
Alla prossima Cop28 di Dubai -dal 30 novembre al 12 dicembre- i governi dovranno fare il punto sui progressi fatti (pochi) e sui ritardi (molti). È il “global stock-take”: un cambio di attenzione rispetto a quanto fatto finora dai veri Paesi e contenuto nelle cosiddette Ndc (National determined contributions, i vari piani definiti a livello nazionale, non giuridicamente vincolanti) per tracciare un primo bilancio, una sorta di inventario dei risultati raggiunti.
Il tempo a disposizione per il cambiamento sta per terminare e su questo gli esperti delle Nazioni Unite sono abbastanza espliciti: serve maggiore ambizione nella riduzione delle emissioni all’interno dei piani nazionali per una decarbonizzazione radicale, mentre la finestra per agire diventa sempre più stretta. Alla Cop21 ci si impegnò a ridurre le emissioni del 43% entro il 2030 ma, ironia della sorte, da allora le emissioni sono cresciute di un ulteriore 10%. Per recuperare lo svantaggio, la Cop28 propone ulteriori tre traguardi da centrare nei sette anni che restano: triplicare la produzione di energie rinnovabili (energia nucleare inclusa); dimezzare l’energia consumata a parità di produzione; raddoppiare l’idrogeno (che può essere vettore di fonti pulite). Inoltre, si parlerà di come distribuire lo sforzo tra Occidente e Paesi di più recente industrializzazione (Cina e India su tutte).
Lo sviluppo sostenibile globale, minacciato anche dai recenti drammatici conflitti in Medio Oriente e in Ucraina e dalle crisi energetiche e pandemiche, vive dunque un momento difficile che interessa anche il nostro Paese, come illustrato dall’ottavo rapporto “L’Italia egli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” realizzato dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis). Per recuperare il terreno perduto appare indispensabile l’adozione di un approccio politico-culturale che consideri la sostenibilità il fulcro di tutte le scelte, pubbliche e private. A tal proposito l’Asvis avanza una serie di proposte, alcune implicano risorse finanziarie cospicue, altre sono a costo zero o quasi. Lo scorso mese il Governo ha approvato la nuova strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile a cui ora bisogna dare attuazione, costruendo in primis un serio sistema di valutazione ex ante delle politiche rispetto all’Agenda 2030. Le bozze del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) e del Piano nazionale per l’adattamento ai cambiamenti Climatici (Pnacc) devono essere rafforzate e finalizzate il prima possibile per guidare un ampio insieme di politiche economiche, sociali e ambientali da sostenere con adeguati finanziamenti; alla constatazione che l’Italia procede a rilento non deve corrispondere un sentimento di disfattismo. È ancora possibile cambiare passo, bisogna far comprendere che scegliere la sostenibilità conviene sia dal punto di vista sociale e ambientale sia da quello economico. In buona sostanza promuovere la giustizia sociale, riducendo le disuguaglianze sociali e garantendo che i benefici della transizione ecologica siano distribuiti in modo equo e non oligarchico, con politiche di autentica inclusione sociale, potrebbe rappresentare l’inizio della vera rivoluzione green sostenibile a impatto zero.
Raffaele Schiavone
(da “Avanti Online”)

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