Solo il cervello umano può attribuire un senso alla cieca capacità dei calcolatori di produrre verità. (Karl Popper)
Per chi è nato quando la radio era l’unica fonte di informazione oltre ai rari quotidiani e rarissimi settimanali patinati o meno, quando la TV era di là da venire, è stata dura adeguarsi al rincorrersi dei mezzi di comunicazione. Qualche decennio fa, quando apparvero i primi cervelli elettronici, detti cervelloni, che si allocavano in una stanza, nessuno avrebbe potuto concepire e ipotizzare neppure l’idea di smartphone iPhon iPad tablet. Ci pareva inimmaginabile, un sogno irrelizzabile già il personal computer…
Oggi il pc in tasca , anzi perennemente fra le mani, ha potenzialità incommensurabili che, se usate in maniera distorta possono essere anche pericolose. Specialmente per i piccoli che già a due anni si divertono con questi aggeggi anzichè con il lego o simili.
Dunque, come per ogni strumento, è l’uso che se ne fa che conta.
La comunicazione digitale offre e permette infatti una simultaneità intercognitiva delle esperienze collettive al limite della sopportabilità. In questi giorni un ragazzino è stato ricoverato in stato confusionale e amnesia quasi totale per una sindrome di ‘dipendenza tecnologica da Internet favorita da tratti di ansia sociale e scarsa rete interpersonale’ come i medici hanno prontamente diagnosticato. Quindici anni, ha riferito ai medici di passare tutta la notte sul web. Naturalmente questo è un caso sporadico ma chissà quanti altri giovani si producono piccole o grandi scosse …
Nell’era dei social network e dell’informazione liquida, frammentaria e velocissima, abbiamo imparato a comunicare attraverso infiniti canali, ma abbiamo disimparato ad aspettare. Colpa o merito, ancora è difficile a dirsi, del nostro nuovo modo di percepire il tempo, radicalmente cambiato rispetto al passato proprio con l’avvento della rete e, infine delle connessioni mobili “always on”.
“Oggi molti di noi vivono in un eterno presente dove, grazie alla presenza su più social network, conducono più vite contemporaneamente e tutte nel segno dell’impazienza“, si è detto al “Social Media Time, la percezione del tempo in rete” alla Social Media Week di Milano. “Online abbiamo a che fare con la ‘Generation Now’ che vuole tutto e subito. Una delle conseguenze per chi lavora in Rete è che il marketing diventa istantaneo, ha un effetto virale e da prevedibile diventa del tutto imprevedibile”.
Se da un lato c’è il tempo scandito dall’urgenza, dove tutto accade in contemporanea, dall’altro si incolla un tempo fermo, immobile, la fotografia di un passato che viene archiviato e che resta immutato che, volendo, si può ricercare e ritrovare. Che fa un baffo alla privacy. Chè ancora una normativa sul diritto all’oblio è lontana mille miglia. Una serie infinita di informazioni che non può essere cancellata, che diventa memoria collettiva.
Ora, il buon senso richiederebbe una sorta di strutturarazione di questa comunicazione selvaggia e caotica, di questa iperattiva serie di interscambi di informazioni. Che spesso facilitano e inducono a esternare senza limiti e senza remora alcuna anche chi dovrebbe invece riflettere analizzando profondamente i propri pensieri prima di esprimerli.
Naturalmente si allude ai media e alla classe politico/istituzionale. Chissà se ce la faremo.

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