
Pietro Ichino e Stefano Fassina, Enrico Morando e Cesare Damiano, Enrico Letta e Susanna Camusso. Da una parte chi pensa che non si possa affrontare la crisi con le ricette dell’800, dall’altra chi preferisce chiudere gli occhi e guardare ad una realtà che non c’è più. I problemi del PD, ma a ben guardare anche dell’Italia, sono tutti qui. Bersani credeva che l’espediente del governo Monti potesse servire a nascondere sotto il tappeto le contraddizioni della principale forza politica della sinistra italiana ma il trucco non è riuscito. E il PD, che non è voluto andare alle elezioni con la vittoria in tasca proprio perché consapevole della sua inadeguatezza culturale ad affrontare la crisi, si ritrova ora con il cerino in mano. E’ bastato un accenno del ministro Fornero ad una possibile revisione dell’art. 18 per far scattare il riflesso condizionato dell’altolà. I riformisti hanno taciuto e il partito si è schiacciato ancora una volta sulle tesi della sinistra interna. Un’altra occasione persa. La riforma del mercato del lavoro si dimostra sempre un tabù. Eppure piaccia o non piaccia la strada del rinnovamento e della rinascita italiana passa da qui. Per ragioni oggettive, è indispensabile, oltre che in entrata, una certa flessibilità anche in uscita dal mondo del lavoro, e per ragioni simboliche, perché abbattere quel muro significa dare la visione plastica che il movimento sindacale non è più dominato dalle sue ali più radicali. Sono almeno 35 anni che, sulla strada della riforma, non si fa un passo avanti. I tentativi di rivedere alcune parti dello Statuto dei Lavoratori, che è del 1970, sono costati tre morti, Ezio Tarantelli nel 1985, Massimo D’Antona nel 1999, Marco Biagi nel 2003. Innumerevoli poi i tentativi sul piano politico, bloccati sul nascere dalle reazioni politiche e sindacali. L’ultimo quello della Fornero. Eppure a ben guardare sul tavolo della riforma, oltre al tema della revisione dell’art. 18, c’è anche la questione della produttività del lavoro. Se ne parla poco ma è un argomento che, volenti o nolenti, Cina docet, prima o poi dovrà essere affrontato. In Italia la produttività è bassa come del resto sono bassi i salari. Devono aumentare entrambi, anche perché sono in relazione. Si ripropone lo schema che si è dovuto affrontare per le pensioni. Qui infatti a fronte dell’aumento delle aspettative di vita c’erano solo tre strade. Allungare l’età pensionabile, aumentare i contributi o diminuire le pensioni. Si è scelta, non senza mal di pancia, la più indolore. Tre strade anche sulla via della produttività del lavoro. Obbligare le aziende a pagare di più i dipendenti, diminuire il prelievo fiscale da parte dello Stato, lavorare di più. Nelle circostanze date, le prime due sono impraticabili, anzi si sta andando nella direzione opposta, resta solo la terza che quando verrà sul tavolo provocherà uno sconquasso. Chissà quanto dovrà durare il governo Monti perché il PD per un verso e il PDL per un altro (in tanti anni di governo non potevano essere fatte le riforme che stanno ora per andare in cantiere?) possano adeguare le loro idee ai tempi che stiamo vivendo.

Caro Magni, quello che Lei non scrive é che tutti gli easperti favorevoli a riformare il diritto del lavoro (come Ichino), che oggi divide l’ Italia in due, quelli difes (i vecchi) e quelli abbondati in mezzo al mare (i giovani), o sono stati uccisi (D’ Antona e Biagi) o rischiano la vita (Ichino, protetto da 20 anni.
Il risultato di questo casino é il calo del PIL.
Quando mio padre aveva la mia età, ero io a mantenerlo. Ora sono io a mantenere i miei figli.
Prima il Pil cresceva, ora ilPil crolla…
Ma dove l’ ha trovato Bersani questo Farina?
Non era meglio si tenessero Andrea Rossi?