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Da Beirut a Hormuz: una tregua tira l’altra?

La tregua di dieci giorni in Libano annunciata da Donald Trump, ed entrata formalmente in vigore alla mezzanotte di ieri, segna una pausa nelle ostilità e apre spiragli anche sul fronte iraniano. Poche ore fa, infatti, Teheran ha annunciato la riapertura dello Stretto di Hormuz “a tutte le navi commerciali” e “per tutto il periodo residuo del cessate il fuoco”. Il presidente americano, pur ringraziando la parte iraniana in un post su Truth, ha puntualizzato che il contro-blocco navale statunitense contro l’Iran resterà “in pieno vigore” finché non sarà raggiunto un accordo di pace definitivo.

di Alessia De Luca | 18 Aprile 2026

La tregua di dieci giorni in Libano annunciata da Donald Trump, ed entrata formalmente in vigore alla mezzanotte di ieri, segna una pausa nelle ostilità e apre spiragli anche sul fronte iraniano. Poche ore fa, infatti, Teheran ha annunciato la riapertura dello Stretto di Hormuz “a tutte le navi commerciali” e “per tutto il periodo residuo del cessate il fuoco”. Il presidente americano, pur ringraziando la parte iraniana in un post su Truth, ha puntualizzato che il contro-blocco navale statunitense contro l’Iran resterà “in pieno vigore” finché non sarà raggiunto un accordo di pace definitivo. Com’era prevedibile, fino a pochi minuti prima dell’entrata in vigore della sospensione delle ostilità sul fronte israelo-libanese, Hezbollah – che non è stato coinvolto nelle trattative – ha continuato a lanciare razzi contro Israele, mentre l’esercito israeliano ha bombardato con violenza il sud del Libano e la valle della Beqa’a. Poche ore prima, i raid delle Forze di difesa israeliane (Idf) avevano colpito per l’ennesima volta il ponte a Qasmiyeh, che collega Tiro al resto del Libano, isolando definitivamente tutta la zona al di sotto del Litani dal resto del paese e riaccendendo i timori di molti libanesi che ciò possa portare a un’occupazione prolungata. Nonostante gli avvertimenti delle autorità libanesi e di Hezbollah, che avevano invitato gli abitanti del sud ad aspettare prima di fare ritorno alle loro case, questa mattina enormi code di traffico si sono formate sulla strada che da Beirut porta verso le città e i villaggi del sud. Il cessate il fuoco interrompe 46 giorni di guerra che hanno causato oltre 2mila morti in Libano, molti dei quali civili, e 15 sul fronte israeliano (13 soldati e due civili). 

Cosa prevede l’intesa?

Se è vero che l’intesa dovrebbe portare a negoziati diretti tra i due Paesi per la prima volta dal 1991, sono in pochi a condividere l’ottimismo di Trump, il quale ha annunciato che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun si recheranno alla Casa Bianca per un incontro congiunto con lui nei prossimi quattro o cinque giorni. Nel complesso, infatti, l’intesa non sembra offrire alcuna soluzione alle rivendicazioni di Beirut e Tel Aviv: alla prima non garantisce il ritiro dell’esercito israeliano e alla seconda non promette il disarmo di Hezbollah. Secondo i dettagli forniti dal Dipartimento di Stato americano, inoltre, Israele conserva il suo “diritto di adottare tutte le misure necessarie per autodifesa, in qualsiasi momento, contro attacchi pianificati, imminenti o in corso”. Inoltre, l’accordo prevede che Tel Aviv continui a occupare una zona cuscinetto in territorio libanese per un periodo indefinito. Il premier israeliano lo ha affermato chiaramente, specificando che le truppe israeliane rimarranno stazionate a 10 km di profondità nel Libano meridionale. “Siamo lì e non ce ne andremo”, ha dichiarato, descrivendo l’area occupata come una “zona di sicurezza” in linea con la strategia utilizzata in Siria e a Gaza, dove una linea gialla militarizzata sancisce di fatto una buffer zone sotto il controllo israeliano.

Hezbollah accetterà di seguire?

Di fronte a quella che si prospetta come una situazione di sostanziale sfavore, la questione è se Hezbollah farà una scelta strategica, ovvero attenersi al cessate il fuoco e non rispondere a potenziali violazioni da parte israeliana. In una dichiarazione rilasciata giovedì sera, il Partito di Dio ha chiesto un ritorno alla situazione precedente allo scoppio della guerra il 2 marzo, ovvero il ritiro dell’esercito israeliano dalla zona cuscinetto. “La continua occupazione israeliana del territorio libanese dà al Libano e al suo popolo il diritto di resistere”, ha avvertito. Secondo il quotidiano francese Le Monde questa evoluzione rappresenta al contrario “una piccola vittoria per il presidente libanese Aoun, che è finalmente riuscito ad attirare l’attenzione del presidente americano”, con il quale ha avuto la sua prima conversazione telefonica giovedì. Fino ad ora, Trump aveva più o meno ignorato la questione libanese, che aveva definito “una scaramuccia locale” lasciando Israele libero di agire. Il presidente americano ha invitato alla Casa Bianca anche il primo ministro israeliano Netanyahu. 

Netanyahu alle strette?

Se a Hezbollah la tregua è stata imposta, anche Netanyahu sembra essere stato colto alla sprovvista. Il premier avrebbe convocato una riunione del gabinetto di sicurezza con soli cinque minuti di preavviso, poco prima dell’annuncio del cessate il fuoco, sul quale ai ministri non è stata concessa la possibilità di votare. E anche i cittadini israeliani sono venuti a conoscenza del cessate il fuoco tramite la dichiarazione di Trump. “Di fatto, l’affermazione secondo cui la politica estera israeliana sarebbe stata dirottata dal presidente americano ha un fondamento di verità. – scrive oggi Amos Harel su Ha’aretz –  Proprio come Trump ha imposto la conclusione della precedente guerra di 12 giorni contro l’Iran a giugno, ora ha imposto i cessate il fuoco temporanei in Iran e in Libano”. In entrambi i casi, la volontà della Casa Bianca si sarebbe scontrata con quella di Netanyahu, orientato a continuare a combattere su entrambi i fronti. Il premier farà non poca fatica a convincere l’opinione pubblica israeliana che gli obiettivi del conflitto siano stati raggiunti, dato che Hezbollah non è stato disarmato e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane, seppur decimato, è ancora intatto. Una ripresa delle ostilità, però, non dipende solo da lui ma da ciò che dirà Washington e da cosa stabilirà un possibile accordo tra Iran e Stati Uniti. Se la riapertura di Hormuz annunciata oggi fosse un segnale di distensione da parte di Teheran, è possibile che Washington imponga la sua volontà e che al premier israeliano non resti altra scelta se non quella di accettarla.

Il commento

Di Valeria Talbot, Head ISPI MENA Centre

“Pur ponendo fine a settimane di violenze con migliaia di vittime e oltre un milione di sfollati interni, il cessate il fuoco tra Israele e Libano appare fin dall’inizio estremamente fragile. I nodi centrali – il ritiro israeliano dal sud del Libano e il disarmo di Hezbollah – rimangono di difficile soluzione e richiedono un impegno delle parti a portare avanti un processo negoziale lungo e complesso. Le prime violazioni registrate subito dopo l’entrata in vigore confermano la precarietà della tregua, mostrando come le premesse per avviare una stabilizzazione duratura siano ancora lontane”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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