
La notte tra sabato e domenica non ho dormito.
L’esperienza della camerata si è rivelata più ostica di quanto avevo immaginato. Altro é vivere una dimensione comunitaria che bene o male ti appartiene quando hai undici anni allorché ti muovi irresponsabilmente quanto istintivamente in uno stato comunque diventato normale per te e per quanti vivono intorno a te, altro è viverla in età adulta. In questo caso ogni singola situazione diventa un ostacolo da superare. I bagni in comune che devi raggiungere lasciandoti alle spalle la camerata e attraversando il cortile, il letto a castello su cui devi arrampicarti per poterti finalmente stendere, i rumori di ogni genere che ti avvolgono e di cui tu stesso sei parte, la preoccupazione di disturbare e a tua volta di essere vittima dei disturbi altrui, tutto diventa complicato. Ti rendi conto che stai vivendo al limite e questo ti complica la vita e ti porta all’insonnia. Perché o ti ritrovi un carattere scanzonato e sei in grado di concentrarti, naturalmente e senza ricorrere alle giustificazioni della logica, sulle tue esigenze, lasciando che gli altri facciano altrettanto e diventando parte di un equilibrio precario e ballonzolante in cui vivi e lasci vivere, o diventi vittima delle tue paturnie, subisci le naturali prevaricazioni del contesto in cui ti ritrovi immerso e le innocenti esigenze-contorsioni di quanti ti circondano, ti preoccupi di non infliggerne a tua volta o almeno di limitarne al massimo l’impatto e il minimo che ti succeda in questo caso é l’insonnia.
Così la notte tra sabato e domenica non ho dormito.
Vittima della preoccupazione di non infliggere agli altri le mie prepotenze incontrollate ed incontrollabili fatte di respiri affannosi, rumori gutturali al limite del rantolo frutto di esplosioni dei polmoni costretti all’apnea e poi alla liberazione urgente alla ricerca dell’aria catturata a bocca aperta visto che respirare con il naso é diventato impossibile, ho finito per passate il mio tempo senza aver chiuso occhio. La notte tutto si ingigantisce dentro di te ed intorno a te. I tuoi pensieri, le ombre, il tempo assumono una consistenza ed un’estensione fuori dal tuo controllo. E allora o fai qualcosa per sottrarti agli incubi o li subisci entrando in un vortice che solo il giorno dissolverà.
Così ho pensato bene intanto di uscire in giardino per consentire agli altri di addormentarsi al netto delle mie esplosioni gutturali notturne.
Una volta che la camerata fosse piombata nel silenzio scandito dai respiri più o meno regolari di ciascuno, dal lento russare di uno e dell’altro, dagli improvvisi o quieti spostamenti alla ricerca di una più comoda posizione in un letto nemico, comunque sconosciuto, avrei scalato la cima del castello su cui era abbarbicato il mio letto e piano piano mi sarei disteso anch’io, avrei chiuso gli occhi, mi sarei fatto cullare dalla navigazione collettiva e mi sarei addormentato tranquillo. Una volta che tutti avessero preso sonno, il mio respiro affannoso, il mio russare, il ritorno da eventuali apnee non avrebbe disturbato nessuno ed io sarei stato in pace con me stesso. E magari avrei passato in rassegna il tempo antico vissuto da un bambino che viveva inconsapevole della sua esistenza e immerso in quella degli altri che magari subivano lo stesso destino.
Sono rimasto seduto nel cortile interno dell’hotel-Hostel La Quintana di Grado accanto ad un tavolino guardando il cielo striato di nubi e scandito ad intermittenza da stelle finché il silenzio e la notte non hanno preso il sopravvento.
Il mondo si era fermato.
I viandanti-pellegrini che affollavano la struttura avevano raggiunto i loro giacigli e si erano predisposti all’attesa ritemprando forze e pensieri per il giorno dopo.
Si era fatta l’una e mezza quando decisi di tornare nella camerata. L’aria era diventata piuttosto fredda e aveva cessato di essere piacevole. Dormivano tutti, compagni ed estranei. Mi sono arrampicato sui pioli della scala metallica che conducevano al letto assegnatomi dopo aver steso alla meglio il sacco lenzuolo ed essermi avvolto in esso onde evitare il contatto con il materasso estraneo.
Lo spazio ridotto ed il buio che pur non essendo pesto rendeva tutto più farraginoso, mi costringevano a più di qualche esercizio da contorsionista compromettendo il mio sonno. Mi sono disteso alla fine. Ho chiuso gli occhi ed ho sperato di addormentarmi. Inutilmente. Vi era intorno a me un mondo che pulsava e animava la notte. Respiri e movimenti, lenti russare ed esplosioni intermittenti si combinavano in una sorta di concerto ubbidendo ai comandi di un invisibile direttore d’orchestra che dirigeva con sapienza il caos intorno a me. Alle quattro di mattina riposi il mio iPhone su cui avevo trasferito notazioni, emozioni e cronache del giorno appena passato e mi dissi che era tempo di dormire, finalmente.
