e uomini di gran vaglia, con tante esperienze nazionali e internazionali, che adesso dovranno cimentarsi con la gestione quotidiana e l’innovazione intelligente di palazzi e gallerie come gli Uffizi di Firenze, il Ducale di Mantova la Reggia Reale di Caserta e via elencando.
Renzi e Franceschini hanno detto che sperano tanto in loro per rilanciare quel patrimonio artistico e culturale che fa dell’Italia uno dei primi patrimoni culturali e artistici del mondo conosciuto. Tanto più ora dopo ilfattaccio del Colosseo chiudo epr assemblea che ha mandato su tutte le furie il governo e ha fatto bvattezzare i beni culturali com gli ospedali: servizio pubblico di interesse nazionale. Il fatto che ci siano italiani e stranieri è una bella sfida perché si vedrà come si avvicina al problema, e alla eventuale rivoluzione, un direttore o una direttrice rispetto all’altra o all’altro.
Tra i nuovi direttori vincitori del concorsone mondiale c’è il mio amico Mauro Felicori, uomo-cultura storico della città di Bologna, conoscitore e studioso esperto e raffinato di testi e pitture, monumenti e storie artistiche. Si è aggiudicato la Reggia di Caserta: una bella avventura.
Mi ha detto che è ovviamente molto contento e molto stimolato. Ha ragione il mio amico direttore Felicori, che andrà da Bologna a Caserta, perché gestire questi mondi complessi e variegati che sono i musei e le gallerie italiane è un po’ come diventare, permettetemi il paragone, degli chef, dei cuochi di prestigio.
Una galleria, un museo, un palazzo ha tanti ingredienti che il direttore può e deve mescolare, combinare, separare, valorizzare a seconda del palato e del momento. L’importante, mi verrebbe da dire subito, è una ricetta di base: dare aria. Direttori, date aria a quei musei. Nel senso fate di tutto per aprirli, innovarli, contagiarli, scatenare interesse e sbrigliare gli orari. (Sbrigliare gli orari non è male come espressione parlante). Un giorno un visitatore ha provato ad aprire un finestrone di un noto palazzo Ducale e subito un custode si è precipitato a rimproverare: per carità non si può, è chiuso dal 1700. E lui: beh è il caso di dare aria.
Tanti di noi hanno avuto modo di visitare tanti musei del nostro Paese e fuori. Con opere e capolavori da primato. Tutto bene per carità ma spesso usciamo da quelle visite con le sensazione che ci mancava qualcosa: un colore, una emozione, un supporto, un completamento, un silenzio, una musica, un piatto. Quando non usciamo incavolati per code, disagi, contrattempi più o meno gravi.
Bene ha fatto il reggente degli Uffizi, ho visto, ad aprire nuove sale della grande Galleria fiorentina mettendo in mostra tele -che erano nel deposito- su pareti di tono verde riposante. Sembra marginale ma il colore di uno sfondo fa la differenza nella visione del quadro nella lettura di un testo. Dare aria a quei musei significa anche questo: avere riguardo per quei particolari che fanno tanto per il totale.
Il mitico Antonio Paolucci, conosciuto quando era sovrintendente a Mantova, mi diceva “L’arte e i monumenti vanno vissuti, usati e quasi consumati, non ha senso lasciare pezzi nascosti in deposito, nei magazzini” Primi anni Ottanta.
E se non ricordo male riportò in mostra pezzi del Pisanello e aprì le sale in orari per quei tempi impensati. Date aria a quei musei, fate eventi, aprite di notte e di giorno, non chiudeteli nelle feste comandate, e se potete –esperienza da Linea Verde- oltre alle “cose” da vedere e da vendere, mettete cose da toccare , cose da bere cose da mangiare. Chef a tutto tondo.
Un museo si può gustare anche col palato. Quel che resta di una visita dipende per il 70 per cento da quello che hai mangiato. Vedete voi.
L’importante è che non accada quel che ho visto un pomeriggio a Firenze nel cortile di Palazzo Pitti quando alle 17.27, tre minuti prima delle chiusura, tre giovani inglesi provavano ad avvicinarsi ad una catena e un custode urlò . “lè chisooo” E loro, un poco impauriti: “What?” E il custode con voce ancor più alta “Lèèè chiuusooo”. I tre se ne sono andati col dubbio amletico: chissà che orario è “l’è-chiuso”.
Ho portato di recente a amici e colleghi fiorentini -che si occupano di guide, immagine e musei- a vedere Palazzo Ducale di Sabbioneta. Tutta una sorpresa. Ma questa è un’altra storia
Direttori, date aria a quei musei! @CTirinnanzi @lucianoghelfi @mixborghi @JessSaccone @pirovano_paolo pic.twitter.com/zQZ7LNozZM
— Fabrizio Binacchi (@FBinacchi) 18 Settembre 2015

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