
A Pisa l’università si è trasformata in palcoscenico. Aula di diritto, studenti che entrano con bandiere e megafoni, lezione interrotta, il professore in ospedale. Galileo, qui nato, avrebbe alzato gli occhi al cielo: dalla scienza alle risse ideologiche, dalla ricerca al karaoke politico. Non è un caso che Pisa sia anche la culla di Nicola Fratoianni, leader di una sinistra che ha fatto dell’occupazione simbolica la sua unica arte. Non costruisce, non legifera, non propone: urla. Basta esserci, alzare la voce, scappare prima che arrivi la domanda “e quindi?”.
Ma il caso più emblematico arriva da Torino. Pini Zorea, professore israeliano, invitato al Politecnico per un corso tecnico. Non su politica, ma su algoritmi. Durante la lezione viene attaccato da un gruppo di studenti pro-Palestina. Non chiedono chiarimenti, non aprono un dibattito: gridano, accusano, interrompono. Zorea reagisce: “Ho servito nell’esercito israeliano, è l’esercito più pulito del mondo.” Una frase dura, netta, discutibile, ma che apre un terreno di confronto. O almeno dovrebbe. Invece no: l’università lo sospende, ritira il corso. Libertà accademica cancellata con un tratto di penna.
Ed è qui che l’ipocrisia si mostra nuda. Quelli che ogni giorno predicano la libertà di parola, la libertà di espressione, la libertà di insegnamento, la difendono solo quando è “la loro” parola. Se parli come loro, sei un eroe. Se parli contro, sei censurato, espulso, sospeso. È la libertà a senso unico: uno spazio libero finché ripeti lo slogan giusto. Pisa e Torino sono due facce della stessa medaglia. Un docente aggredito a Pisa perché non si adeguava, un docente sospeso a Torino perché non si adeguava. È questo il modello?
Fratoianni e Bonelli intanto giocano la parte degli indignati di professione. Fratoianni, il pisano, predica dalla poltrona. Bonelli denuncia genocidi a ogni conferenza stampa, si immagina avvocato all’Aja, ma non riesce a scrivere due righe sul salario minimo. E Luisa Morgantini, fermata a Hebron, anche lei finisce triturata dalla macchina mediatica: un gesto autentico ridotto a trofeo televisivo.
I sindacati? Ancora peggio. CGIL che mobilita i portuali per la flottilla, sindacati di base che proclamano scioperi generali per Gaza. Ma non uno sciopero per i morti sul lavoro. Non un corteo per i precari. Non una protesta per gli stipendi da fame. Tutti pronti a fermare il Paese per una bandiera lontana, nessuno pronto a fermarlo per la vita di chi muore qui.
È la nuova parabola italiana. Dal populismo oscuro al populismo di moda. Ieri gli immigrati, oggi Israele. Cambia il bersaglio, resta la logica: semplificare, gridare, spettacolarizzare. È più facile accusare Israele di genocidio che scrivere una norma che obblighi un’impresa a rispettare la sicurezza nei cantieri. È più comodo sventolare una kefiah che imporre ispezioni vere. È più redditizio indignarsi che legiferare.
La verità è che la politica vera muore così. Muore a Pisa, dove un docente non può tenere una lezione. Muore a Torino, dove un docente viene sospeso perché la sua frase non piace. Muore nei cantieri, nelle fabbriche, nei supermercati. Muore ogni giorno, mentre i sindacati giocano alla geopolitica e i leader di sinistra recitano indignazione davanti alle telecamere.
Fratoianni, Bonelli, Morgantini, la CGIL: prigionieri della stessa malattia. La malattia del simbolico. Un gesto vale più di un risultato. Un corteo più di una busta paga. Un fermo a Hebron più di una legge in Parlamento. Una sospensione a Torino più di una riforma.
E invece no. Il mondo non si cambia con i megafoni. Non si cambia con i flash mob. Non si cambia con le bandiere. Si cambia con le leggi. Con le ispezioni. Con le sanzioni. Con i numeri che diventano stipendi veri. Con vite salvate.
Il resto è ipocrisia. E su quell’ipocrisia, oggi, in Italia, ci campano in troppi.
Nico Kir

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