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Da Capo del Dipartimento per l’ immigrazione fino alle dimissioni nella bufera giudiziaria

“Quando un uomo ti dice che è diventato ricco grazie al duro lavoro, chiedigli “di chi?” (Don Marquis).

di Carla Ceretelli | 12 Dicembre 2021

Nella misura in cui esprimo contrarietà all’ immigrazione senza sosta, detta selvaggia,  e senza alcuna previsione di inserimento sociale e di integrazione reale, rimango  estremamente colpita dal nuovo schiavismo che si perpetra sotto i nostri occhi. E non solo nei confronti di chi viene da fuori ma anche di chi da sempre sta dentro. Basta citare lo sfruttamento dei rider e degli operatori di Amazon.

Ma quando si viene a sapere che addirittura il familiare di un altissimo  funzionario dello stato potrebbe esserne coinvolto non si può che sussultare, per usare un eufemismo.

Da sempre penso e ne sono convinta, da cittadina comune ma abbastanza  informata dei fatti,  che una forma di colonialismo senza alcuno sfruttamento sarebbe più opportuna di un ingresso  piu o meno clandestino finalizzato ad un bieco sfruttamento. Da parte di chicchessia.

Se l’occidente possiede  tecnica  competenze e  cultura , mentre i paesi  meno evoluti ,  sono e rimangono poveri per non essere in grado di  sfruttare le potenziali ricchezze,  potrebbe , a mio avviso,  portare le proprie competenze non a spizzichi e bocconi come sta accadendo, ma in modo organizzato.  Secondo la formula del “aiutiamoli a casa loro” tanto abusata e ormai obsoleta. E mai messa in atto.

Infatti  nessuno lo ha ancora fatto con perizia e competenza.  Certo non è facile. Ma  quello  a cui assistiamo ormai da decenni senza che nessuno muova un dito, è  inaudito.

Ora scoppia la bomba dello sfruttamento, eventuale,  da parte di alti lignaggi e allora si ricomincia a parlarne. Accusando di nefandezze persone che hanno sempre e comunque   assistito, se non attivamente, che è tutto da provare, sicuramente in modo indiretto, girandosi dall’altra parte e chiudendo gli occhi. Ora sono costrette a spalancarli, gli occhietti.

Ma assurdo nonché … surreale.

La moglie di Michele Di Bari, capo del Dipartimento per le libertà civili e immigrazione del Viminale,  già prefetto di Reggio Calabria e Vibo Valentia, è tra le 16 persone indagate nell’inchiesta per caporalato dei carabinieri e della procura di Foggia che ha portato all’arresto di cinque persone. Due in carcere.  Un senegalese e un gambiano, mentre altre tre  sono agli arresti domiciliari. Per  le restanti 11  è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, l’accusa. L’ indagine riguarda fatti accaduti tra luglio e ottobre del 2020. Richiesto il  controllo giudiziario di dieci aziende agricole di cui una afferente  alla moglie  dell’ex prefetto a cui  è stato disposto l’obbligo di firma. Lui, come  non poteva non essere,  si è dimesso da capo del Dipartimento per le libertà civili e immigrazione del Viminale. A suo tempo era arrivato alla ribalta  per diverso tempo  durante il suo ruolo prefettizio di   Reggio Calabria,  proprio per la gestione dei migranti della piana di Gioia Tauro e per l’abbattimento della famigerata baraccopoli di San Ferdinando nel marzo del 2019.

Probabilmente  era stato promosso a capo del Dipartimento per le libertà civili e immigrazione del Viminale, nomina deliberata dal CdM il 30 aprile 2019,  anche grazie al suo passato nella gestione dei migranti.

So di ripetermi, ma lo faccio lo stesso. Vicenda assurda e surreale. Ossimorica.

“La scommessa dello Stato è estirpare le sacche di illegalità come lo sfruttamento della manodopera. Una sfida avviata da tempo e portata avanti in modo sinergico per concretizzare soluzioni e azioni di prevenzione incisive, soprattutto in contesti caratterizzati da endemici fenomeni di illegalità”.  Frase pronunciata dal Di Bari nel novembre 2016,  all’epoca prefetto di Reggio . A causa della   situazione esistente, come attualmente e almeno in parte,    “nella piana di Gioia Tauro e, nello specifico nella tendopoli di San Ferdinando”.

Questa dichiarazione è, ovviamente,   ancora sul sito del Ministero dell’Interno che ha chiamato Di Bari al Dipartimento per l’Immigrazione, dopo l’esperienza di Reggio.

Ha lasciato dunque , con le dimissioni,  l’attuale ruolo in seguito all’indagine in corso,   che vede coinvolta  la moglie, Rosalba Bisceglia, sullo sfruttamento di numerosi braccianti africani che in Puglia dormivano nella baraccopoli di Borgo Mezzanone, nel Foggiano.

Ma da decenni, ormai.

Per la terza volta, ripeto, vicissitudine assurda e surreale, che, se verificata e  la signora venisse rinviata a giudizio e alla fine dichiarata colpevole, chissà quando con i tempi della giustizia, sarebbe davvero vicenda giudiziaria gravissima.

Carla Ceretelli

Pubblicato in : EditorialeTag: bari, calabria, dimissioni, immigrazione, integrazione, lavoro, persone, polizia, puglia, reggio calabria, senegalese

Info Carla Ceretelli

Nata a Sesto fiorentino, risiede da sempre a Firenze, attualmente nella Piazza di Santa Croce. Laureata in in Pedagogia qualche decennio fa, non ha mai amato l’insegnamento e ha scelto di affiancare il marito farmacista nella conduzione della Farmacia Logge del grano, nella Via de’ Neri, per oltre 25 anni. Impegnata in politica attiva sul territorio è stata Consigliere del Quartiere Uno Centro Storico dal 99 al 2009. Da qualche anno si è affrancata dal lavoro e si dedica a varie occupazioni nel sociale, nel volontariato e canta nel coro “Accademia del Diletto” di Giorgiana Corsini. Ha sempre amato scrivere e avrebbe voluto fare la giornalista ma da giovane non ne ha avuto l’opportunità e forse neppure il coraggio. Ma ha sempre scribacchiato in modo non professionale. E, per la serie non è mai troppo tardi, collabora ora molto volentieri con Pensalibero.

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