Mi complimento con Luca Bagatin per la sua ottima analisi del fenomeno Craxi. Mi permetto solo di aggiungere alcune precisazioni che meritano una seria riflessione.
Craxi è stato indubbiamente l’ultimo STATISTA italiano. Dopo di lui si è creato un vuoto che difficilmente sarà colmabile in futuro.
Craxi sapeva benissimo che, al punto in cui era arrivato, il PSI non poteva essere “moralizzato” senza correre il rischio di liquidarlo.
Sarebbe stato come tentare un azzardato intervento chirurgico su un corpo talmente prostrato da renderlo poco tollerabile. La propaganda comunista e post-comunista ha sempre fatto coincidere il fenomeno della corruzione socialista con l’inizio della segreteria Craxi. In realtà mentivano sapendo di mentire. Craxi ereditò un partito che era ormai “marcio” al suo interno, tanto che Alessandro Roveri lo abbandonò già nel 1964 adducendo proprio tale motivazione. Posto che la corruzione non può scoppiare dall’oggi al domani, non mi risulta che alla fine degli anni ’50 Craxi rivestisse nel Psi una posizione tale da favorirne lo sviluppo. A maggior ragione se consideriamo che “il cinghialone” assunse la segreteria nel 1976 come leader di una componente che rappresentava nel partito un misero 12%. Se nemmeno una persona di riconosciuta onestà come De Martino fu in grado di moralizzare il Psi, non vedo come Bettino, che aveva come priorità assoluta il ridare slancio politico ad una formazione ridotta ai minimi storici e stremata dalle lotte intestine, potesse riuscire nell’intento.
Il sottoscritto ha provato sulla sua pelle la gravità della corruzione imperante nel partito di Craxi quando, militando nel Psdi ligure, ha assistito all’ascesa e al momentaneo trionfo dello sciagurato presidente regionale di allora, Alberto Teardo, uno yuppie socialista che non lesinò l’uso delle bombe per estorcere danaro alle imprese recalcitranti.
La verità è che la corruzione riguardava TUTTO IL SISTEMA, di cui IL PCI ERA PARTE INTEGRANTE dall’epoca del “compromesso storico”, a metà degli anni ’70. Anzi, fu proprio il partito comunista a dare il via alla caccia dei finanziamenti illeciti da parte delle forze governative, che dovevano contrastare un partito-chiesa monolitico, imbevuto di egemonismo gramsciano, organizzatissimo, E CHE GODEVA DI ENORMI FINANZIAMENTI DIRETTI E INDIRETTI DALL’U.R.S.S. Su questo punto centrale si è sorvolato troppo spesso, probabilmente a motivo della consuetudine a lasciar scrivere la storia ai vincitori, che notoriamente hanno ben poco interesse “a tirare fuori gli scheletri dai loro armadi”.
Ma non fu il Pci-Pds-Ds, nonostante la vulgata corrente nel centro-destra, l’unico promotore della demolizione del craxismo tramite il braccio lungo delle toghe rosse. I post-comunisti furono solo gli utili e interessati strumenti di una decisione che venne presa in altre sfere e altri lidi. Il “cinghialone” firmò la sua condanna a morte quando, ormai non più lucido come un tempo, non comprese il reale impatto che la caduta del muro di Berlino avrebbe avuto sulla politica e sulla società italiana. Craxi si cullò nella paradossale illusione di poter assorbire il Pds, che il “topolino” socialista potesse divorare la montagna post-comunista. Il campanello d’allarme del mancato assorbimento del Psdi non fu sufficiente a fargli capire che un’era politica volgeva definitivamente al termine.
Tralascio di elencare altri errori strategici dell’ultima ora. Ciò che mi preme chiarire è che CRAXI ERA DIVENTATO UN IMPEDIMENTO A CHI VOLEVA APRIRE UN MERCATO, QUELLO ITALIANO, CHE ERA, CON QUELLO GIAPPONESE, IL PIU’ CHIUSO DEL MONDO OCCIDENTALE. Quando si vuol raggiungere uno scopo rilevante solitamente non si bada ai mezzi. I post-comunisti, ormai accreditati dall’Internazionale Socialista (grazie soprattutto al patrocinio di Craxi), con la loro fame di potere e il loro odio viscerale verso il leader socialista che osò sfidarne prepotentemente il ruolo, erano gli strumenti ideali per rivoluzionare la politica italiana e renderla docile agli interessi del grande capitale internazionale. Un un partito predisposto fin dalle origini a prendere ordini da una potenza straniera era sotto questo aspetto una vera garanzia. I fatti recenti e odierni dovrebbero essere più che sufficienti a confermare la mia tesi.
Si dovrebbe estendere l’analisi anche ad altri paesi, ma non è questo lo scopo delle mie osservazioni, e tengo a precisare che da socialista democratico non nutro alcun odio o rancore verso gli attuali diessini.
La politica non si fa né con i sentimenti né con i risentimenti, e il passato non deve costituire una pesante ipoteca sul futuro.
Ma è altrettanto doveroso cercare di rileggere con onestà intellettuale i fatti che connotarono la parabola politica di un grande statista italiano.
Alessandro D’Ovidio
Membro del Consiglio Nazionale del P.S.D.I.

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