In un Paese come il nostro, la cui credibilità è in perenne caduta libera, sarà mai possibile avere una giustizia senza spettacolo, e la così detta opinione pubblica sarà ancora in grado di distinguere la civiltà giuridica dal giustizialismo ‘tout court’ ? Sono gli interrogativi che si è posto, in un recente articolo di fondo, Antonio Polito, il vice direttore del Corriere della Sera. Nel Paese in cui la formazione e la professione giurisprudenziale sono dominanti, il giustizialismo dovrebbe essere culturalmente e socialmente ai margini, ma poiché nella graduatoria del discredito, il sistema giudiziario è accomunato: alle classi dirigenti dei partiti, alle istituzioni, percepite come una loro emanazione, e l’informazione giornalistica esposta alla faziosità e quindi poco credibile, il giustizialismo del processo sommario viene promosso come la necessaria scorciatoia per avere l’efficienza della giustizia. Se è pur vero, che i protagonisti della politica fanno di tutto per mettersi in cattiva luce, è altrettanto vero, che si è venuta a consolidare negli anni, la ‘pericolosa’ convergenza tra una parte del sistema giudiziario, l’inquisitoria e una parte della ‘cronaca’, per la ‘spettacolarizzazione’ di una parte dei procedimenti, quella delle indagini, da rendere sempre più indipendenti dai processi, che, in nome dell’efficacia, vanno virtualmente celebrati in fretta, nella piazza mediatica; come, una volta, quando il popolo assiepato invocava il boia o la berlina; in questo scenario il giusto processo è solamente un orpello. Quello, tra parte dei pubblici ministeri e cronisti è un connubio pregno di furore giustizialista e di morbosa curiosità, teso alla ricerca di un accreditamento che sottragga le categorie coinvolte dal discredito surrogando così i troppo lenti i giudici a emettere le sentenze e troppo connivente parte del giornalismo, nei confronti della classe dirigente, che in accordo con la politica è responsabile nel frapporre ostacoli legislativi al corso della giustizia. Progenitore Gad Lerner, è dagli inizi degli anni novanta che indagini, istruttorie e processi si cerca di farli esaurire prima che arrivino nelle sedi appropriate e con le formalità preposte, la loro ‘giustizia rivoluzionaria’ pretende che tutto avvenga nell’Eliea Multimediale dove i ruoli tradizionali della giustizia giusta e terza, tra accusa e difesa, possano essere sovvertiti o influenzati da un’altra dinamica di processo, quella propagata dalle indagini e strumentalmente trasmesse al popolo giudice, per determinare la colpevolezza a priori, sin dall’apparire dei fatti. L’opinione pubblica può così emettere la sentenza subito, non è costretta ad aspettare i tempi e le mediazioni del giusto processo, i Gad Lerner degli anni 90 e i Marco Lillo di oggi, furono e sono i sollecitatori del popolo, ad emettere sempre e comunque sentenze di colpevolezza. La civiltà giuridica è così scomparsa da tempo, sepolta dal pregiudizio propedeutico e dalla sovrabbondanze laureati in scienze giuridiche, causa, forse tutt’altro che marginale, della bulimia legislativa senza pari del Paese, nonché concausa della perniciosa arretratezza di modernità di cui soffre il Paese; alla civiltà giuridica, per dirla alla Beppe Grillo, si può ben dedicare un ‘Vaffa’. In questo ‘loop’ cortocircuitante di giustizia con impatto sulla democrazia, l’intercettato diventa automaticamente un sospetto quando non un complice, l’indagato, è un colpevole certo in attesa di sentenza, il rinviato a giudizio è già un pregiudicato. Il processo mediatico non ha limiti, se non quello dello de lo ‘ show must go’ e del ‘sbatti il mostro in prima pagina’, sempre più dominanti del fare informazione. In una società, complessa come la nostra, facilmente permeabile dall’idiosincrasia per la responsabilità dei doveri civici, anche per la delusione da aspettative, della lunga stagione dei diritti declinati nella lunga stagione delle ideologie, l’informazione, sui fatti giudiziari, dovrebbe rifuggire dalle semplificazioni e dai pregiudizi, evidenziando, che i ‘brandelli di indagine, che vivono vite diverse e separate nel giudiziario e nel mediatico, come le rette parallele non sono mai destinate a incontrarsi’ nonché salvaguardare l’ordine giudiziario , per la sua credibilità e la sua centralità’ dalla tentazione di trasformarsi in potere giudiziario. Il Paese il 4 Dicembre ha detto che la Costituzione non si ha da modificare, anche se Giustizia e informazione, che da oltre un quarto di secolo ‘affogano’ in un contesto di tipo precostituzionale, nell’assordante silenzio delle vestali della ‘Costituzione’. Si tenta di nascondersi dietro alla metafora, delle inevitabili ed indecifrabili talpe, mentre in verità, come fa notare il coraggioso procuratore anti ‘ndrangheta’ Nicola Gratteri, ‘Posso dire per esperienza, che quando c’è una violazione, esce o dalla procura o dalla polizia giudiziaria E in genere quando la polizia giudiziaria da la fuga alle notizie, c’è quanto meno, una sorta di silenzio-assenso da parte della procura’. I destinatari sono sempre gli stessi, l’informazione sodale e solidale con certe procure, in una logica di scambio scoop-popolarità, contro le quali non pare esservi ombra di rimedio, con la mistificazione di presunte capacità professionali che sempre più spesso coincidono con un banale ‘cut and page’, assolutamente ‘free’, dai diritti di autore. Dall’indagine Consip-Romeo, si evince come sia facile superare il livello di guardia: l’opacità di eventuali diatribe interne all’Arma dei Carabinieri, con in primo piano il NOE investito di indagini non di competenza, conflitti che non vengono indagati e motivati, procure che mettono ‘del loro’ nelle indagini, ben consapevoli della inutilità in sede del processo vero, ma fondamentali per l’alimentare gli ‘scoop’ informativi di quello mediatico; come mai sia il Noe e non la polizia giudiziaria ad indagare pur trattandosi di presunte tangenti, come mai il Capitano Scarfato ‘rimasto’ al Noe, accetti di diventare ‘complice’ dell’anomalo modello di indagine del procuratore Henry Woodcock, ed ancora che la procura di Roma debba intervenire per rimuovere le indagini da quella di Napoli. Da questa vicenda, come da altre, già in passato, si colgono segnali sospetti e da seguire con attenzione, in quanto sintomi di una malattia troppo sottovalutata, e che impatta sulle radici della nostra convivenza democratica. Fare finta di nulla è pericoloso, se si ha il coraggio di separare i fatti dalle persone, emerge la pericolosità assoluta di un ordine giudiziario che tende sempre più a farsi potere e di una stampa che nella narrazione opera in veste di megafono.
Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède e di Montesquieu, meglio noto unicamente come Montesquieu, filosofo, giurista, storico e pensatore politico francese tra 600 e 700 si rigira nella tomba, per quel costante venir meno dei principi che mettano i cittadini al riparo da qualunque prevaricazione.
Mimmo Merlo (lavocemetropolitana.it)

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