
Non è soltanto una questione di 120 milioni di euro spesi per la pista da bob – ammesso che non siano di più. Le cifre impallidiscono di fronte allo scempio ambientale che oggi ferisce uno degli scenari più suggestivi delle Dolomiti. Ciò che colpisce non è solo l’intervento in sé, ma la leggerezza con cui una classe dirigente chiamata a custodire e valorizzare un patrimonio unico ha ritenuto di poterlo piegare a una logica estranea al suo contesto naturale. Tra pochi giorni il circo mediatico smonterà le sue strutture e se ne andrà altrove. Rimarrà però Cortina, la “Perla delle Dolomiti”, con i segni permanenti di una scelta che difficilmente potrà essere riassorbita dal paesaggio. È lecito domandarsi quale sia il senso di forzare la montagna entro strutture che ne comprimono l’armonia, quando la sua forza risiede proprio nella vastità, nella purezza, nell’equilibrio tra uomo e natura. Qualcuno certamente avrà tratto beneficio economico dall’operazione. Ma il punto non è stabilire chi abbia guadagnato e quanto. La vera questione riguarda la visione: quale idea di sviluppo vogliamo per luoghi che devono la loro identità alla bellezza? È questo il progresso che immaginiamo per territori che tutto il mondo ci invidia? Viene in mente una celebre riflessione di Oliviero Toscani secondo cui l’Italia è una magnifica villa palladiana alla quale si suona con ammirazione; ma ad aprire la porta è un custode distratto incapace di comprendere il valore di ciò che custodisce. È un’immagine amara, forse provocatoria, ma che invita a una responsabilità più alta: quella di essere all’altezza del patrimonio che abbiamo ricevuto.
Angelo Santoro

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