Riforme istituzionali
Inversione di rotta dell’opinione generale sul decentramento. Ci sono voluti 20 anni e innumerevoli prove. E adesso?

Il Paese intero, salvo poche eccezioni, si è fatto abbindolare dall’idea che il centralismo fosse il problema nazionale numero uno e che si fosse spezzettato il potere decisionale e lo si fosse portato verso il basso, l’Italia federata avrebbe magicamente risolto i suoi atavici ritardi, a cominciare da quello del Mezzogiorno. E non solo non è bastato constatare che il mondo globale andava in tutt’altra direzione – grandi dimensioni, accentramento delle decisioni per favorirne rapidità ed efficacia – per capire che era meglio lasciar perdere certe parole d’ordine, ma neppure la reiterata constatazione che da noi il “federalismo realizzato” aveva comportato un aggravio enorme dei costi, distribuito diritti di veto sul territorio, fatto esplodere il contenzioso tra Stato centrale ed enti locali, è servita ad aprire gli occhi di chi ha voluto credere che la risposta federalista fosse quella giusta.
Ora, a quanto sembra, gli occhi si sono dischiusi. Bene, ma è un po’ piangere sul latte versato. Gli imprenditori, e la classe dirigente nel suo insieme, hanno commesso un peccato mortale nel correre dietro all’idea che il federalismo voluto dalla Lega e realizzato sia da Berlusconi che dal centro-sinistra (vedi titolo V) per ingraziarsi il partito dei voti del Nord (e quindi di molti di quelli che oggi piangono sul latte dopo averlo versato), volesse dire più efficienza e meno tasse. Ora, almeno, il rimedio sia pari all’entità dell’errore commesso.

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