La cura da cavallo per l’Italia proposta sulle pagine de Il Sole 24 Ore dagli economisti Luigi Zingales e Roberto Perotti è qualcosa di simile a quello che avremmo voluto aspettarci dal Governo in carica, che se non ricordiamo male è di Centro-Destra; il quale invece ha partorito una manovra pesante, si, ma non risolutiva, la consueta soluzione di mezzo che non fa ciò che è necessario al Paese. Attenzione: fare il bene del Paese non significa, soprattutto in questo momento, raccoglierne il consenso. Al contrario, il medico impietoso guadagnerebbe l’ostilità di milioni di cittadini e di numerose corporazioni e categorie, ma avrebbe il pregio di raddrizzare da subito le sorti della nave e di dare un segnale forte e definitivo ai mercati, dove soltanto una pubblicistica mistificante e spudorata colloca operatori malvagi e ostili all’Italia. La responsabilità delle speculazioni non è degli speculatori – i quali fanno nient’altro che il loro mestiere -, è della politica e delle istituzioni italiane che invece lo disattendono.
Il medico impietoso otterrebbe d’altronde un consenso postumo – dalle generazioni future – e la politica non è interessata a queste tempistiche.L’aggettivo ‘radicale’ è la chiave di lettura della proposta di Perotti e Zingales e mi piace proprio per questo, perché non fa sconti e non guarda in faccia a nessuno, né dice “domani” bensì “ora, subito”! Nella loro agenda troviamo, oltre al resto, privatizzazioni dei nostri ‘campioni’ (sic) nazionali (tra cui Enel, Poste, Ferrovie, Finmeccanica, ecc.) per almeno 140 miliardi e delle aziende municipalizzate per altri 30 miliardi, con riduzione di clientele, inefficienze e corruzione; esproprio delle proprietà delle fondazioni bancarie (per 50 miliardi), abbattimento dei costi della politica (con abolizione delle province, enti intermedi, auto blu e quant’altro, il tutto per circa 8 miliardi), tagli alle agevolazioni e sussidi alle imprese (per circa 5 miliardi), blocco ed eliminazione dei progetti di lavori pubblici inutili (3 miliardi), tagli sulle pensioni inique e provvedimenti sull’età pensionabile (6 miliardi). Si può discutere delle singole proposte; quel che è certamente giusto è lo spirito.
Desidero aggiungere che la ‘cura’ è redatta da economisti e che la politica dovrebbe solamente (si fa per dire) aggiungere una motivazione alta, nobile, comunque ‘forte’, tale da dare un senso, da rendere accettabile, da iscrivere in una cornice chiara e perfino accattivante la fine definitiva della allegra giostra e della sua irresponsabile gestione, con il carico di sacrifici che pure porterebbe con se: rifondare le basi della civile convivenza, dare vita ad un inedito rapporto Stato-cittadino mettendo finalmente al centro il singolo e i suoi diritti e spazi di libertà, ri-accendere il protagonismo degli individui, sradicare le reti di protezione del malaffare e del clientelismo, aprire spazi ai talenti giovani e meno giovani, abituare le persone a non aspettare risposte dall’alto ma a costruirle da sole, riattivare il circolo virtuoso libertà-responsabilità, restituire voglia di investire nel futuro, fiducia nelle proprie risorse e capacità, in poche parole restituire dignità e orgoglio a questo Paese.
Dunque, penso ad una politica capace di interpellare e motivare le energie migliori di ciascuno; qualcosa di simile all’operazione che ha compiuto Ronald Reagan negli anni Ottanta, in un Paese umiliato e depresso, innanzitutto, moralmente.
Alla classe politica italiana mancano oggi tutte le qualità di fondo: la credibilità, fatta anzitutto di comportamenti specchiati (anche nella vita privata), di morigeratezza, onestà e limpidità; lo spirito di servizio non alla fazione (se non addirittura a se stessi) ma al Paese intero; la lungimiranza, che è capacità di progetti di lunga gittata, che fondano le basi di uno sviluppo e di un benessere duraturi.
Se la politica insiste a frugare le tasche dei cittadini senza dare la contropartita di quel preciso cambiamento, un qualunque cambiamento presto o tardi si abbatterà – come già è successo – sulla politica (e sul Paese), ma con esiti forse non gestibili e non necessariamente augurabili. Finché si è in tempo, chi ha orecchie per intendere, voglia intendere.
Paolo Marini

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