Ridiscesi le scale del mio castello tuttavia con l’idea di recarmi nei bagni e tentare con la complicità della solitudine di evacuare le mie viscere e così ritrovarmi in vantaggio al momento del risveglio collettivo.
Senza esito tuttavia. La peristalsi era lenta se non addirittura del tutto assente e mi rassegnai… intanto il cielo era diventato terso. Le nuvole erano sparite. E quello eta diventato nero e trasparente. Bellissimo ed affascinate. Orione dominava, sontuoso e gigantesco ad occidente. Sirio lo seguiva da presso e Vega dominava allo zenit. I due carri stazionavano al loro posto, sopra di me. Era amico quel cielo ed a me familiare. Mi fermai a contemplarlo. Mi confortava. Era come se avessi ritrovato un amico fidato che sapevo mi avrebbe mostrato, a tempo debito, la strada di casa.
Tornai infine al mio castello e mi predisposi al mattino ormai imminente.
La notte era passata senza che il sonno avesse confortato i miei occhi, la mia mente, il mio corpo.
Ci attendeva una giornata faticosa. Avremmo dovuto attraversare la prima barriera della cordigliera. Non si trattava di altezze improbe ma i rilievi seppur di modesta altitudine ci avrebbero costretti ad un percorso assai nervoso con dislivelli concentrati su un paio di picchi che ci avrebbero portati dai 150 metri ai cinque/seicento attraverso strade, tratturi e sentieri dalla forte pendenza e che promettevano di sollecitare al massimo corpo e spirito. Il percorso di circa 25 chilometri non era dal canto suo breve.
Al termine della giornata ero distrutto.
Pesava non tanto la fatica quanto la stanchezza che mi aveva costretto a pagare dazio. Un dazio esoso.
A Salas, destinazione finale della tappa odierna siamo giunti che erano le quattro. In camera eravamo saliti che si erano fatte le cinque passate… riuscì a fare una doccia nell’unico bagno a disposizione per tutto il piano e mi accasciai sul letto. Alle sette e trenta Tommaso mi svegliò con molta delicatezza. Da lì a poco vi sarebbe stata la cena e bisognava scendere. Ci impiegai un po’ per tornare alla realtà. Ma alla fine ci riuscì.
La giornata era stata bella. Il percorso attraversava un territorio che mi affascinava con la vita che vi pulsava tra villaggi, casolari, abitazioni disseminate dappertutto come altrettante greggi al pascolo, campagne, distese di grano turco, piantagioni di mele, alberi di fichi, orti e campi coltivati, e boschi, tanti boschi pieni di roverelle, castagni, eucalipti, robinie e vegetazione acquatica lungo il fiume ed i ruscelli che tutti li attraversavano.
Piccole Chiese di campagna ed umili cimiteri continuavano a scandire quel territorio come grani di un rosario.
Avevamo incontrato un santuario con annesso monastero di grande impatto. L’architettura romanica con la parte absidale assai pregevole era monumentale a dimostrazione di una storia ricca di cultura che contrappuntava una realtà che teneva insieme potenza e umiltà, città e contado in una sintesi di grande significato.
Lungo il percorso l’incontro con pellegrini e viandanti giunti da ogni dove metteva allegria. Una coppia di canadesi, e poi una coppia di argentini di origine italiana, dei tedeschi e delle signore inglesi, francesi e spagnoli si sono affiancati a noi condividendo empatia e percorso e scambiando ogni tipo di emozioni. É ancora straordinario il carico di sacralità che si respira lungo il cammino. Che sia una sacralità di ispirazione divina o di derivazione umana ha poca importanza. Ciascuno vive la sua spiritualità in funzione della propria sensibilità ma sempre in comunione con gli altri. É questo il vero miracolo del cammino. E per quanto mi riguarda anche il più intrigante.
Puoi seguire i tuoi pensieri e far pace con le tue pulsioni, guardare negli occhi chi ti sta accanto e trovarvi la pace che cercavi in te e scoprire l‘umanità che forse ovunque e di sicuro in più di qualche parte si sta perdendo.
E puoi cullare i tuoi sogni ed inseguire senza necessariamente volerlo trovare qualche sentimento antico che magari somiglia al desiderio di amore da dare e ricevere. Man mano che cammini la tua solitudine diventa preziosa al pari di quella altrui e piena di presenze discrete, piene di rispetto e di calore che ti commuove.
If you’re going to San Francisco
Be sure to wear some flowers in your hair
If you’re going to San Francisco
You’re gonna meet some gentle people there
Una ragazza con un grande zaino sulle palle, il volto luminoso come il sole, i capelli pronti ad essere intessuti di fiori ha attraversato il mio cammino ed il mio sguardo. Un sorriso -reciproco appena accennato ha sancito un incontro che esaltava l’anima senza nulla pretendere.
Alla fonte di Santiago, a qualche chilometro da Salas ci siamo ritrovati con i piedi fumanti immersi nell’acqua ghiacciata che si raccoglieva nella grande vasca.
Veniva da San Francisco…
Antonio Corvino
(5-continua)”

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