
Da un punto di vista tecnico, stiamo assistendo ad uno sviluppo delle correlazioni che pare irrazionale e volatile, con continui cambiamenti nelle price action tra i diversi asset. Questa crisi è nata ed è dipendente da un market driven ben definito, che è ovviamente il petrolio, i cui prezzi si sono impennati dopo lo scoppio della guerra. Con un petrolio che sale, cresce l’avversione al rischio con l’indice Vix che dalla fine di febbraio è stabilmente sopra quota 20, il che non succedeva dai tempi della pandemia. Con il risk off che aumenta, le borse tendono a perdere quota, in ragione del fatto che l’inflazione data dall’aumento dei prezzi delle materie prime, si sposa con il probabile rallentamento economico che ciò genera, nei consumi, negli investimenti e di conseguenza nel Pil. Ciò significa stagnazione + inflazione, che si traduce in stagflazione, possibile (specie in Europa) ma non certa (negli Usa). Ciò genera un sell off dei bonds governativi e di conseguenza un aumento dei rendimenti, che spinge le banche centrali a privilegiare il rialzo dei tassi per combattere l’inflazione anziché la riduzione aggressiva degli stessi per favorire la ripresa economica. La ragione è semplice. Gli effetti dell’aumento del petrolio si riflettono in brevissimo tempo sui prezzi dei carburanti, con conseguenze quasi immediate sui consumi, mentre per la ripresa economica, nel caso in cui le banche centrali volessero sostenere la crescita attraverso un taglio del costo del denaro, ci vorrebbe un tempo decisamente più lungo, periodo nel quale probabilmente l’inflazione importata a causa dell’aumento dei prezzi delle materie prime, potrebbe causare recessione. Nel caso invece in cui le banche centrali alzassero i tassi per combattere l’inflazione, le borse crollerebbero, il dollaro, dal canto suo, invece tornerebbe a salire come asset rifugio, mentre l’Oro, considerato da tutti un safe heaven asset, non salirebbe per correlazione inversa col dollaro. (prima anomalia). Ed è ciò che accade nelle ultimi sessioni. Sul fronte cambi, da un punto di vista meramente teorico, Jpy e Chf dovrebbero salire essendo tipici safe heaven asset, cioè asset rifugio per definizione ma ciò, in questo periodo, non è valso soprattutto per lo Jpy, in caduta libera su dollaro ed euro, in corrispondenza dell’aumento dell’avversione al rischio (seconda anomalia). Addirittura abbiamo osservato UsdChf e UsdJpy salire in condizioni di risk off, raramente successo negli ultimi 40 anni. Va segnalato che queste correlazioni tra i diversi asset, negli ultimi giorni, sono saltate ancora, generando una ulteriore anomalia, quando abbiamo osservato venerdì EurUsd arrampicarsi a 1.1570 e nello stesso momento UsdJpy superare nuovamente 159.20, spingendo così l’EurJpy sopra 184.20 (come se fossimo in un periodo di crescita dei carry trades), quando è noto a tutti che in periodi di paura, lo Jpy sale come se non ci fosse un domani. Probabilmente, quando le due guerre in corso termineranno, anche i mercati torneranno ad avere correlazioni logiche e meno irrazionali. E’ altrettanto chiaro che questo scenario è evidente in un momento in cui il market driven (ovvero il trascinatore che sposta gli equilibri dei mercati) è il petrolio, ma se per caso tutto ciò dovesse terminare e il market driven tornassero ad essere i dati macroeconomici e i fondamentali, allora tali correlazioni salterebbero nuovamente dando vita a legami stabili, basati su consumi, investimenti, inflazione, resilienza e crescita con le valute che tornerebbero a muoversi in base alle prospettive sui tassi di interesse.
Saverio Berlinzani

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