La ricchezza dei vecchi, e la grande fortuna di diventare vecchi. E’ il vero tema del momento. Dove per momento intendiamo gli anni che ci aspettano e non i secondi fugaci di un post, il misero attimo di un tweet o l’istante di un selfie su un social. Viviamo per l’attimo, viviamo chiusi nel presente, dimentichiamo lo sguardo lungo. Come trasformare la ricchezza dei vecchi in ricchezza della società? Questa la scommessa.
Dovremmo prepararci ad una società che valorizzi e utilizzi la ricchezza dei vecchi visto che fra 20 o 30 anni saremo più vecchi che giovani. Dovremo studiare e applicare nuove forme di convivenza che mettano in condizione i vecchi, con autonomia di movimento e discrete capacità di scelta, di vivere come un adulto nel pieno, o quasi, della vita o nel mezzo del cammin di nostra vita.
Non possiamo continuare vivere con gli schemi del ‘900 quando la demografia ci spinge verso le nuove proporzioni del 2100. In Occidente e in alcuni Paesi dell’Occidente Italia per prima compresa stiamo passando da un po’ più di anziani su 100 giovani a quasi 200 anziani per 100 giovani. Il sorpasso secondo le statistiche c’è stato in Italia nel 2018 quando per la prima volta dal 1861 il numero di anziani over 65 ha superato i giovani under 35. Mica poco.
Alzi la mano ci si sente vechio a 63 anni? Si sentono giovani a 48 quindi a 64 e anche a 74 il cittadino in buona salute è ancora una risorsa per sé e per il Paese, per la società in cui è inserito per la città o il borgo in cui abita.
La vera scommessa è proprio questa: trasformare il passaggio dalla cosiddetta vita attiva da lavoro alla pensione (da vita attiva a vita inattiva, che brutta parola) in un passaggio da vita attiva di forma 1 a una vita attiva di forma 2, ma sempre vita attiva deve e dovrebbe essere.
Per fare questo non basta un po’ di nuova filosofia della vita nella terza o quarta età con qualche dibattito da palco, ma ci vogliono strumenti e iniziative capaci di far scattare la seconda vita attiva agli over 65 con nuove frontiere delle relazioni sociali, nuove forme dell’abitare e della solidarietà generazionale, nuove modalità di assistenza nella malattia come nella salute, circoli non volontaristici ma istituzionalizzati di servizio e utilizzo delle risorse degli anziani per attività a valore civico e sociale.
Non solo vigili ausiliari per far passare bambini e ragazzini davanti alle scuole ma ad esempio a seconda della professione fatta o del mestiere svolto essere coinvolti in progetti, iniziative, campagne e attività che possano essere utili alla collettività e indispensabili a sé stessi per la stima e l’autostima. Direte: facile per un medico, un architetto, un insegnante o un avvocato, in fondo accade già.
No, può essere facile e deve essere molto facile anche per chi ha fatto il falegname, il muratore, l’operatore ecologico, il cuoco, il manovale, la casalinga, il sarto, la parrucchiera, il portantino, il pescatore. Ogni vecchio è ricco e ogni ricchezza si nobilita nella vecchiaia: il vero salto culturale sta proprio qui: pensare che si potrà essere cittadini attivi di forma 2 e non pensionati da giardinetto, deambulanti tra una farmacia, un centro anziani e l’ambulatorio.
Ha ragione Papa Francesco: dobbiamo occuparci di più e meglio degli estremi della vita, all’inizio quando i neonati diventano bambini, quando i bambini diventano ragazzi e giovani e poi uomini, con una sistema di presenza prima ancora che assistenza. Ma dobbiamo anche occuparci di quei 170 anziani su 100 giovani che i cento giovani non potranno mantenere per scoprire nuovi orizzonti di utilità e di presenza social: nella famiglia, va bene, ma anche nel quartiere, nella società, nella ditta, nelle amministrazioni. Ci sono i senior advisor nelle società economiche, ci può essere un senior advisor anche per le società sociali e civili? Presenza della società e dello Stato, presenza delle istituzioni pedagogiche ed economiche come quelle familiari e sociali. Dove sono i luoghi di aggregazione? Come sono diventati? Chi li ha in gestione e in cura?
La società politica può fare molto per far transitare quelle generazioni che hanno e avranno –nei prossimi lustri- dai 65 ai 90 dalla triste valle del declino, dove tutto o quasi viene medicalizzato o passivizzato, ad un sentiero magari un po’ in salita ma di bella sfida per essere attivi per sé e per il mondo. Questa sì sarebbe una vera rivoluzione sociale.
Fabrizio Binacchi

Lascia un commento