
Dal teatro dei pupi alla metafora della mafia. Come una delle tradizioni più autentiche della Sicilia è diventata nell’immaginario collettivo il simbolo di chi agisce nell’ombra.
C’è una mano che non vediamo, nascosta dietro il palcoscenico. Tiene dei fili e attraverso quei fili fa muovere un cavaliere, un re, un eroe. A prima vista è soltanto teatro. Ma basta cambiare prospettiva perché quella stessa immagine assuma un significato diverso: qualcuno decide e qualcun altro esegue. È forse qui che nasce l’associazione tra il puparo e la figura del mafioso. Un’associazione potente ma ambigua che rischia di sovrapporre due mondi dalle origini profondamente diverse. Il puparo è prima di tutto un artista. È colui che dà movimento ai pupi e porta in scena storie che per generazioni hanno fatto parte della memoria popolare siciliana. Il suo lavoro richiede tecnica, precisione e conoscenza della tradizione. Dietro quei fili non c’è un criminale ma un narratore. Il teatro dei pupi è una delle espressioni più importanti della cultura dell’isola. Proclamato dall’UNESCO Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità nel 2001, affonda le sue radici nel Settecento e per lungo tempo ha avuto un legame particolare con i ceti popolari. Era un teatro capace di trasformare grandi opere letterarie e vicende storiche in racconti accessibili a tutti. I pupari portavano in scena spesso a puntate le avventure dei paladini e dei cavalieri della tradizione medievale. Sul palcoscenico prendevano vita duelli, battaglie, tradimenti e storie d’amore. Il pubblico incontrava così eroi e antagonisti ma anche valori come il coraggio, la lealtà, l’onore e la giustizia. Il teatro dei pupi non era soltanto uno spettacolo. Era un modo per tramandare una memoria e tenere unite le generazioni. Il repertorio andava anche oltre le imprese dei paladini. C’erano Shakespeare con Romeo e Giulietta e Macbeth insieme alle brevi farse che completavano gli spettacoli. Eppure proprio quei fili che collegano il puparo alla marionetta hanno finito per diventare una metafora.“Muovere i fili” significa dirigere qualcuno senza mostrarsi. Significa influenzarne le decisioni e farlo agire secondo una volontà che non è la sua. È un’immagine che si presta facilmente alla rappresentazione della mafia. Il capo rimane nell’ombra mentre altri eseguono i suoi ordini. Cinema, letteratura e cultura popolare hanno contribuito a rafforzare questa visione. Il mafioso viene spesso rappresentato come un burattinaio che non compare sulla scena ma decide ciò che gli altri devono fare. La marionetta diventa il simbolo di chi obbedisce. Il puparo quello di chi dirige. Ma qui è necessario fermarsi. Confondere il significato originario del puparo con questa metafora sarebbe un errore. La tradizione dei pupari non nasce dalla mafia e non ha nella criminalità organizzata la propria ragione d’essere. È una parte fondamentale della storia culturale siciliana e testimonia la capacità dell’isola di trasformare letteratura, storia e fantasia in una forma di spettacolo popolare. La metafora resta però interessante perché porta alla luce una domanda che va oltre il teatro. Chi muove davvero i fili? Sul palcoscenico sappiamo che dietro il pupo c’è il puparo. Nella vita reale è molto più difficile capire chi condiziona le azioni degli altri. Non sempre ciò che vediamo coincide con ciò che accade davvero. A volte chi sembra protagonista è soltanto colui che sta davanti alla scena. Forse è questo il motivo per cui l’immagine del puparo è rimasta così efficace. Il filo può essere quasi invisibile ma collega sempre chi muove e chi viene mosso. Basta decidere di guardare meglio per accorgersene. Ed è qui che il teatro dei pupi finisce per raccontare qualcosa che riguarda tutti noi. Non soltanto cavalieri, re ed eroi ma anche il nostro bisogno di capire cosa si nasconde dietro ciò che vediamo. Chi prende le decisioni. Chi le esegue. Chi rimane nell’ombra. La differenza però è fondamentale. Il puparo della tradizione non muove i fili per dominare qualcuno. Li muove per raccontare una storia. È questa la definizione che dovrebbe rimanere al centro. Prima della metafora, degli stereotipi e dell’immaginario costruito negli anni c’è un artista. Un custode della memoria siciliana che attraverso legno, fili e voce continua a far vivere personaggi e racconti che rischierebbero altrimenti di scomparire. Forse allora la domanda non è soltanto “chi muove i fili?” ma anche “che cosa ci raccontano quei fili?”La risposta è una storia lunga secoli. Una storia siciliana.
Angelo Santoro

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