
L’ultimo baluardo di civiltà è stato purtroppo abbattuto. Da Mussolini a Berlusconi, fino alla cacciata di Sigfrido Ranucci di queste ore sotto il governo Meloni, l’allergia alla parresia — a essere sinceri — è rimasta sempre la stessa: un’ostinata tendenza a occultare la realtà. È una tara genetica che ha sempre fatto presa sulla maggioranza degli italiani; altrimenti, la risposta sarebbe stata la rivoluzione. È facile dunque concludere che nulla cambierà. Alla verità, gli italiani continuano a preferire il sonno della ragione. Il risultato è un Paese mostruoso, ormai privo di qualsiasi speranza di riscossa verso un mondo nuovo e libero.
Per comprendere la portata degli eventi recenti, occorre inserirli in una precisa prospettiva storica. L’estromissione o il ridimensionamento delle voci critiche dallo spazio pubblico e dal servizio radiotelevisivo non costituiscono un’anomalia estemporanea, bensì il sintomo di un vizio sistemico: la democrazia italiana ha spesso dimostrato una fisiologia fragile di fronte al giornalismo d’inchiesta, scambiando il dovere del controllo sul potere per un atto di ostilità politica. Il parallelismo tra le dinamiche odierne e il celebre Editto Bulgaro del 2002 — con cui l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi indicò l’allontanamento dalla Rai di Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi — appare evidente: ieri come oggi, la logica sottesa è quella dell’omologazione del consenso, silenziando chi pone domande sgradite per sostituire il racconto documentato con una narrazione rassicurante e governabile.
In greco antico, la parresia era l’atto di dire la verità in modo franco e senza filtri, anche a costo della propria sicurezza personale di fronte al tiranno o alla maggioranza. Nel contesto mediatico contemporaneo, essa coincide con il giornalismo d’inchiesta indipendente: una disciplina che non cerca il compromesso, ma espone i fatti nella loro cruda essenza. In quest’ottica, l’ostilità manifestata dal potere verso figure come Sigfrido Ranucci e la redazione di Report non può che rispondere a un’esigenza di autoconservazione: quando l’inchiesta svela le contraddizioni, le opacità finanziarie o le debolezze etiche della classe dirigente, la reazione prioritaria non è la risposta nel merito, bensì la delegittimazione e l’attacco sistematico.
Questa strategia di spallata mediatica trova una precisa sponda politica ed editoriale. Emblematico è il plauso giunto da Federico Mollicone, presidente della Commissione Cultura della Camera e figura di spicco di Fratelli d’Italia, nei confronti del martellante attacco riservato a Ranucci dalle testate della galassia di Antonio Angelucci. Un’offensiva da quasi tremila articoli di stampa in soli due mesi: un vero e proprio esercito mediatico mobilitato contro chi svela le zone d’ombra della politica.
Il cortocircuito morale appare ancora più stringente di fronte all’elenco dei nomi al centro delle cronache giudiziarie e politiche: figure come Delmastro, Montaruli, Santanchè o Fitto, tra condanne, indagini pendenti e scudi istituzionali. A dimostrarlo è la vicenda dello stesso Andrea Delmastro, protetto dal proprio partito quando la maggioranza di governo ha votato compatta in Parlamento per negare alla magistratura l’acquisizione delle sue conversazioni riservate. A ciò si aggiunge l’impatto delle inchieste sgradite condotte da Report e dirette al cuore della leadership, come quella che ha scavato nei trascorsi del padre di Giorgia Meloni, tra le condanne per traffico di droga e i contatti con figure di vertice della criminalità organizzata come il boss Michele Senese. In questo scenario, la forza politica di maggioranza rischia di assomigliare non a una forza di governo sensibile all’etica pubblica, ma a una sorta di blindatura corporativa che tutela i propri esponenti facendone scudo alle responsabilità.
Ciò che rende la situazione drammatica non è soltanto la spinta censoria del potere — dinamica prevedibile solo in assenza o nel depotenziamento di adeguati contropoteri, che pure in Italia sono chiaramente presidiati dalla Carta Costituzionale —, quanto la risposta della cittadinanza. La tesi dell’assuefazione suggerisce che una larga parte del corpo sociale abbia sviluppato un’immunità sistemica allo scandalo e all’ingiustizia: mentre in altre democrazie occidentali attacchi sistematici alla libertà d’informazione susciterebbero una mobilitazione civile trasversale, in Italia la reazione tende a frammentarsi nella polarizzazione ideologica o ad abissarsi nell’indifferenza.
Quando la richiesta di trasparenza viene archiviata come un fastidio e la cancellazione delle voci scomode viene accolta nel silenzio, lo spazio democratico si restringe inesorabilmente. L’esito finale di questo processo è un’atrofia culturale e civile in cui la perdita della speranza diventa la norma: senza un’informazione d’inchiesta libera da condizionamenti, viene meno il presupposto stesso della sovranità popolare. La vicenda di Report e il destino della parresia in Italia non riguardano soltanto la sorte di un singolo giornalista o di una trasmissione televisiva, ma rappresentano il banco di prova sulla capacità di questo Paese di riconoscersi ancora come una società libera.
Antonio Laraia

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