
di Matteo Villa*
Da oltre un mese l’economia globale va avanti con meno energia di quanta ne servirebbe. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz ha sottratto al mercato il 17% dell’offerta mondiale di petrolio nei primi giorni della crisi, stabilizzandosi poi intorno al 10% dopo l’attivazione di rotte alternative e il rilascio delle scorte strategiche. Livelli comunque eccezionalmente elevati. Per avere un ordine di grandezza: nel 1973 bastò una riduzione di circa il 5% dell’offerta petrolifera per cinque mesi per quadruplicare i prezzi del greggio. Oggi lo shock è rapido come allora, ma di dimensioni almeno doppie.
È vero, il mondo è diventato più efficiente nell’uso dell’energia: per produrre un’unità di PIL serve circa un terzo del petrolio di quanto ne sarebbe servito negli anni Settanta. Ma questa efficienza non è uniforme: i trasporti marittimi e quelli aerei, sui quali viaggia la stragrande maggioranza delle merci mondiali per valore e per volumi, restano quasi totalmente dipendenti dal petrolio. E proprio i carburanti che li alimentano (diesel navale e jet fuel) derivano in larga parte da greggi che oggi sono bloccati nel Golfo. Il risultato è che i due pilastri della globalizzazione contemporanea, catene del valore spezzettate lungo molte frontiere e mobilità “containerizzata”, sono esposti in modo diretto.
Il duplice problema dell’Europa
Da un lato, l’aumento dei prezzi energetici si trasmette molto rapidamente all’inflazione. Dall’altro, anche a seguito del colpo che ci ha già inferto la crisi energetica del 2022–2023, la crescita economica continentale rimane debole. È la combinazione perfetta per una dinamica stagflattiva: prezzi in aumento e crescita che rallenta ulteriormente. Ed è esattamente lo scenario previsto dall’OCSE, che aggiornando le sue stime la settimana scorsa ha previsto che i Paesi europei quest’anno subiranno una frenata della crescita dello 0,4% e un aumento dell’inflazione dello 0,6%.
Da qui il panico, comprensibile, che si respira in più di una cancelleria occidentale e la fretta di dare risposte a cittadini che vedono crescere i prezzi alla pompa e, in prospettiva, quelli delle bollette. Il punto è che una crisi di offerta non si può “risolvere” agendo sui prezzi: si possono solo redistribuirne i costi. È un film che abbiamo già visto nel 2022 e del quale stiamo osservando le prime repliche.
Sia chiaro, non siamo i soli ad agire. I governi di tutto il mondo stanno mettendo in campo una combinazione di misure emergenziali. Ma nell’inventario che abbiamo censito negli ultimi giorni noi di ISPI la dinamica è chiara: 39 Paesi su 53 hanno annunciato tagli fiscali sui carburanti, sussidi e/o voucher, mentre solo 27 su 53 hanno adottato misure per ridurre i consumi. Insomma, prevalgono gli interventi lato domanda (o lato prezzi) rispetto a quelli che cercano davvero di agire sull’offerta o di comprimere i consumi.
I costi asimmetrici
La tentazione è evidente: proteggere tutti, subito. Ma è anche il modo più rapido per peggiorare la situazione. Intervenire sui prezzi cercando di mantenerli artificialmente bassi non riduce a sufficienza la domanda, soprattutto se a farlo sono quasi tutti i governi dei maggiori importatori di petrolio e gas del mondo. Naturalmente così la scarsità non scompare, ma si sposta altrove. Il problema si allarga quando si considera che queste politiche spesso non sono mirate (per esempio, verso segmenti vulnerabili della popolazione), ma sono “a pioggia”: nel tentativo di proteggere tutti, si finisce per proteggere relativamente di più chi consuma di più. Con un doppio costo. Interno, perché si riducono gli incentivi a risparmiare energia; esterno, perché si contribuisce a rendere la crisi globale più acuta.
A livello internazionale, il risultato è che le regioni o i Paesi più ricchi (Europa e Stati Uniti soprattutto), ma anche la Cina grazie alla dimensione delle sue scorte, riescono almeno in parte a proteggere i propri consumatori, trasferendo però una quota maggiore dell’aggiustamento verso i Paesi più poveri. Dove i governi non hanno le risorse fiscali per sussidiare i consumi e dove l’energia pesa molto di più sul reddito disponibile.
È un po’ quello che stiamo vedendo soprattutto in Asia, che è l’attuale epicentro della crisi non solo perché più dipendente dal Golfo, ma anche perché in molti casi (salvo appunto quello cinese) meno dotata di scorte. È lì che emergono i primi razionamenti, le restrizioni alle esportazioni e il ritorno al carbone. In altre parole: una certa quantità di energia mancante viene “rubata” a chi ha meno capacità di difendersi.
Le alternative esistono, ma sono politicamente più difficili. La prima è accettare anche in Europa che una parte dell’aggiustamento debba avvenire attraverso la riduzione della domanda, con politiche che incentivino (o impongano) minori consumi. La seconda è rendere gli interventi molto più mirati: sostenere i redditi più bassi e le imprese davvero esposte, invece di abbassare i prezzi per tutti.
In una crisi come questa, la logica dominante resta quella del “si salvi chi può”. Ogni governo è incentivato a proteggere i propri cittadini e ha bisogno di politiche visibili, anche a costo di peggiorare la situazione complessiva. E, salvo il più ampio rilascio coordinato di scorte strategiche di sempre, deciso a metà marzo dai Paesi membri dell’Agenzia internazionale dell’energia, il livello di coordinamento internazionale è stato finora pressoché inesistente.
Insomma, il costo di questa guerra e della crisi energetica che ha scatenato non sarà da ricercare solo nei prezzi più alti o nella crescita più bassa, già di per loro preoccupanti. Sarà anche nella qualità delle risposte politiche che produce. Se decidiamo di non imparare nulla dalla lezione del 2022 il rischio sarà quello di trovarsi con politiche costose, inefficaci e, nel complesso, controproducenti. In una crisi di offerta non esistono scorciatoie: qualcuno deve consumare meno. La domanda è solo chi.
Matteo Villa
*Istituto Ispi

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