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Da Monti poco coraggio e poca sinistra

di Gianfranco Sabattini | 22 Luglio 2012

Il riformismo ha protetto e risollevato i Paesi del nord Europa dalla crisi. 

In due interviste, pubblicate da “la Repubblica” nei giorni scorsi, a Jeffrey Sachs ed a Michael Walzer, che entrambi si dichiarano socialdemocratici, è affrontato un tema di particolare interesse: la debolezza della politica a fronte degli effetti, disgregativi sul piano sociale, della crisi economica che coinvolge gran parte dei Paesi del mondo.
Sachs, economista della Columbia University di New York, si è imposto all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale per avere negli anni passati proposto un piano per rimuovere o attenuare le disuguaglianze internazionali, che la globalizzazione delle economie nazionali stava determinando a causa dell’insufficiente regolazione dei mercati finanziari. Sachs torna sull’argomento, per ribadire che quello che sta accadendo all’eurozona ed a molte altre aree economiche del mondo è da imputarsi al fatto che la politica non è stata in grado di governare le dinamiche finanziarie e sociali seguite alla globalizzazione.
Molti Paesi europei, come d’altra parte gli Stati Uniti d’America, non hanno affrontato razionalmente per tempo gli esiti del progressivo processo di mondializzazione delle economie nazionali. Così, per Sachs, la crisi europea come quella americana altro non è che la manifestazione degli esiti patologici della deregulation dei mercati finanziari cui è imputabile che fosse progressivamente esaltata la mobilità dei capitali, che fossero alimentate bolle speculative immobiliari, che fossero accumulati crescenti debiti sovrani e, soprattutto, che fosse ingigantito il potere delle banche, sino a condizionare il potere regolatore dell’azione politica.
Il punto di partenza di questo processo risale, secondo Sahcs, alla metà degli anni Ottanta, con l’avvento della globalizzazione che, se per un verso dava inizio a un processo di crescita e sviluppo di molti Paesi del mondo sino ad allora arretrati, per un altro verso, determinando l’ingresso di questi Paesi nell’arena del mercato mondiale, dava la stura ad una serie di dislocazioni produttive. A lungo andare, queste hanno originato, sia un aumento delle disuguaglianze internazionali ed interne ai singoli Paesi, sia l’impoverimento della forza lavorativa all’interno dei Paesi di più antica industrializzazione, a causa del formarsi di una crescente disoccupazione tecnologica irreversibile.
Alla formazione dei crescenti squilibri sociali, per Sachs, si sarebbero sottratti solo i Paesi scandinavi, per via della politica riformista attuata; questo tipo di politica ha consentito di pervenire ad un “felice equilibrio” tra un’organizzazione industriale fondata su produzioni di qualità realizzate con tecnologie avanzate e su una politica sociale fondata sull’introduzione del reddito di cittadinanza a favore di tutti i cittadini che venivano a trovarsi involontariamente, per effetto delle dinamiche finanziarie e sociali, in stato di bisogno.
Al contrario dei Paesi scandinavi, i Paesi europei meno “virtuosi, cioè quelli che come l’Italia si sono trovati più esposti agli effetti degli alti livelli del loro debito sovrano, hanno scelto come unica soluzione della crisi l’insediamento di un “governo tecnico” che ha solo saputo realizzare una politica di austerità fatta pesare sui cittadini attraverso il ricorso ad un appesantimento della tassazione del reddito corrente e attraverso tagli “orizzontali” della spesa pubblica, con scarsa o nulla considerazione per la cura del crescente disagio sociale.
A fronte di politiche pubbliche di questa natura, per Sachs, ai cittadini dei Paesi in crisi non resta che cercare fuori dal dominio della politica forme di azione alternative e valutare in positivo la protesta dei movimenti spontanei come premonizione dell’urgenza di un cambiamento nell’azione di governo; così come è avvenuto nell’esperienza degli USA con il movimento del New Deal, che ha consentito a quel grande Paese di fuoriuscire dalla Grande Crisi del 1929-1932.
è questo un punto sul quale le due analisi si dissociano. Walzer, filosofo della morale e della politica dell’Insitute for Advanced Study di Princeton e direttore della rivista “Dissent”, condivide l’analisi di Sachs sottolineando da un lato che le disuguaglianze sociali all’interno dei Paesi sottoposti agli effetti negativi della crisi sono divenute ormai insopportabili e, dall’altro, che all’interno degli stessi Paesi è cresciuta l’urgenza di apportare cambiamenti profondi all’organizzazione del sistema sociale considerata la causa prima delle disuguaglianze.
A tal fine, Walzer, come Sachs, pensa che sia necessario cercare nella protesta dei movimenti spontanei le forme di pressione, socialmente condivise, utili ad indurre le forze politiche ad adottare le riforme strumentali al superamento della crisi. Ma, a differenza di Sachs, egli sottolinea giustamente come l’azione politica che dovesse accogliere la critica dei movimenti spontanei debba prevedere un’attività riformista profondamente radicale, al punto da consentire di pervenire al “felice equilibrio” dei Paesi scandinavi. In Italia, però, il governo Monti sembra orientato a superare la crisi senza curarsi più che tanto degli esiti sul piano dell’equità sociale delle misure anticrisi adottate. Sarà perché, nel nostro Paese, i movimenti spontanei di protesta sono sempre segnati da una forte ideologia anarchica; sta di fatto che il governo Monti sembra solo impegnato a restaurare il vecchio sistema, quello esistente prima dello “scoppio” della crisi, e a non approfittare della crisi stessa per apportate, come è accaduto negli USA dopo la vittoria del New Deal, le profonde riforme strutturali delle quali il sistema nazionale ha urgente bisogno. In altri termini, sarebbe stato necessario che l’azione del governo Monti fosse sorretta, nell’interesse del Paese, da molto più coraggio di quello che lo ha portato e lo sta portando a non scontentare il potere dei mercati finanziari che alla crisi hanno dato la stura.

Pubblicato in : Primo piano

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