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Dall’assessorato al Consorzio alla cultura

di Giuseppe Mele | 21 Giugno 2015

Lo stranissimo caso del Nuovo Cinema Aquila, strappato, in una Roma squassata da Mafia Capitale, ad una decennale programmazione ed ai suoi 11 dipendenti per essere messo in fretta e furia a gara.

C’è un clima di panico nelle tante sedi capitoline. Due paroline – mafia e coop- fanno scattare tutti gli uomini e le donne del sindaco Marino. E facilmente fanno loro adottare gesti inconsulti. Ultimo, lo stranissimo caso del Nuovo Cinema Aquila, strappato ad una decennale programmazione ed ai suoi 11 dipendenti per essere messo in fretta e furia a gara. Nella città, colma di cinema abbandonati, trafugati e occupati, l’Aquila è una struttura veramente de luxe, 3 cinesale, 319 posti, mille metri di superficie su 4 piani, bar, portoni in acciaio, vetrate, ascensori, arredamenti design, un frontone imponente e tutte le attrezzature di norma, che brilla tanto più per la zona periferica e malandata, del Prenestino, che lo ospita. Il Nuovo Cinema Aquila è però anche l’unico caso di sala cinematografica trasformata in monumento anticriminalità, da quando il Campidoglio espropriò l’originale ed abbandonato cinema a luci rosse anni ’70, che, essendo stato di proprietà della Banda della Magliana, offrì il verso, a scoppio ritardato, nel 2004, all’impiego delle norme antimafia ed alla spesa della bellezza di 2 milioni di euro sull’altare dell’aggregazione culturale di quartiere. Da decenni un dissennato spirito di crociata, che non nega a niente e nessuno l’epiteto di mafia e mafioso, ha voluto contrapporre, come fossero partiti politici antagonisti, soccorso sociale e beneficienza alla criminalità. Dalla legge 381/91, alla 109/96 al dlgs 159\2011 si è immaginato di affidare ogni business sequestrato alla mafia, a cooperative sociali nate con l’unico intento di trovare uno straccio di lavoro ad ex detenuti, handicappati e disagiati, senza badare se la gestione possa essere all’effettiva portata delle capacità. Ne è seguito come era facile prevedere il meccanismo della partecipazione di coop sociali, vidimate da albi regionali e comunali, a gare di affido gratuito di beni commercialmente profittevoli, magari di nicchia, ed alla successiva gestione di altri soggetti, consorziati, più capaci. In fondo un male minore, nel mondo di ricatti, mazzette, corruzioni e concussioni milionari e subcontrolli politici scoperchiati nella Mafia capitale del sindaco Marino. Un male comunque che evidenzia la follia di voler confondere profit e volontario; mercato, comitati più o meno politicizzati e fondi pubblici che li sostengono. Malgrado gli alti lai di duemila intellettuali e l’ottimo curriculum di rassegne essai e di cinema indipendente, non si vede come una sala, anzi tre, di poltroncine di velluto rosso possano integrare le multiculturalità o coinvolgere i giovani di strada. E’ un cinema; e si paga il biglietto per vedervi i film proiettati. All’improvviso l’assessorato alla Cultura capitolino si è accorto (o meglio si è accorto il consigliere, di Sel, Peciola) che mentre l’affidamento era intestato alla coop sociale Sol.Co (Solidarietà e Cooperazione) del presidente Monge, la gestione in realtà era nelle mani della coop sociale NCA, vidimante, in tutta evidenza, i biglietti e della Fabian Art Society, che tra l’altro esprime il direttore della sala. Sembra che necessità di digitalizzazione, del tutto legittime e profit abbiano imposto i nuovi attori. Tanto è bastato, assieme ad altre contestazioni contributive, per la revoca della concessione e l’improvvisa chiusura della sala. Si tratta però, nel segno costante della confusione della romanità moderna, di irregolarità che in altri tempi non avrebbero avuto conseguenza. Tanto più che la Sol.Co ed il suo giro di 40 coop consorziate è un habitué storico delle gare capitoline; capace, quando non le vince, come avvenne 11 anni fa nel caso del cinema Aquila in questione, di scatenare guerre commerciali tra soggetti sociali, a colpi di Tar e Consiglio di Stato, che fanno impallidire la concorrenza profit. A far trottare la vecchia Roma de noartri, in realtà è stato tutt’altro: gli arresti domiciliari per Monge per altri rapporti con le coop coinvolte dall’inchiesta Mafia capitale e l’indagine avviata a carico della Di Giovine, ex Direttore del XIX Dipartimento di Roma, che concesse il cinema alla Sol.Co. Una vera e propria beffa per la dirigente che in realtà aveva scelto un’altra coop (attualmente tra i membri della Città dell’Altra Economia, struttura vicina al Macro) ma che aveva dovuto soccombere davanti alla giustizia amministrativa. Arresti e indagini hanno indotto l’assessorato della Marinelli ad azzerare la situazione ed indire nuova gara, in scadenza a fine luglio. Le proteste rumorose dei gestori, delle coop, dei dipendenti, dei sostenitori alla decisione sono state ben sottolineate da una sorta di incendio divampato all’entrata del Nuovo Aquila. La scena è quella di una vera e propria guerra civile di sinistra. Sindaci ed assessori di sinistra contro coop di sinistra, coop sociali contro onlus, disagiati di oggi in lotta con altri invalidi in attesa di subentrare, dirigenti indagati oggi contro quelli di domani, vicesindaci Sel contro consiglieri Sel. Infatti il nuovo bando di gara non esce dai binari di questo mondo. La struttura che tanto è costata all’erario e che frutta non poco, sarà sempre affidata gratuitamente. E sempre a coop sociali, costituite però da “esperti nel settore cinematografico e che sappiano porre le arti visive multimediali digitali al servizio di finalità sociali, educative, di aggregazione giovanile, di coesione sociale”. Sarebbero stati adatti forse dei De Niro e Pollack, se le accuse nei loro confronti li avessero condotti ai servizi sociali. Forse si sarebbe dovuto, se il caso fosse stato di mesi fa, chiamare il Cavaliere. Invece questi recordman introvabili, questi esperti, disagiati dal fato e da strani mali, gli unici idonei a quanto a pare a gestire un cinema, bisognerà trovarli nell’elenco speciale capitolino delle 117 coop sociali di tipo B, aggiornato a fine maggio. Il primo nome di coop in lista è la “29 giugno”, ovviamente. Chi altri, potrebbe essere?

Pubblicato in : Primo piano

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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