
La controra ha questo vizio gentile: nei pomeriggi d’estate, quando l’aria si ferma e il tempo sembra sospeso, ci costringe a pensieri che credevamo banali. E invece restano lì a sedimentare mentre dentro avvertiamo un tramonto che non sappiamo arrestare. Così senza opporre resistenza ci lasciamo scivolare nelle parole. Oggi, su ciò che raccontiamo – e su come lo raccontiamo. Perché noi giornalisti, si sa, siamo prima di tutto testimoni. Riportiamo fatti. A volte li commentiamo, altre scegliamo un campo consapevoli che ogni sguardo è già una posizione. Non siamo neutri per natura: siamo uomini, con idee, convinzioni, limiti. Ma su una cosa si misura ancora la dignità del mestiere – il rispetto per chi resta dall’altra parte anche quando la colpa ci sembra lampante. Eravamo in cento a guardare mentre la lama affondava. Eppure persino allora la realtà rifiuta la semplificazione. Non esiste un bianco assoluto né un nero definitivo: esistono sfumature, e in quelle sfumature si muove la verità. Raccontare significa proprio questo – non solo dire cosa è accaduto, ma intuire cosa accadrà dopo. Oggi tutto corre. Basta un gesto minimo, un sasso lanciato con una fionda dall’altra parte del mondo e l’eco ci raggiunge in un istante. La sfida non è più soltanto informare, ma restituire profondità a ciò che arriva già consumato dalla velocità. La notizia nuda – “è crollato un palazzo” – non basta più. Chiediamo dettagli, pretendiamo storie: vogliamo sapere chi c’era, dove si trovava, se stava vivendo un momento qualsiasi quando il caso lo ha travolto. Il contesto ha preso il posto del fatto e a volte lo divora. E poi ci sono i protagonisti del nostro tempo, figure che sembrano scritte per la cronaca prima ancora che per la storia. Pensiamo a Donald Trump, inesauribile generatore di titoli, deviazioni, contraddizioni. Senza di lui forse molte penne avrebbero dovuto accontentarsi di una realtà più quieta, meno rumorosa. Quanto abbiamo scritto, soprattutto nell’ultimo anno? Una marea di parole spesso inseguendo l’ultima dichiarazione, l’ultima smentita, l’ultima provocazione. Se fosse stato un gentiluomo prevedibile avremmo raccontato meno. E forse peggio. Invece ci siamo trovati davanti a qualcosa di diverso: un linguaggio che si contraddice, una narrazione che si smentisce da sola, una realtà che sembra citare il teatro più che la politica. E così abbiamo scritto – tanto, troppo, incessantemente – oscillando tra cronaca e interpretazione, tra stupore e assuefazione. Grazie, allora, a questa anomalia continua. Non per ciò che rappresenta, ma per ciò che ha rivelato: quanto fragile sia il confine tra informazione e spettacolo, tra racconto e rumore. E quanto oggi più che mai serva qualcuno capace di restare fermo – penna in mano – mentre tutto il resto accelera.
Angelo Santoro

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