Se ancora avessimo avuto bisogno di una conferma sulla totale incapacità di condurre un confronto ragionato, aperto e dialogante che ha ormai appestato questo nostro sciagurato paese, l’abbiamo puntualmente avuta dal referendum di Mirafiori che è stato vissuto, prima durante e dopo il suo svolgimento, come una sorta di scontro tribale nel quale ogni parte in causa è riuscita a dare il peggio di sé, con tutto il contorno avvilente di cori da stadio e di scontri sugli spalti – insomma, un tranquillo derby tutti contro tutti, come da migliore e purtroppo ormai consolidata italica tradizione.
Lasciando fuori gli operai, che andando a votare in massa hanno espresso la loro opinione e che per questo vanno rispettati, l’intera vicenda Mirafiori ha coinvolto e messo di conseguenza a nudo quelle che dovrebbero essere le risorse migliori di questo paese e che invece una volta di più hanno evidenziato limiti comportamentali e gestionali che appaiono davvero insormontabili e che di nuovo ci costringono ad interrogarci con autentica angoscia sul futuro che ci attende, dato che non si intravede una sola concreta possibilità di revocare le irresponsabili deleghe in bianco che sono state date a coloro che dovrebbero governarci secondo la logica del bene comune ed invece si trastullano in giochetti incoscienti.
Piaccia o no il personaggio, è indubbio che Marchionne ha posto sul tappeto una questione che andava ben oltre il futuro dello stabilimento di Mirafiori e che avrebbe richiesto di essere affrontata e discussa da gran tempo, poiché nessuno di noi può chiamarsi fuori dalla sfide poste dalla globalizzazione o, peggio, ritenere di esserne immune grazie allo scudo di bizantinismi politici, sindacali e sociali arcaici che, per aver ragione d’essere, dovrebbero comportare come logica conseguenza l’adozione di rigidissime norme isolazioniste e protezionistiche, quelle sì remote eredità ottocentesche, con buona pace della Camusso che invece vede il passato laddove dovrebbe giocoforza collocare il futuro. La bandiera dei diritti agitata come il drappo rosso davanti al toro della contestazione a prescindere, non può più essere issata oggi da nessuno che non sia profondamente consapevole che tale vessillo non vive di vita propria ma sventola secondo il vento della contemporaneità – e con ciò si intenda che i diritti acquisiti non sono sindacabili, ma semmai giustamente rivedibili secondo le condizioni storiche, economiche e sociali che si determinano. Eppure, in questa vicenda che oggi vede già l’ennesimo scontato scontro post-voto, perché tutti hanno vinto e dunque tutto viene rimesso in discussione, nessuno ha fatto la propria onesta parte per scongiurare l’alzarsi di un polverone ideologico che, come sempre, impedisce di cogliere il vero nocciolo del problema. Non ha fatto la propria parte la politica, cialtronescamente intenta al solito cerchiobottismo in attesa di schierarsi dalla parte del vincitore, vero o presunto, e non l’ha fatta perchè schierarsi pro o contro Marchionne non aveva senso, mentre ne avrebbe avuto molto chiedersi quali gravissimi ritardi in merito a pressione fiscale, oneri burocratici sempre crescenti, cause di lavoro ferme alla notte dei tempi – tanto per citarne alcuni – frenano sempre più pesantemente la competitività delle nostre aziende, favoriscono la delocalizzazione, impediscono l’affluenza di investimenti stranieri nel nostro paese. Queste sono le problematiche irrisolte a carico esclusivo di una intera classe politica fallimentare, assente, obsoleta, che straparla di riforme e non è in grado di farle, rimandando sine die assunzioni di responsabilità con conseguenti azioni di ammodernamento della macchina statale ad ogni livello, e dunque conservando lacci che gravano interamente sul mondo produttivo italiano e gli rendono sempre più difficile affrontare le sfide del mercato internazionale. Non ha fatto la propria parte neanche quella parte sindacale che ha promosso le ragioni del No parlando di ricatto sulla pelle dei lavoratori, e sarebbe troppo facile chiedere qui conto a Camusso e Landini di come avrebbero brillantemente risolto il problema del riassorbimento di cinquemila posti di lavoro se avessero vinto il referendum e dunque Mirafiori avesse chiuso, perché in realtà quello che ci preme sottolineare è che il diritto alla rappresentanza sindacale ha, a nostro avviso, come conditio sine qua non una precisa e chiara assunzione di responsabilità da parte del sindacato nei confronti di chi vuol rappresentare, ovvero dei lavoratori, che si traduce prima di tutto nella disponibilità ad un confronto aperto su problemi reali, e non in uno scontro ideologico che non produce altro risultato che l’ennesimo protrarsi di ritardi e rinvii che aggravano i problemi invece di risolverli. Non ha fatto la propria parte neanche l’informazione, che in molti, troppi casi, ha fomentato il clima da stadio e lo scontro fra opposte tifoserie invece di svolgere quello che sarebbe il proprio ruolo fondamentale, ovvero una chiara e razionale analisi dei problemi che sia di aiuto ai cittadini ad orientarsi nello svolgersi di eventi – tutt’oggi crediamo ancora oscuro per molti – che non ci sono estranei ma che finiscono con il ricadere sulla vita di tutti noi.
E di tante buone ragioni che potremmo citare per dolerci di questa somma di mancanze irresponsabili, ne scegliamo una, quella che ci ha colpito come un pugno allo stomaco: all’indomani del referendum, quando il risultato era ormai definitivo, abbiamo visto circolare in Rete le foto di due sindaci che si sono schierati per il Sì – Chiamparino e Renzi – con la scritta “Collaborazionisti”. La sottoscritta è nata negli anni Sessanta e mai avrebbe creduto che le toccasse di vedere il riemergere di una simile parola, legata a tragiche vicende storiche precedenti alla sua nascita, oggi, nel Terzo Millennio, come commento di una vicenda che è stata affrontata nella maniera sbagliata e che rischia, in virtù di questi inquietanti segnali, di segnare l’avio di una stagione che potrebbe riprecipitarci indietro, nel buio di anni terribili che non vorremo mai più dover rivivere. Chi ha ancora una coscienza, si interroghi su questo, ed agisca prima che sia troppo tardi.
Chiara Boriosi

Leggo su Libero del 19 febbraio 2010 che
“nel 2009 il compenso ricevuto dall’amministratore delegato della Fiat, Marchionne, è stato di 4,78 milioni di euro, di cui 1,35 milioni a titolo di bonus. Il presidente Montezemolo ha percepito, anche in forza della carica di presidente della Ferrari, 5,17 milioni di euro”. Ogni ulteriore commento è da ritenersi superfluo.
I “manifesti ” non fanno altro che manifestare il livello di civiltà e di consapevolezza sociale di chi li ostenta . O li diffonde e condivide . Niente da aggiungere ,per quanto mi riguarda , alle considerazioni suesposte.
I “manifesti” sono stati messi in Rete dal FUP – Fronte Unità proletaria – io li ho visto sabato scorso e mi sono posta la stessa domanda.