In effetti il testo approvato alla Camera riduce i tempi (da 90 a 45 giorni) della doppia votazione di revisione, ma prevede un meccanismo di garanzia che nessuno dei protestatari ricorda.

In effetti il testo approvato alla Camera riduce i tempi (da 90 a 45 giorni) della doppia votazione di revisione, ma prevede un meccanismo di garanzia che nessuno dei protestatari ricorda: con la cosiddetta procedura in deroga all’art.138, le modifiche costituzionali verranno sottoposte a «referendum popolare – dice l’art.5 del ddl – anche qualora siano state approvate nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza dei due terzi». Sarà sufficiente che ne facciano richiesta un quinto dei parlamentari, o cinquecentomila elettori, o cinque consigli regionali. In pratica la stessa procedura prevista dall’art.138, ma rafforzata: la possibilità del referendum viene prevista anche in dopo un voto a maggioranza qualificata. Si tratta quindi di un’ulteriore garanzia che impedirebbe al “Parlamento dei nominati” di modificare la Costituzione contro il volere popolare, anche se per assurdo le modifiche venissero approvate con un voto all’unanimità (in quel caso basterebbero le 500mila firme del Fatto per indire un referendum).
In pratica si è fatto e si sta facendo molto rumore per nulla, tanto più che il Parlamento non ha fatto niente di rivoluzionario, riprendendo quasi alla lettera la legge 1 del 97, quella che istituiva la Bicamerale durante il governo D’Alema. Tralasciando i feticisti della Costituzione, la posizione più paradossale è proprio quella di Grillo e del M5S che da un lato criticano la Costituzione per essere «la terza gamba della dittatura partitocratica» (e lanciano V-day per la Nuova Costituzione partecipativa) e dall’altro fanno le barricate contro una procedura che lascia l’ultima parola ai cittadini, proprio nello spirito referendario e partecipativo che è una delle bandiera del M5S.
Come ha giustamente ha giustamente sottolineato Giovanni Guzzetta (promotore del comitato Scegliamoci la Repubblica che invece auspica una riforma presidenziale), molte posizioni sono solo strumentali e «hanno come unica finalità quella di gridare al complotto. È paradossale che si contesti la fretta quando sono cinquant’anni che si discute di una riforma che non arriva. Io mi preoccuperei più di manovre dilatorie e non di un tentativo che dia certezza sui tempi. La Costituzione fu approvata in un anno e mezzo, che è esattamente lo stesso tempo previsto nel ddl». A parte la demagogia e il populismo dei partiti (e fin qui nulla di nuovo), ciò che sorprende sono le barricate degli studiosi e dei giuristi che sovrappongono le convinzioni politiche al giudizio tecnico. Si può essere contrari alle modifiche costituzionali, ma non si grida al complotto. Non è in corso nessun attentato alla Costituzione che anzi, molto probabilmente, rimarrà uguale a sé stessa anche questa volta.

Lascia un commento