Nella misura in cui esprimo contrarietà all’ immigrazione senza sosta, detta selvaggia, e senza alcuna previsione di inserimento sociale e di integrazione reale, rimango estremamente colpita dal nuovo schiavismo che si perpetra sotto i nostri occhi. E non solo nei confronti di chi viene da fuori ma anche di chi da sempre sta dentro. Basta citare lo sfruttamento dei rider e degli operatori di Amazon.
Ma quando si viene a sapere che addirittura il familiare di un altissimo funzionario dello stato potrebbe esserne coinvolto non si può che sussultare, per usare un eufemismo.
Da sempre penso e ne sono convinta, da cittadina comune ma abbastanza informata dei fatti, che una forma di colonialismo senza alcuno sfruttamento sarebbe più opportuna di un ingresso piu o meno clandestino finalizzato ad un bieco sfruttamento. Da parte di chicchessia.
Se l’occidente possiede tecnica competenze e cultura , mentre i paesi meno evoluti , sono e rimangono poveri per non essere in grado di sfruttare le potenziali ricchezze, potrebbe , a mio avviso, portare le proprie competenze non a spizzichi e bocconi come sta accadendo, ma in modo organizzato. Secondo la formula del “aiutiamoli a casa loro” tanto abusata e ormai obsoleta. E mai messa in atto.
Infatti nessuno lo ha ancora fatto con perizia e competenza. Certo non è facile. Ma quello a cui assistiamo ormai da decenni senza che nessuno muova un dito, è inaudito.
Ora scoppia la bomba dello sfruttamento, eventuale, da parte di alti lignaggi e allora si ricomincia a parlarne. Accusando di nefandezze persone che hanno sempre e comunque assistito, se non attivamente, che è tutto da provare, sicuramente in modo indiretto, girandosi dall’altra parte e chiudendo gli occhi. Ora sono costrette a spalancarli, gli occhietti.
Ma assurdo nonché … surreale.
La moglie di Michele Di Bari, capo del Dipartimento per le libertà civili e immigrazione del Viminale, già prefetto di Reggio Calabria e Vibo Valentia, è tra le 16 persone indagate nell’inchiesta per caporalato dei carabinieri e della procura di Foggia che ha portato all’arresto di cinque persone. Due in carcere. Un senegalese e un gambiano, mentre altre tre sono agli arresti domiciliari. Per le restanti 11 è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, l’accusa. L’ indagine riguarda fatti accaduti tra luglio e ottobre del 2020. Richiesto il controllo giudiziario di dieci aziende agricole di cui una afferente alla moglie dell’ex prefetto a cui è stato disposto l’obbligo di firma. Lui, come non poteva non essere, si è dimesso da capo del Dipartimento per le libertà civili e immigrazione del Viminale. A suo tempo era arrivato alla ribalta per diverso tempo durante il suo ruolo prefettizio di Reggio Calabria, proprio per la gestione dei migranti della piana di Gioia Tauro e per l’abbattimento della famigerata baraccopoli di San Ferdinando nel marzo del 2019.
Probabilmente era stato promosso a capo del Dipartimento per le libertà civili e immigrazione del Viminale, nomina deliberata dal CdM il 30 aprile 2019, anche grazie al suo passato nella gestione dei migranti.
So di ripetermi, ma lo faccio lo stesso. Vicenda assurda e surreale. Ossimorica.
“La scommessa dello Stato è estirpare le sacche di illegalità come lo sfruttamento della manodopera. Una sfida avviata da tempo e portata avanti in modo sinergico per concretizzare soluzioni e azioni di prevenzione incisive, soprattutto in contesti caratterizzati da endemici fenomeni di illegalità”. Frase pronunciata dal Di Bari nel novembre 2016, all’epoca prefetto di Reggio . A causa della situazione esistente, come attualmente e almeno in parte, “nella piana di Gioia Tauro e, nello specifico nella tendopoli di San Ferdinando”.
Questa dichiarazione è, ovviamente, ancora sul sito del Ministero dell’Interno che ha chiamato Di Bari al Dipartimento per l’Immigrazione, dopo l’esperienza di Reggio.
Ha lasciato dunque , con le dimissioni, l’attuale ruolo in seguito all’indagine in corso, che vede coinvolta la moglie, Rosalba Bisceglia, sullo sfruttamento di numerosi braccianti africani che in Puglia dormivano nella baraccopoli di Borgo Mezzanone, nel Foggiano.
Ma da decenni, ormai.
Per la terza volta, ripeto, vicissitudine assurda e surreale, che, se verificata e la signora venisse rinviata a giudizio e alla fine dichiarata colpevole, chissà quando con i tempi della giustizia, sarebbe davvero vicenda giudiziaria gravissima.
Carla Ceretelli

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