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Cuba, il cappio e la polvere: il malore di Di Battista dentro un Paese strangolato da sessant’anni

Alessandro Di Battista arriva a Cuba per raccontare ciò che accade quando un Paese viene lasciato a consumarsi dentro un blocco economico che dura da più di sessant’anni. Cammina, filma, ascolta chi vive tra buio, sete e ospedali spenti. Poi il malore, il ricovero, il trasferimento all’Hermanos Ameijeiras dell’Avana, la Farnesina che prepara un aereo sanitario, i medici che valutano se può volare.

di Angioletta Massimino | 31 Agosto 2026

Alessandro Di Battista arriva a Cuba per raccontare ciò che accade quando un Paese viene lasciato a consumarsi dentro un blocco economico che dura da più di sessant’anni. Cammina, filma, ascolta chi vive tra buio, sete e ospedali spenti. Poi il malore, il ricovero, il trasferimento all’Hermanos Ameijeiras dell’Avana, la Farnesina che prepara un aereo sanitario, i medici che valutano se può volare. Le notizie ufficiali dicono che è cosciente, vigile, monitorato. Nessuna diagnosi definitiva, si pensa ad un ictus, nessuna conferma di cause esterne. Solo un uomo che si ammala mentre attraversa una crisi che non è un incidente, ma il risultato di una storia che parte molto prima di lui. Per capire perché Cuba oggi è ridotta a blackout interminabili, pompe idriche ferme e farmaci introvabili, bisogna tornare alla Cuba pre‑rivoluzionaria, quando l’Isola era un’estensione economica degli Stati Uniti: zucchero, energia, miniere, banche, turismo, tutto orbitava attorno a capitali americani. La sovranità era una parola, non una realtà. Poi arriva il 1959. Fidel Castro rovescia Batista e ribalta la gerarchia del potere: riforma agraria, espropri delle grandi proprietà, nazionalizzazioni dei settori strategici. Washington non lo vive come una scelta ideologica, ma come un attacco diretto ai propri interessi. Da quel momento la rottura è inevitabile. Gli Stati Uniti rispondono con tagli commerciali, congelamento di beni cubani, poi con il blocco totale del 1962. Nei documenti ufficiali si parla apertamente di provocare scarsità, fame, disperazione, fino a logorare il nuovo governo dall’interno. La Guerra fredda fa il resto: Baia dei Porci, missili sovietici, Cuba che diventa la sfida più vicina e più irritante per Washington. Fidel costruisce un sistema che mescola conquiste sociali e controllo politico: alfabetizzazione di massa, sanità universale, istruzione gratuita, ma anche partito unico, repressione del dissenso, sorveglianza capillare. L’embargo diventa la narrazione permanente, ogni problema interno è colpa del blocco esterno. E allo stesso tempo il blocco esterno usa Fidel come simbolo da punire, per dimostrare che chi sfida l’egemonia americana finisce isolato e povero. Negli anni ’90 il mondo cambia: l’URSS crolla, Cuba perde il suo principale alleato economico. Gli Stati Uniti invece si irrigidiscono: Cuban Democracy Act, Helms‑Burton, sanzioni extraterritoriali contro chiunque commercia con l’Isola. Il blocco diventa una macchina legale che nessun presidente vuole spegnere, soprattutto per il peso elettorale della Florida. Intanto il sistema cubano si chiude ancora di più: burocrazia paralizzante, economia inefficiente, riforme mancate, dipendenza cronica da aiuti esterni. Anche quando arrivano miliardi dal Venezuela, la struttura non si modernizza. Arriviamo al presente. Nel 2026 gli Stati Uniti tagliano le forniture energetiche, chiudendo l’ultimo rubinetto vitale. Le centrali si fermano, le pompe idriche non funzionano, gli ospedali restano al buio. La rete elettrica collassa, l’acqua non arriva, i farmaci mancano, la fame cresce. L’Isola vive tra buio, sete e file interminabili per beni primari. La popolazione è intrappolata tra due pressioni: da un lato un embargo progettato per piegare il sistema politico attraverso la sofferenza civile; dall’altro un governo che ha usato quel blocco come scudo per decenni, senza costruire un’economia capace di reggere. Ed è dentro questa realtà che Di Battista si ammala. Non serve inventare complotti: basta guardare il contesto. Un territorio devastato da carenze strutturali, poi colpito da un embargo che amplifica ogni fragilità, diventa un ambiente dove anche un malore ordinario può trasformarsi in un’emergenza. La sua vicenda non è un mistero: è la prova vivente di cosa significa raccontare un Paese che da sessant’anni vive con il fiato corto. E qui si arriva al nodo più feroce: la sofferenza come arma geopolitica. L’embargo non è una misura difensiva, è una strategia di pressione. L’obiettivo dichiarato nei documenti americani è chiaro: logorare la popolazione fino a indebolire il sistema politico. La fame come leva, la scarsità come strumento, la disperazione come motore di destabilizzazione. Non è un effetto collaterale: è la logica. Ma c’è un secondo nodo, altrettanto duro: la responsabilità condivisa tra Washington e L’Avana. Il blocco esterno strangola, ma il blocco interno soffoca. Il governo cubano ha usato l’embargo come scudo per giustificare ogni fallimento, ha mantenuto un sistema chiuso, ha impedito riforme, ha costruito dipendenze invece di autonomia. Così oggi la crisi è la somma di due mani: quella che stringe il cappio da fuori e quella che ha tenuto il nodo stretto da dentro. La storia di Cuba è la storia di un Paese che ha sfidato un impero, ha costruito conquiste sociali importanti, ha pagato il prezzo di un sistema rigido, e oggi vive la conseguenza di tutto: blackout, sete, fame, ospedali spenti, e un giornalista italiano che si ammala mentre prova a raccontare ciò che il mondo preferisce ignorare. 

Angioletta Massimino

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Angioletta Massimino

Siciliana, socialista e imprenditrice, scrive per passione, fa giornalismo come ricerca della verità e porta avanti l’editoria come attività imprenditoriale.
La sua formazione comprende studi classici, musicali, giuridici, sociologici e giornalistici.
Dal 1987 ha guidato la ‘Massimino Editrice’ e la Tipolitografia ‘Sicilmediterranea’, collaborando con Giuffrè, Giappichelli e Istituzioni accademiche.
La Sicilia è il centro del suo impegno: una terra ricca e capace, spesso relegata in un ghetto culturale e politico. Il suo lavoro nasce dall’esigenza di restituirle spazio e dignità.
Socialista per convinzione, ha fatto parte della Commissione Nazionale di Garanzia e del Consiglio Nazionale del PSI, contribuendo alla redazione di un’interrogazione parlamentare sul MUOS e alla stesura di un disegno di legge sullo stalking giudiziario.
Ha collaborato con diverse testate, tra cui Avanti! Online, I Nuovi Vespri, Il Faro sul Mondo, Il SudEst, PoliticaPrima, AKIS REGALE e La Giustizia.
Vive e lavora in Sicilia.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Ivano

    31 Agosto 2026 alle 12:06

    Analisi socio-politica lucida ed essenziale che, nell’ evidenziare la dura e difficile realtà sociale cubana, con possibile contrapposizione di servizi, esterni e interni, fa insorgere il sospetto che la improvvisa malattia di Di Battista possa essere la conseguenza di un sistema che non gradisce interferenze di sorta.

    Rispondi

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