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DALL’ISOLAZIONISMO STRACCIONE ALL’INTERVENTISMO DIPLOMATICO

Di Alberto Benzoni

di Alberto Benzoni | 4 Aprile 2011

Il nostro Gino Strada torna di nuovo in piazza; contro l’intervento occidentale (colonialista e imperialista) in Libia e le bombe (quelle occidentali) che uccidono i civili.
Potremmo contestare il suo atteggiamento a senso unico; e magari tentare di rassicurarlo (a Tripoli potranno arrivare tutti tranne i marine; e il pericolo è, semmai, che non arrivi nessuno…). Ma sarebbe fiato sprecato. Ci limitiamo allora a fargli presente che questa volta è in buona compagnia; quella del governo di centro-destra.
Certo, Berlusconi & C. mostrano di esultare per l’entrata in campo della Nato (uno schermo dietro il quale nascondere le proprie nudità). Resta il fatto, però, che da tutta la loro narrativa trasuda la nostalgia per Gheddafi e il suo regime; e il vero e proprio odio per coloro che questo equilibrio hanno rotto (il raffinato Cicchitto ha persino scomodato l’“oro francese”; a quando la “finanza ebraica”?).
Atteggiamento comprensibile: dal rapporto Berlusconi – Gheddafi, l’Italia aveva avuto tutto: contratti, sostegno economico reciproco, garanzia contro l’arrivo delle “orde di clandestini (opportunamente lasciati a marcire nel deserto) e ora teme di perdere tutto. E perciò si premura di far sapere, a chi di dovere, che è intervenuta perché costretta, ma che i suoi aerei non sparano; che è convinta della ragionevolezza di Gheddafi; e che, infine, se auspica la solidarietà europea, con le navi nel Mediterraneo è, semmai, per “ributtare a mare” i barconi carichi di clandestini e di potenziali qaedisti.
A nostro personalissimo avviso le preoccupazioni del duo Berlusconi-Maroni sono eccessive (come sarà dimostrato, speriamo, dal futuro corso degli avvenimenti). Ma quello che in ogni caso è certo è che i nostri guai attuali sono figli della nostra politica di ieri.
E qui non si tratta di stile: rimandare a casa l’attentatore di Lockerbie – in Libia eroe nazionale – è, eticamente ma anche politicamente parlando, più grave che baciare la mano di un dittatore vanesio. Mentre, a onor del vero, l’Italia aveva da guadagnare, più di chiunque altro, da un buon rapporto con la Libia perché non si trattava soltanto di non essere bersagli del terrorismo finanziato dal Colonnello, ma anche di ottenere una sorta di monopolio degli affari con Tripoli.
L’errore fondamentale è stato allora quello di trasformare un logico matrimonio di conseguenza in un folle matrimonio d’amore. Un’operazione in cui “hanno messo del loro” sia Berlusconi che la Lega. Il primo per la sua ammirazione sincera per uno che era come lui, ma aveva la fortuna di esercitare quel potere benefico senza controllo cui il Nostro aspirava; la seconda in nome dell’odio e della paura per quelli che Gheddafi teneva a freno: un mondo arabo fatto di fanatici islamisti, di terroristi potenziali e, soprattutto, delle già citate ‘orde’ di clandestini.
Ora, si sa, in un matrimonio d’interesse, i due partner conservano intatta la loro lucidità: così l’appoggio di ieri a Mubarak e allo stesso regime yemenita non impedisce oggi agli americani di svolgere un ruolo importante e riconosciuto di mediazione nei processi di transizione in atto; al Cairo, ma anche a Sanaa. Mentre, caso ancora più clamoroso, la Francia, sostegno principale sino al gennaio del regime di Ben Ali, può porsi alla testa, neanche due mesi più tardi, degli insorti di Bengasi, in nome degli immortali principi dell’ottantanove (“ma lo fa in nome dei propri interessi” e allora?).
E viceversa il matrimonio d’amore acceca; ti impedisce di vedere chi hai di fronte – un dittatore crudele e capriccioso, con una concezione insieme totalitaria e patrimoniale del potere – e soprattutto impedisce di capire che cosa c’è intorno: le radici profonde di una protesta contro il regime e quelli che ne potrebbero essere i protagonisti.
Non a caso l’Italia sarà l’ultima a cercare un qualche contatto con gli insorti di Bengasi, magari con i loro rappresentanti in Italia. E questo perché non li ha mai conosciuti né ha mai cercato di conoscerli (errore che qualsiasi politico realista europeo o americano non avrebbe mai fatto). In omaggio al principio, anzi allo slogan pubblicitario che potremmo parafrasare così: “per Gheddafi c’è Berlusconi; per tutto il resto c’è la val Brembana”.
Adesso, per il governo italiano c’è solo da sperare nelle mediazioni internazionali e nell’Europa, una buona lezione per il nostro isolazionismo straccione. Avevamo sempre disprezzato il mondo esterno e le sue regole: e adesso dobbiamo chiedere il suo aiuto; e con il cappello in mano.

Alberto Benzoni www.avantidelladomenica.it

Pubblicato in : Primo piano

Info Alberto Benzoni

Nato nel 1935. Ha lavorato all’ufficio Studi e Internazionale dell’Iri. Nel Psi dal 1957. Vice sindaco di Roma dal 1976 al 1981. Autore di testi sulla storia del movimento socialista in Italia e, in particolare, sull’esperienza craxiana. Ha scritto anche, con la figlia Elisa, “Attentato e rappresaglia – il Pci e via Rasella” e “Le vie dell’Italia”. Si è interessato collaborando a varie riviste, di problemi di politica internazionale.

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